L’uomo che cadde sulla terra

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È stato Nicholas Roeg in The Man Who Fall on Earth ad offrire a David Bowie il ruolo cinematografico più significativo e rivelatore della sua eclettica carriera artistica. La storia è quella di Thomas Jerome Newton, un alieno dalle fattezze umane che ha abbandonato un pianeta morente ed è venuto sulla terra alla ricerca di acqua per salvare la propria famiglia. Egli possiede conoscenze scientifiche tali da permettergli di arricchire rapidamente e di progettare un razzo che gli permetterà di ritornare sul suo pianeta. Ma la sua riservatezza, la sua eccentricità, la sua fragilità attirano la curiosità della CIA, che lo sequestra e comincia ad operare su di lui una serie di esperimenti. Alla fine i servizi segreti americani perdono interesse nei suoi confronti e lo abbandonano al suo destino. Nel frattempo la sua missione è fallita, l’astronave è stata distrutta, il suo pianeta è morto, e Thomas, che è diventato un alcolizzato dimenticato da tutti, compone un disco (con lo pseudonimo di The Visitor) nell’assurda speranza che sua moglie posa udirlo captando le onde delle radio terrestri.

Suggerisco di partire da qui se vogliamo scalfire un po’ la superficie delle usuali definizioni di Bowie, scomparso da pochi giorni, e cominciare a riflettere su quale sia stata la sua importanza per la cultura popolare dell’ultimo mezzo secolo. E del resto il tema dello Spazio attraversa un po’ tutta la sua produzione, a partire dal primo successo, Space Oddity del 1969 – stesso anno della scoperta della Luna – fino a Black Star, l’ultimo album che ha pubblicato: ma è uno Spazio ben diverso da quello da conquistare, posta in gioco folle delle politiche della Guerra Fredda, piuttosto è uno stato di isolamento, di alienazione. Il Major Tom di Space Oddity non farà mai ritorno a casa (Here am I floating round my tin can / Far above the Moon / Planet Earth is blue / And there’s noting I can do) e Ziggy Stardust, l’alieno alter-ego di Bowie nei primi anni settanta rischia di imprigionare in se stesso il proprio creatore, tanto da costringerlo a inscenarne il suicidio sul palco. Il diventar-alieno di Bowie e il non essere mai stato là dove si pensava che fosse passa sicuramente per l’incredibile ecclettismo musicale dimostrato in oltre quarant’anni di carriera e negli innumerevoli pseudonimi utilizzati per marcare i cambiamenti di epoca all’interno della propria produzione. Ma è anche una cifra, una nota che si sente in tutta la sua musica e che lascia un sentimento di solitudine e malinconia. Niente è mai stato chiaro e definito in Bowie, né la sua identità sessuale, né il colore dei suoi occhi, né il suo rapporto con il fratello schizofrenico (morto suicida nel 1985), né la sua posizione politica o religiosa.

I critici e i detrattori hanno sempre individuato un segno di debolezza artistica in questo o anche una fortunata strategia di marketing che attraverso l’ambiguità, lo shock, la provocazione e la trasgressione ostentata ha dato a Bowie la popolarità che desiderava. È innegabile che ci sia del vero in questa critica, ma se ci limitassimo ad essa ci rimarrebbe preclusa una chiave per capirne la forza. Una forza e un’importanza avvertita al di là dei limiti che comporta la scomparsa di una pop star, per quanto famosa. Messaggi di cordoglio sono infatti stati spediti da personalità che poco hanno a che fare con la cosiddetta musica leggera, come per esempio il primo ministro inglese, o il portavoce del Vaticano, gli astronauti delle stazioni spaziali.

In cosa dunque è consistito quel quid che lo ha reso – e non parliamo solo dei suoi meriti artistici – apprezzato e amato a livello planetario? Ovviamente è assurdo tentare una risposta che definisca ciò che per sua natura deve rimanere indefinibile per poter funzionare. Ma avanzo l’ipotesi che Bowie sia stato proprio l’incarnazione di quel quid, quel qualcosa di inafferrabile e prezioso che, molto semplicemente, rende la vita un po’più meritevole di essere vissuta. È stato, in buona sostanza, l’incarnazione dell’alterità come fascino, nei suoi aspetti seducenti e attraenti. È stato il cambiamento, (Changes) la possibilità di rinnovarsi sempre (Absolute beginners), il sogno dello spazio e dei suoi misteri (Space Oddity), l’attrazione per l’oriente (China Girl), e le innumerevoli altre manifestazioni del nostro desiderio.

Ha rappresentato, per molti di noi, un fuori rispetto alle nostre esistenze, la possibilità di recuperare una dimensione adolescenziale e un po’ ingenua in cui tutto appariva possibile. Come un personaggio delle fiabe, che non invecchia e che si rivolge a noi non per come siamo, ma per come eravamo e per come avremmo potuto essere, Bowie ha sussurrato al nostro orecchio racconti di mondi che non avremmo mai visto, bellissimi e pure così malinconici e irraggiungibili. Ovviamente poi la vecchiaia, la malattia e la morte hanno fatto il loro lavoro: nel frattempo, molti sogni che Bowie ci aveva regalato sono già svaniti, o si sono trasformati nel loro esatto opposto.

E il suo ultimo alter-ego, in uno dei più angoscianti e struggenti testamenti artistici che siano mai stati realizzati, è una stella nera, (I’m a blackstar, I’m blackstar/I’m not a rockstar, I’m not a wandering star/ I’m a blackstar, I’m blackstar). La stella nera è un’ipotesi astronomica che si contrappone alla teoria dei buchi neri. Essa è invisibile all’osservatore, è priva di orizzonte degli eventi (secondo la teoria della relatività è la superficie limite oltre la quale nessun evento può influenzare un osservatore esterno), la sua esistenza è puramente ipotetica e desumibile dai suoi effetti. Blackstar, realizzato durante la malattia e pubblicato due giorni prima della sua morte, gioca proprio sulla metaforica della stella, o meglio del significante inglese Star, ormai comunemente in uso anche nella nostra lingua. Gli usuali significati di brillantezza, luminosità e successo sono radicalmente ribaltati nell’ultimo palcoscenico della morte e del nulla.


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Damiano Cantone

Damiano Cantone (Udine 1977) ha insegnato Storia dell’Estetica presso l’Università degli studi di Trieste. Si occupa dei rapporti fra cinema e filosofia, con particolare attenzione al lavoro di Gilles Deleuze. Ha pubblicato, fra gli altri, interventi su Deleuze, Lyotard, Hitchcock, Cronenberg. Tra le sue pubblicazioni recenti ricordiamo I film pensano da soli (Milano 2013) È traduttore e curatore di numerose opere del filosofo sloveno Slavoj Zizek; è redattore della rivista “Aut Aut”.


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