Globalizzazione e diritti umani

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Parlare di diritti umani non riconosciuti ci fa pensare a un mondo distante da noi. Ci vengono subito in mente lo sfruttamento in Asia oppure la pena di morte presente negli Stati Uniti. È più difficile rendersi conto che anche nel nostro Paese ci sono alcune situazioni di diritti negati che meritano la nostra attenzione. Una di queste è il fenomeno dei “bambini invisibili”, e riguarda i bambini figli di immigrati che non hanno avuto la possibilità di essere iscritti all’anagrafe e che quindi di fatto non esistono. È una falla del sistema italiano che è stata di recente messa in evidenza da mozioni e pubblici interventi, critici nei confronti di questa inaccettabile negazione del diritto a esistere. È un’implicazione del processo di globalizzazione, che se sotto alcuni aspetti può sembrare qualcosa di positivo, sotto altri ha effetti chiaramente negativi nei confronti di alcuni gruppi di persone.

La globalizzazione può essere intesa come il “comprare, vendere e produrre in qualsiasi parte del mondo”, dunque l’effetto più grande che comporta è l’abbattimento delle frontiere fra gli Stati. Questo può indurre a pensare a un’apertura della società, a una facilitazione delle relazioni; in realtà, se si analizza il fenomeno dal punto di vista economico, si individua una situazione in cui questa apertura non è poi così positiva come sembra. Bauman sostiene che la libertà che deriva dal mercato comporti l’assenza di limiti e di costrizioni e la progressiva riduzione, sul piano legislativo, dell’interferenza politica nelle scelte umane. I cittadini, quindi, sviluppano un sentimento d’indifferenza nei confronti delle istituzioni politiche, che risultano essere subordinate rispetto all’economia, e che non riescono a promuovere valori condivisi. La globalizzazione ha abbassato i cittadini al livello di semplici consumatori. All’interno della società è sempre più ampia la frattura fra coloro che possono effettivamente soddisfare i propri bisogni attraverso il consumo e coloro che non possono e sono proprio questi ultimi a risentire della precarietà del riferimento ai valori della solidarietà. In questo contesto, la condizione che intendo prendere in considerazione è quella dello straniero, visto con diffidenza e soggetto a discriminazioni. Il modo più diretto per attuare una politica discriminante è la legge, se anche le istituzioni rinunciano a difendere i valori fondamentali. Anche se i diritti fondamentali della persona sono riconosciuti a livello internazionale grazie a documenti come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la Convenzione Europea dei Diritti Umani, ciò non ne garantisce il rispetto. Questo non accade solo in paesi stranieri che percepiamo come lontani e diversi, ma anche da noi. Lo straniero spesso viene percepito come una minaccia da parte della società e la politica può trarre vantaggio da questa etichetta. Lo straniero, nel nostro caso, può essere facilmente identificato con l’immigrato che scappa dal proprio paese (dove la maggior parte delle volte i diritti umani non vengono rispettati) alla ricerca di una vita più dignitosa, migliore per lui e per la sua famiglia. L’Italia ha un tasso di immigrazione piuttosto elevato e non sempre è accogliente. Nel 2009 in Parlamento viene approvato il “Pacchetto sicurezza” in materia di sicurezza pubblica. Esso contiene il provvedimento riguardante gli immigrati senza permesso di soggiorno che non possono iscrivere il proprio figlio (nato in Italia) all’anagrafe. Nel momento in cui la nascita del bambino non è registrata, i diritti umani vengono meno, scompaiono, e nasce invece il “Neonato fantasma”. La Legge, approvata con voto di fiducia, ha inserito i “provvedimenti inerenti agli atti di stato civile” tra quelli per cui è necessario esibire il permesso di soggiorno. In Italia, per la prima volta, registrare un neonato all’anagrafe dipende dalla posizione amministrativa dei suoi genitori. Sono così negati a questi bambini il diritto al nome, alla salute, all’istruzione: è negato loro il diritto fondamentale, quello di esistere, in netto contrasto con la Convenzione dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza (ONU, 20 Novembre 1989), documento volto a tutelare e a riconoscere i diritti sociali, civili, politici, culturali ed economici di tutti i minori, ratificato dall’Italia con la Legge 176/91. Vengono negati l’articolo 7 e 8 della Convenzione:

“Dal momento della nascita, ogni bambino ha il diritto di avere un nome, una nazionalità e di crescere con i suoi genitori” ;

“Gli Stati si impegnano a garantire l’identità di ogni bambino”

Il giorno prima dell’entrata in vigore del “Pacchetto sicurezza”, fu emanate circolare (numero 19/2009) che stabiliva che “Per le dichiarazioni di nascita non devono essere esibiti documenti inerenti al soggiorno”. Ma, in base al principio di gerarchia delle fonti, una legge ha più peso rispetto a una circolare, quindi l’Italia è diventata l’unico paese in Europa in cui i figli delle persone prive di permesso di soggiorno non vengano registrati all’anagrafe. Nel 2013, l’Ismu (Istituto per lo studio delle multietnicità) ha stimato circa 295mila stranieri adulti privi di permesso di soggiorno. I minorenni irregolari sono circa 50mila e la maggior parte di questi non sono registrati all’anagrafe. A questi minori non può essere riconosciuto il diritto alla scuola, a ricevere cure mediche, nemmeno a svolgere attività sportive, dal momento che non possono giocare nelle partite ufficiali. Da quattro anni a questa parte, la Convenzione dei diritti del fanciullo, gruppo che raccoglie oltre 80 associazioni e realtà mondiali, richiede al Parlamento una riforma legislativa per permettere a questi bambini di esistere. Ciò non comporterebbe il ricevimento automatico della cittadinanza italiana: i neonati continuerebbero ad avere quella dei genitori.

Per cambiare la normativa in vigore, sono state presentate due proposte di modifica di legge in Parlamento: la pdl 740/2013 e il ddl 1562/2014.

PDL 740/2013

Presentata il 13 Aprile 2013 alla Camera dei Deputati, propone la modifica dell’articolo 6 del testo unico inerente la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, in materia di obbligo di esibizione di documenti di soggiorno (decreto legislativo n. 286/1998). L’articolo 6, comma 2, prevedeva l’obbligo di esibire i documenti relativi al soggiorno al fine del rilascio di licenze, iscrizioni, autorizzazioni etc, fatta esclusione “per le attività sportive e ricreative di carattere temporaneo” e “per gli atti di stato civile o inerenti l’accesso a pubblici servizi”, testo successivamente modificato dal “Pacchetto Sicurezza” del 2009. La proposta di legge, quindi propone la modificazione di quanto sopra citato in modo tale da cancellare l’obbligo di presentazione del permesso di soggiorno “per i provvedimenti riguardanti attività sportive e ricreative di carattere temporaneo, per i provvedimenti inerenti agli atti di stato civile, per i provvedimenti inerenti all’accesso alla prestazioni sanitarie e per quelli attinenti all’accesso a pubblici servizi e alle prestazioni scolastiche nelle scuole di ogni ordine e grado”

DDL 1562/2014

Presentato il 10 Luglio 2014 al Senato, riguarda non solo la modifica già citata nella pdl 740/2013 ma anche il divieto di segnalazioni. Infatti all’articolo precedente, viene integrato il 2-bis che vieta “qualsiasi tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatoria per legge, a parità di condizioni con il cittadino italiano” dello straniero non in regola che richiede l’accesso ai provvedimenti inerenti agli atti di stato civile. Non solo: esso vieta anche la segnalazione per l’accesso alle prestazioni scolastiche nelle scuole di ogni ordine e grado e l’accesso ai servizi pubblici dello straniero non in regola”.

Entrambe le proposte sono ferme alle rispettive commissioni Affari Costituzionali e se applicate riparerebbero al danno senza andare a modificare il bilancio dello Stato, in quanto da esse non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Inoltre la normativa tornerebbe conforme alla Convenzione e i bambini invisibili non sarebbero più tali. Si tornerebbe in linea con uno dei principi enunciati nel 1989 per cui “è superiore l’interesse del minore”.

La conoscenza di questa situazione fa riflettere sugli effetti che la globalizzazione può avere sui singoli individui, in particolare sulle persone più deboli, incapaci di proteggersi da qualcosa di più grande di loro. Negare a questi bambini l’esistenza pregiudica la possibilità di richiedere la cittadinanza italiana o di per avere cure mediche, ma causa anche l’impossibilità di condurre una vita normale. Non solo: questo entra evidentemente in contrasto con l’articolo 3 della nostra Costituzione: viene totalmente a mancare l’uguaglianza sostanziale garantita dal nostro ordinamento giuridico. Come fanno questi bambini ad essere come i loro amici italiani, ad avere le stesse opportunità, se nemmeno esistono?


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Giulia Romano

V BE, Liceo Economico Sociale “C.Percoto” di Udine. Vincitrice del concorso SOCIETA’ GLOBALE.ARTE, FILOSOFIA, DIRITTO.


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