L’oblio della Sociologia della conoscenza: linee interpretative

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Sorta, come è noto, nei primi decenni del XX secolo, la sociologia della conoscenza costituisce un campo di ricerca sottile, che si indirizza a studiare non solo l’empirica varietà di conoscenze nelle società umane, ma anche i processi per cui qualsiasi complesso di conoscenze viene ad essere socialmente stabilito come realtà. L’indagine del “senso sociale” ha caratterizzato l’essenza di questa disciplina, fondamentalmente almeno fino agli anni ‘60-‘70, dopo di che, anche in conseguenza di particolari ulteriori trasformazioni della società, questa sua essenza è andata scemando. Dopo gli anni ’70, entriamo, infatti, in una fase storica in cui si affermano l’individualismo più marcato e un sostanziale disincanto e non a caso, circa dagli anni ‘80, la sociologia della conoscenza, accademicamente parlando, tende a trasformarsi in una più neutra sociologia dei processi culturali. Questo cambiamento di denominazione, forse, è molto più che una questione nominalistica o formale, perché sembra riflettere uno sbalzo intellettuale, che è possibile cogliere esaminando alcune linee interpretative.

Se osserviamo gli studi di sociologia della conoscenza fino agli anni ‘60-‘70, vediamo che essi erano influenzati da una dimensione politica, storico-evolutiva e simbolica che attualmente pare obliata. Originariamente, la WissensSoziologie (il termine viene coniato per la prima volta nel 1920 da Scheler), sembra accompagnarsi quasi naturalmente alle prime formulazioni delle teorie della psicoanalisi e della relatività, che, al di là della loro valenza specifica, avevano posto radicalmente in discussione il senso sia della realtà umana che di quella fisica, con enormi e inevitabili ricadute filosofiche e esistenziali. A ciò si deve aggiungere che il XIX secolo aveva già prodotto costruzioni teoriche che possono essere considerate i più profondi antecedenti intellettuali della sociologia della conoscenza: il filone marxista, quello nietzscheiano e lo storicismo. Da Marx essa deriva un principio che le sarà basilare, quello per cui la coscienza dell’uomo è determinata dalla sua esistenza sociale. Rispetto al pensiero di Nietzsche la sociologia della conoscenza appare un’applicazione specifica della sua arte della diffidenza. Infine, la concezione indotta dallo storicismo, secondo cui nessuna situazione storica poteva essere compresa se non nei propri termini, agevolmente induceva l’attenzione sulla situazione sociale del pensiero.

Da queste basi, la sociologia della conoscenza matura la sua linea di ricerca, tipica del periodo 1930-1950, che la porta a cercare di comprendere come il pensiero funziona nella vita pubblica e politica(Mannheim, K., Ideologia e utopia, Il Mulino, Bologna, 1999). Per questo un concetto su cui molti sociologi della conoscenza “classici” si sono sempre concentrati è quello delle ideologie, soprattutto politiche. Il concetto di ideologia riflette una scoperta che è emersa dalla lotta politica, ossia che l’insieme delle idee dei gruppi dominanti è legato a una data situazione storica e tale da escludere qualsiasi comprensione dei fatti che potrebbe minacciare il potere di tali gruppi. La dimensione “politica” della sociologia della conoscenza è poi confermata dall’attenzione posta sulla questione della possibilità di fare politica in modo “scientifico” e sul ruolo che gli intellettuali devono ricoprire nella società.

Una seconda caratteristica concettuale e metodica della disciplina risente dell’influsso della fenomenologia husserliana e assume uno stampo microsociale, interessandosi alla della costruzione del senso e dell’ordine nell’interazione umana. Il termine fenomenologia, usato da Husserl, designa l’analisi della relazione che intercorre tra gli oggetti e la loro descrizione o interpretazione da parte della coscienza. Questo studio esige una “riduzione fenomenologica”, ossia una sospensione (epoché) di qualsiasi credenza o presupposto di esistenza: la riflessione fenomenologica non presuppone l’esistenza di enti, ma implica piuttosto una “messa in parentesi dell’esistenza”, cioè una sospensione della credenza nell’esistenza reale dell’oggetto. L’approccio husserliano varrà trasposto da Schutz(Schutz, A., La fenomenologia del mondo sociale, Il Mulino, Bologna, 1974) alla struttura sociale del mondo del senso comune e della vita quotidiana. In questa particolare trasposizione, tutte le tipizzazioni del senso comune sono considerate esse stesse elementi integranti del concreto Lebenswelt socio-culturale storico entro cui si affermano come valide e vengono socialmente approvate: la loro struttura determina, tra l’altro, la distribuzione sociale della conoscenza, la sua relatività. Questo contesto microsociologico di analisi si trova successivamente ripreso nel concetto di “pratiche dell’interazione umana” di Goffman, nel cui approccio confluiscono la linea fenomenologica, l’ermeneutica e, infine, il post-strutturalismo Rifiutando di farsi imprigionare dal dilemma tra teoria dell’azione e analisi strutturale sulla questione dell’ordine dell’interazione, i concetti elaborati da Goffman(Goffman, E., Frame analysis, Armando, Roma, 2001) si ricollocano in quella dialettica tra soggettivo e oggettivo che è uno dei capisaldi più classici della sociologia della conoscenza.

Constatiamo, dunque, che termini cruciali della sociologia della conoscenza come ideologia, conoscenza, coscienza, fenomenologia, realtà, relativismo, discendono da una parte dalla prospettiva macrosociale e dall’altra da quella microsociale. Queste due prospettive convivono nell’impostazione- e siamo negli anni ’60- di Berger e Luckmann(Berger, P.-Luckmann, T., La realtà come costruzione sociale, Il Mulino, Bologna, 1998), che assumono che la realtà e quindi la conoscenza in generale siano una costruzione sociale, ossia il prodotto di una interazione tra individui o gruppi che progressivamente, al fine di organizzare se stessi, lenire l’insicurezza ontologica e rendersi socialmente riconoscibili e individuabili, assumono abitudini di comportamento (abitualizzazione), rendono queste abitudini tipiche(tipizzazione), reiterate a lungo nel tempo(sedimentazione) e quindi riconosciute legittimamente(legittimazione).

L’ultimo riflesso emblematico della tradizione della sociologia della conoscenza si può individuare nella teoria critica della società tecnologica a partire da Habermas(Habermas, J., Teoria e prassi nella società tecnologica, Laterza, Bari, 1978). Si afferma qui l’ipotesi per cui la conoscenza nella società contemporanea si sia trasformata in teoria della scienza o meglio nel metodo della scienza: questa trasformazione è vista come il prodotto di un’evoluzione del pensiero che, partendo dal positivismo, ha progressivamente condotto alla cessazione di ogni forma di autoriflessione sulla conoscenza e sul soggetto conoscente e all’affermazione dell’assunto per cui contano solo i fatti e le relazioni che essi determinano.

A partire dagli anni ’80, la coscienza politica, storica e simbolica che, in varia misura, caratterizza i contributi che vanno da Mannheim al primo Habermas, passando per Scheler, Schutz, Berger e Luckmann, Goffman, sembra svanire. Se, infatti, proviamo a osservare quelli che possono ritenersi i contributi più rilevanti da questo momento in poi, avvertiamo nitidamente il passaggio dalla connotazione più idealista e politica della sociologia della conoscenza a quella più distaccata della sociologia dei processi culturali. La sociologia contemporanea più recente ha un punto di vista in cui due aspetti cardine considerati dalla sociologia della conoscenza come quello delle ideologie e degli intellettuali assumono una rilevanza più limitata. Si coglie, infatti, non solo la fine dell’ideologie, ma anche la transizione degli intellettuali da “legislatori” ossia organizzatori e guide per il popolo, propria dell’età moderna, a “interpreti”, dovuta fondamentalmente a un forte aumento della condizione di incertezza, di insicurezza, nella società contemporanea, in cui il nuovo sapere (idee, teorie, scoperte) non rende il mondo sociale più trasparente, bensì ne altera la natura aprendo nuovi orizzonti.

In questo contesto, una prima prospettivache si afferma è quella della nuova sociologia della conoscenza basta sul cosiddetto programma forte di Bloor(Bloor, D., La dimensione sociale della conoscenza, Raffaello cortina, Milan, 1994): la sociologia della conoscenza deve essere causale, cioè interessata alle condizioni che producono credenze o stati di conoscenza, deve essere imparziale rispetto alla verità e alla falsità, alla razionalità o alla irrazionalità, deve essere simmetrica nel tipo di spiegazione(gli stessi tipi di causa, cioè, devono spiegare le credenze vere e le credenze false), deve essere riflessiva, ossi i suoi modelli di spiegazione devono essere applicabili alla stessa sociologia. Va osservato che, in questo discorso, da una parte il programma forte sostiene che la componente sociale è sempre presente e costitutiva della conoscenza, ma non dice che è la sola componente o che è la componente che deve essere necessariamente considerata come il fattore di innesco di qualsiasi mutamento.

Considerando i più recenti indirizzi di studio della sociologia della conoscenza, si può dunque vedere, come ricorda Coultner(Coultner, J., Mente, conoscenza, società, Il Mulino, Bologna, 1991), che questa disciplina si è progressivamente modificata, sia nei suoi interessi, sia nella sua strategia metodologica: dal primo punto di vista, infatti, essa si è spostata dall’interesse focale delle ideologie e dottrine specificamente politiche, a tutte le creazioni significative e ricorrenti, concettuali o epistemiche, degli agenti umani nei rapporti sociali; dal secondo punto di vista essa si è mossa dalle strategie esplicative causali verso una maggiore attenzione per la logica del conseguimento della “intelligibilità” della vita sociale. Si afferma, dunque, una sociologia epistemica. Nell’ultimo trentennio, il dibattito attorno alla sociologia della conoscenza, al suo status, alle sue tematiche sembra essere meno intenso rispetto al passato; i due sociologi teorici Meja e Stehr (Meja V.-Stehr, N., The Sociology of Knowledge, 2 voll., Edward Elgar Reference Collection, Cheltenham, UK; Northampton, Ma, USA, 1999) considerano l’attuale condizione della sociologia della conoscenza come un “periodo di tarda scienza normale” che è ricco di approcci teorici diversificati, rafforzati da ricerche empiricamente orientate, ma affetto dall’assenza di un affidabile modello di interpretazione. Non ci troviamo più di fronte a ideologie o grandi narrazioni e questa fase sembra il momento delle rappresentazioni sociali e della loro espansione in molte dimensioni microsociali e gruppali, che originano micromondi di senso paralleli di influenza sempre maggiore. Tali dimensioni sembrano l’oggetto privilegiato della più asettica sociologia dei processi culturali e comunicativi. Le rappresentazioni sociali, la riflessività, gli effetti di decenni di attività di modernizzazione nelle società occidentali, sono recentemente esplorati dalle teorie della società del rischio (impostate da sociologi come Beck, Giddens e Lash). Le teorie della società del rischio sono nella loro essenza una sociologia della conoscenza, perché esse interpretano l’attuale condizione sociale del sapere come “campo di conflitti delle esigenze pluraliste di razionalità”(Beck, U., La società del rischio, Carocci, Roma, 2000). Le teorie della società del rischio però capovolgono sostanzialmente il relazionismo della sociologia della conoscenza: mentre quest’ultimo assume che nelle situazioni di classe l’essere determina la coscienza, nelle situazioni di rischio al contrario la coscienza (il sapere) determina l’essere.

Considerando l’evoluzione dei concetti della sociologia della conoscenza non sembra avventato affermare che negli ultimi anni siano state abbandonate le ambizioni dei grandiosi schemi teorici “classici”, e che gli studiosi si siano limitati a indagini più facilmente maneggiabili. Si può però osservare che anche se questo nuovo approccio costituisce un antidoto contro premature generalizzazioni, d’altra parte corre il rischio di banalizzare i discorsi al riguardo. Sarebbe, quindi, importante per gli studiosi contemporanei tornare agli argomenti coraggiosi dei classici della sociologia della conoscenza, costruendo così delle indagini più attente, ma ovviamente tale situazione non dipende solo da sforzi intellettuali, poiché è essa stessa uno sviluppo si lega alle condizioni della società. La società contemporanea è definita come società dell’informazione o società della conoscenza (knowledge-society), perché, mai come in questi anni, questi elementi divengono discriminanti fondamentali della vita di un numero elevato di uomini, ma, in un contesto in cui domina una cultura puramente individualista, edonista e finalizzata solo alla dimensione estetica, si dissolvono le piattaforme di esistenza collettiva, e la riflessione sociologica non prevede un progetto di crescita in termini morali, resta possibile una sociologia dei processi culturali, ma non più una autentica sociologia della conoscenza, condannata ora a un malinconico oblio.

 


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Francesco Giacomantonio

Francesco Giacomantonio è dottore di ricerca in Filosofie e teorie sociali contemporanee e ha conseguito il Master di II livello in Consulenza etico-filosofica. Già docente a contratto in corsi di sociologia dell’Università di Bari, è autore dei libri: Il discorso sociologico della tarda modernità, Il melangolo, Genova, 2007, Minima cura. Lunario del filosofo sociale, Aracne, Roma 2008, Introduzione al pensiero politico di Habermas, Mimesis, Milano, 2010, Sociologia e sociosofia. Dinamiche della riflessione sociale contemporanea, Asterios, Trieste, 2012 (con D’Alessandro, R.), Nostalgie francofortesi. Ripensando Horkheimer, Adorno, Marcuse e Habermas, Mimesis, Milano, 2013, Sociologia dell’agire politico. Bauman, Habermas, Žižek, Studium, Roma, 2014, e ha diretto e curato La filosofia politica nell’età globale (1970-2010), Mimesis, Milano 2013. Ha pubblicato, inoltre, saggi e contributi su volumi collettanei e su varie riviste accademiche, cartacee e online.


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