Goya choc

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Benché una delle sue opere più famose induca al contrario, è piuttosto facile perdere la ragione, o la testa, per Goya. Ho sempre avuto una passione tendente all’eccesso per Goya, una passione smodata per il pittore dei tanti autoritratti e delle pitture nere. Goya è stato un lavoratore instancabile e dalla vita lunga e produttiva fino alla fine, fino alla lattaia di Bordeaux, uno dei suoi ultimi lavori. Sono molti i quadri, le incisioni o i disegni famosi e che colpiscono per un aspetto o per l’altro. La mia passione ossessiva è in particolare per un quadretto di piccole dimensioni (43×30 cm.) che sta al Prado e che a mio modesto parere è il suo capolavoro. È un quadro che la letteratura specializzata spesso trascura, è difficile trovare più di poche righe, non c’è accordo neppure sul titolo. L’unico che lo ha preso sul serio è stato un regista, ma non quello del più famoso film sul pittore spagnolo L’ultimo inquisitore del 2006 di Milos Forman con Xavier Bardem. Si tratta di Trance di Danny Boyle (GB 2013) che lo usa però come puro espediente narrativo per lo sviluppo di una trama fin troppo ricca di colpi di scena, a partire dal furto del quadro appena battuto all’asta. Sia che si sfogli la letteratura recente, Tzvetan Todorov gli ha dedicato una monografia pressoché definitiva, e Marco Belpoliti ha tentato di svelare Il segreto di Goya, sia quella ottocentesca e primo novecentesca, non c’è niente di significativo su quel quadretto. Neppure il critico d’arte e filosofo catalano Eugenio d’Ors, che ha scritto invece El secreto de la filosofía e più di un testo su Goya, vi fa cenno. Neanche un altro grande filosofo spagnolo dell’epoca che gli ha dedicato la monografia forse più acuta, Ortega y Gasset, lo ha menzionato. Niente di niente. Una recente interpretazione di Susanne Schlünder corre sul web, una decina di pagine, ne dà una spiegazione in chiave mistico-religiosa (il cristianesimo, la trinità, l’ascensione), da non escludere, ma non troppo convincente. Ho passato tutta l’estate a farmi mandare vecchi studi su Goya. Mi sono persino imbattuto in un ottimo librino di autore anonimo in francese pubblicato nientemeno che da una agenzia di intelligence internazionale mascherata da scuola di lingue come lo Hyperion di Parigi. Ricordate? Quelli che aprirono succursali in Italia durante il caso Moro, trattarono con Moretti armi provenienti dal Libano, ospitarono presunti o reali grandi vecchi fra i loro insegnanti. Ebbene chapeau! Una lettura, verrebbe da dire, di geometrica potenza. Ma neanche lì alcunché sul Volo delle streghe o sulle Streghe in volo (GW 659).

Si chiama così, è del 1797, lo stesso anno del molto più noto Sonno della ragione, rappresenta una scena notturna difficile da descrivere. Nella parte alta si svolge qualcosa di imprecisato. Tre donne, presumibilmente, anche se quella in primo piano esibisce una muscolatura atletica, quasi maschile, ma nell’angolo acuto descritto dalla linea della schiena e dal braccio destro si intuisce un gonfiore mammillare. Anche le natiche tornite sembrano robustamente femminili. Tre streghe pertanto, a torso nudo, coi cappelli a punta che Goya mette in testa anche ai giudici dei tribunali dell’Inquisizione, sostengono senza fatica il corpo esanime o incosciente di una figura, l’unica di cui si vede completamente il viso, direi senza dubbi maschile. Le sue braccia allargate, che sembrano quelle del condannato alla fucilazione con la camicia bianca e i calzoni gialli del 3 maggio 1808, sono il particolare che ci suggerisce che è ancora in vita, se fosse morto non sarebbero così, e ha le gambe che incrociano le braccia delle due streghe di sinistra. Una di esse, quella che volge le spalle col gonnellino verde, e quella che le sta di fronte sembrano o suggere o insufflare qualcosa nel corpo maschile fluttuante. È una scena che non si capisce se più magica o erotica, religiosa o sacrilega, di sogno o vista realmente. Chi lo sa che ambienti frequentava Goya per rappresentare così spesso sabba notturni e voli magici? È una scena su cui cade una luce dall’alto, ma le figure fluttuanti non hanno ombra, non sono umane. Cerimonia o rito, teatro o recita, qualche dubbio viene fugato se scendiamo a terra. Vediamo cosa troviamo. Distesa vi è un’altra anonima figura maschile, ha il volto rivolto verso il basso e si tappa le orecchie per non sentire qualcosa che non percepiamo. Il ronzio delle streghe, i lamenti strazianti dell’incosciente umano volante ancora in vita? Ma ancora più scioccante è la figura maschile, con imponente ombra nera, che si copre il volto con un lenzuolo bianco trattenuto con una mano destra che pare avere sei dita. Costui ha il coraggio di sostenere il brusio che atterra l’altro, ma non quello di vedere ciò che sta succedendo, sacrificio, gioco erotico o tortura che sia. Non vedo, non sento. Le due figure a terra rompono l’equilibrio danzante delle figure in volo, danno un tono di alta drammaticità alla scena, ci dicono che per gli umani ciò che accade in cielo è insostenibile, è un monito per il loro futuro, anche loro saranno divorati o bevuti con una cannuccia dalle streghe.

 

Oppure non è così. Può darsi che colui che si copre il volto col lenzuolo bianco sia il mago, può darsi che sia lui l’artefice del prodigio, che sia lui che fa la magia di sollevare e mantenere in aria le streghe e la vittima. Finché resta lì, anche le streghe restano in volo, lievi, senza gravità e senza ombra. Comunque sia, una figura non umana, un animale, un asino, una bestia stupida assiste alla scena, muso e occhi rivolti verso il basso, imbucato in una posizione in discesa rispetto al piano degli umani. Il mondo di Goya sembra composto di tre cerchi: in alto il mostruoso stregonesco, benché in questo caso di belle fattezze e sembianze, senza ombra e con il potere sulla vita, in mezzo gli umani che proiettano al suolo la loro ombra, disperati e impotenti, e in basso, in ombra, fuori luce, gli animali timidi ed innocui. La semplice bestia asinina sembra disinteressarsi, ma ha le orecchie ritte, segnala una certa malcelata attenzione ad udire cosa sta succedendo. Troppo facile pensare alla sordità di Goya, che all’epoca della composizione del quadro però, non aveva ancora colpito il pittore di corte, il pittore dei re spagnoli e delle pitture nere della casa del sordo.

Anche confrontandolo con gli altri suoi quadri è difficile trovare qualcosa di simile nell’intera produzione di Goya. Ci sono sabba satanici con caproni giganti, scene di interni carcerari e psichiatrici, angoscianti divinità che divorano i figli, fucilazioni e scene di guerra. E poi gli scherzi, i giochi a moscacieca, i picnick nelle periferie, i venditori di vasellame e le donne vestite e svestite. Ma una scena come quella del volo delle streghe non c’è, nessuno ne ha dato ancora una spiegazione convincente e definitiva, e pertanto rimane misterioso ed ineffabile il cuore e il vero simbolo della sua opera. Goya viene considerato un illuminista che ha aperto l’epoca romantica, un artista in un’epoca cruciale, uno che viene dalla periferia, da Saragozza, ed arriva nella capitale rimanendo dapprima irretito dal nuovo ambiente che successivamente conosce e accetta, ottenendo riconoscimenti e vitalizi. Ortega sostiene che era un sempliciotto geniale, e a me è sempre parsa la migliore definizione non solo di Goya ma degli artisti in generale, anzi forse dell’intera umanità presa in ogni sua singolarità esistenziale o esistentiva. Siamo tutti, democraticamente, sempliciotti di genio. Siamo tutti stupidi e geniali. Stupidi come l’asino e geniali come Goya che orchestra una scena che toglie il fiato, come quando incontriamo la vera bellezza e restiamo scioccati.


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Enrico Petris

Enrico Petris insegna Storia e Filosofia al liceo “G. Marinelli” di Udine, dove organizza le “Lezioni di storia aperte alla città”. È membro del direttivo della Sezione Friuli Venezia Giulia della Società Filosofica Italiana. Ha pubblicato Rosso, nero e Pasolini, Mimesis, 2015


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