JACQUES DERRIDA: PER UNA CRITICA DEL LOGOCENTRISMO

linguaggio

 

                                                                                                         “Checché se ne pensi, il problema del linguaggio

non è mai stato un   problema qualsiasi tra gli altri.”

                                                                                                                              J. Derrida, De la Grammatologie

Se prendiamo in analisi le interviste presenti in Positions, in particolar modo la seconda, Derrida vi espone la sua visione per ciò che concerne la semiologia saussauriana : in primo luogo, la linguistica saussuriana ha esercitato un ruolo critico assolutamente decisivo andando contro-corrente e affermando che “il significato e il significante sono le due facce di una medesima produzione”; inoltre, sottolineando il fatto che il significato non è affatto “fonico” e che il suono, in quanto elemento materiale, non appartiene alla lingua, De Saussure ha contribuito fortemente a purificare il concetto di segno che la tradizione metafisica aveva contaminato. Tuttavia, “vi è un momento in cui Saussure deve rinunciare a tirare tutte le conseguenze del lavoro critico che ha instaurato, ed è precisamente il momento non fortuito in cui si rassegna a servirsi della parola “segno”…” In effetti De Saussure, nel suo Cours de linguistique générale afferma che la lingua usuale non suggerisce nessun altro termine per dire la parola segno, ed è qui che Derrida ci fa notare che la lingua usuale di cui De Saussure parla è quella della metafisica occidentale, che “trasporta un numero considerevole di presupposizioni [...] inseparabili” ; secondo il filosofo algerino, il mantenere la distinzione tra significato e significante (signans e signatum) lascia la possibilità di pensare al segno stesso come concetto, e dunque come privato del suo rapporto con la lingua, in contraddizione con i presupposti che lui stesso (De Saussure) si è dato. La decostruzione del segno sfocia nell’assenza di un significato trascendentale, poiché in effetti ogni significante rinvia ad altri significanti, come quando apriamo un vocabolario : non c’è mai un punto d’arresto. La struttura speculare della linguistica saussuriana porta a valorizzare sia l’aspetto dell’idea (concetto) tramite il significato, sia l’aspetto-” materiale” tramite il significante. Questa distinzione rinvia allora necessariamente al dualismo sensibile/intellegibile, che rappresenta la metafisica classica. D’altronde, Derrida rimarca molteplici contraddizioni nell’opera saussuriana, come l’apparente messa tra parentesi dell’elemento fonetico (“Nella sua essenza, il significante linguistico non è affatto fonico”) che contrasta con altre affermazioni saussuriane, per esempio quando De Saussure parla di un legame naturale tra la voce e il pensiero, o anche quando parla di un pensiero-suono. Sempre in Positions, Derrida afferma : “Il concetto di segno (significante/significato) porta esso stesso la necessità di privilegiare la sostanza fonica e di erigere la linguistica come “modello” della semiologia. Il fonema è in effetti la sostanza significante che si dona alla coscienza come ciò che vi è di più intimamente connesso al pensiero del concetto di significato.”

Il significante, in quanto ciò che significa, è solamente secondo al suono, e attraverso questa “illusione” – come la chiama Derrida, “s’è organizzata tutta una struttura, o tutta un’epoca [...] da Platone a Husserl.” Quest’illusione consiste precisamente nella presenza, nell’apparente prossimità-privilegio della voce al logos. Ma ciò che più conta qui, è la svalutazione della scrittura che De Saussure propone dalle prime pagine del Cours : la linguistica saussuriana va ad escludere la scrittura dal campo della linguistica “come un fenomeno di rappresentazione esteriore, a volte inutile e pericoloso ; De Saussure sostiene dunque una concezione rappresentativa della scrittura ( “Linguaggio e scrittura sono due sistemi di segni distinti : l’unica ragione d’essere del secondo è di rappresentare il

primo.”) e dunque essa è un avvenimento puramente fonetico. È vero poi , come dice Derrida nel secondo capitolo di De la Grammatologie, che questo fatto della scrittura fonetica comanda tutta la nostra cultura e la nostra scienza; tuttavia, c’è sicuramente qualcosa da rimproverare a De Saussure. Sembra, in effetti, che il mal di scrittura saussuriano sia una maniera di limitare la linguistica e di “proteggerla” dalla scrittura. Come scrive Derrida nella Grammatologie : “[...] la scientificità della linguistica ha in effetti per condizione che il campo della linguistica abbia delle frontiere rigorose, che esso sia un sistema regolato da una necessità interna e che in un certo qual modo la sua struttura sia chiusa.” E tuttavia, De Saussure giunge qui ad un’altra contraddizione, poiché il sistema stesso della linguistica è garantito dalla possibilità della scrittura fonetica e dall’esteriorità della “annotazione”! Il peccato della scrittura, è quello di adombrare la vista della lingua; lo stesso De Saussure si esprime dicendo che la lingua “non è un abito, ma un travestimento.” Se riprendiamo Rousseau (che nel Fragment inédit d’un essai sur les langues afferma che “La scrittura non è che la rappresentazione della parola ; è strano che ci sia data pena maggiore nel cercare di determinare l’immagine piuttosto che l’oggetto”) possiamo chiaramente vedere ciò che della scrittura seduce : il fatto che la rappresentazione si allaccia a ciò che essa rappresenta, la scrittura “usurpa” così il ruolo principiale della parola (logos). La scrittura considerata come rappresentazione esteriore del linguaggio “dovrà necessariamente operare a partire d’unità di significazione già costituite e alla formazione delle quali essa non ha avuto alcun ruolo.” In questione qui ci sono le parole dette – e non quelle scritte – e il tipo di scrittura descritto da De Saussure è quella propriamente fonetica, che si conforma alle divisioni empiricamente determinate dalla lingua orale. La scrittura sarà dunque vista come un utensile. Sono evidenti i limiti della linguistica saussuriana : la contraddizione evidente consiste nel fatto che un sistema interno in generale della lingua in generale va a designare i suoi limiti escludendo la scrittura fonetica come esteriorità in generale. In effetti, come può una semplice scienza del linguaggio (definizione saussuriana) avere gli elementi necessari per limitare se stessa? Il gioco fuori/dentro che Derrida sottolinea molto bene ha dei connotati chiaramente metafisici, e l’aver considerato come sola forma di scrittura quella fonetica è un atto che riveste un ruolo capitale : “Se la scrittura non è che la <figurazione> della lingua, si ha il diritto di escluderla dall’interno del sistema [...] come l’immagine deve potersi escludere senza problemi dal sistema della realtà (De la Grammatologie)”. Inoltre, il legare naturalmente il fonema e il senso mostra, in forte contraddizione con gli altri livelli del discorso saussuriano, una psicologia della coscienza, e ciò è di un’ambiguità imbarazzante. Sembra, d’un tratto, che De Saussure voglia dimostrare l’alterazione della parola tramite la scrittura ammettendo al contempo il fatto che “la lingua è indipendente dalla scrittura” (Cours de linguistique générale). La decostruzione derridiana non sarà un modo di scolpevolizzare la scrittura, ma al contrario mostrare perché la violenza della scrittura non sopraggiunge ad un linguaggio innocente. Tuttavia, l’atto di decostruzione del segno non può evitare completamente il contatto con la metafisica, poiché nell’atto stesso noi abbiamo avuto ricorso al linguaggio, che in quanto tale è costituito da elementi metafisici. Ciò, come scrive Derrida, è incorreggibile, poiché non possiamo in alcun modo porre rimedio a quest’incoerenza e “non si può evitare la complicità con la metafisica.” Ma in cosa consiste esattamente la decostruzione? Essa, per dirla con le stesse parole del filosofo algerino, “s’innesca tentando di presentare come primario ciò che la metafisica dice essere secondario” . A partire dalla definizione saussuriana stessa secondo la quale nella lingua non ci sono che differenze, Derrida afferma che questa proposizione non ci dice solamente “di non privilegiare una sostanza escludendone un’altra ma anche di considerare ogni processo di significazione come un gioco formale di differenze. Ovvero di tracce” (Positions). È chiaro che il testo non è nient’altro che il tessuto delle tracce. Il gioco formale delle tracce e delle differenze è chiamato da Derrida différance (termine intraducibile in italiano) e la lingua è un effetto di questo gioco. Nulla precede questa différance, non c’è alcun soggetto agente : si annientano così tutti i dualismi del tipo lingua/parola, codice/messaggio, ecc. In tal senso De Saussure diceva che “la lingua non è una funzione del soggetto parlante.” Ciò significa che il soggetto è iscritto nella lingua, ed egli funziona grazie alla lingua. Egli diviene un soggetto parlante conformando la sua parola con le regole della lingua, che rende allora la parola intellegibile. In Marges, Derrida si esprime molto chiaramente a tal proposito : “[...] bisogna qui lasciarsi rinviare ad un ordine, dunque, che resiste all’opposizione, fondatrice della filosofia, tra sensibile e intellegibile. [...] Non si può mai esporre che ciò che ad un certo punto può divenire presente, manifesto, ciò che si può mostrare, si presenta come un presente, un essente-presente nella sua verità.” La différance si oppone quindi alla concezione di presenza, al cosiddetto logocentrismo ; la différance non è altro che l’alternativa alla metafisica della presenza, alle categorie assenza/presenza. Ciò che essa fa è silenzioso, come d’altronde questa <a> che sostituisce la <e> (i due termini, letti in francese, risultano omofoni). La filosofia di Derrida è tutta improntata ad una messa in questione dell’autorità della presenza. La scrittura non comincia mai, e al contempo essa non finisce mai, malgrado la chiusura della metafisica. Tutto ciò implica una modificazione del concetto di scrittura : non c’è infatti mai stato un linguaggio originario o naturale che non fosse stato toccato dalla scrittura o che non fosse la scrittura stessa. Si parlerà, dunque, di archiscrittura. Essa non si lascerà mai trattare come oggetto per una scienza, poiché essa non sarà mai presente.

La scrittura è innanzitutto rottura , e questa rottura “marca l’impossibilità per un segno, per l’unità tra significante e significato, di prodursi nella pienezza di un presente e di una presenza assoluta (De la Grammatologie). La scrittura è, infine, orfana dalla sua nascita, poiché essa è “abbandonata” dal suo autore. Essa è sempre alla deriva, errante; ed è per questo che comprendiamo i timori e le contraddizioni di De Saussure : la scrittura è scandalosa, innaturale, perversa.


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Artin Bassiri

Laureato in Filosofia ed Economia civile . I suoi interessi vertono prevalentemente sulla filosofia francese del XX secolo.


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