L’arte senza qualità

'All the World's Futures' International Art Exhibition Press Conference

 

 

A rileggere un preciso passaggio dall’Uomo senza qualità, opera monumentale che impegnò Robert Musil dal 1933 alla morte, si è insieme scossi e convinti (seguendo chissà quale recondita scia di motivi) dalla possibile applicazione della riflessione lì contenuta, tanto al tempo cui si riferiva quanto al nostro; il che ci lascia due congetture possibili, o che lo scrittore austriaco sia riuscito a formulare un discorso valido universalmente – ma ciò sarebbe più giusto sostenerlo per il romanzo nella sua incompleta totalità – o che tra allora ed ora, quasi che il secolo breve si stesse rivelando “prolungato”, non sia cambiato poi molto.
«Non mancano né il talento né la buona volontà; è come se il sangue e l’aria fossero cambiati: una misteriosa malattia ha distrutto quella piccola dose aggiuntiva di genialità dei tempi passati; ma ora tutto brilla di novità, e alla fine non si sa più se il mondo sia davvero peggiorato o se siamo semplicemente noi a essere invecchiati. E allora è davvero iniziata una nuova era.»

 

Pur equipaggiati con maggiori disponibilità rispetto al passato, poiché favoriti da una libertà di comportamento e di espressione che non ha avuto uguali nella storia dell’uomo, la nostra nota dominante consiste in un confuso qualunquismo. Riveliamo un’attitudine abilissima a nascondere sotto i luccichii dell’invenzione, solo apparente, l’imitazione di modalità che ci facciano sentire al sicuro, ovvero compresi e comprensibili (un rovesciamento riflessivo, da soggetto a oggetto, del comprehendere etimologico). Un atto di rinuncia e di costrizione, volontarie, che segna interrogativi inquietanti circa il nostro intendere la libertà. Ormai da generazioni siamo i primi ad aver scavalcato le barriere delle ideologie, politiche o religiose che fossero, ad aver contrapposto ai divieti e ai tabù l’orizzonte di un perenne dicibile e mostrabile, a vivere una così intensa promiscuità di culture, a disporre di occasioni immediate di interrelazione: ma qual’è la reale sostanza del nostro agire? L’azione che ci caratterizza è passiva e quasi mai, purtroppo, incisiva o foriera di cambiamenti. Siamo il paradosso di individui che finiscono col subire gli stessi processi di cui sono autori, come se gli effetti, dilagando, divenissero estranei e imperscrutabili.

Il torpore non toglie che al nostro fondo, in modo almeno inconscio, tutti sentano la necessità di una qualche risposta; nel caos dei tentativi messi in atto mi pare che due si incarnino con maggiore frequenza nell’attuale: ovvero l’imbecillità e l’ipocrisia. Simili tra loro ma seguendo percorsi differenti, entrambi i comportamenti hanno come esito un’involuzione rispetto all’assunzione di impegni e di responsabilità – cioè il contrario dell’obiettivo che lo slancio iniziale vorrebbe conseguire.

L’imbecille volgarizza di continuo; cercando di attuare il non senso, l’addormentamento dell’ultimo scrupolo d’umanità, egli opera sul linguaggio una riduzione ai minimi termini: passa dal campionario delle parole sconce e delle bestemmie per giungere all’articolazione definitiva dei suoni sguaiati, il peto, la pernacchia, il rutto, l’urlo. Barbarie della risata attimale, che niente ha a che fare con l’ironia, il rumore assordante intende infine coprire ogni traccia dell’angoscia a noi in sorte. In modo analogo ma con con moto opposto l’ipocrita deruba a piena mani dalla riserva delle parole importanti – confronto, integrazione, sostenibilità, rispetto, correttezza ecc ecc… -   proprio perché non crede a una sillaba di quanto dice. La concreta attuazione dei processi nominati gli pare talmente lontana ed è talmente da lui poco sentita che il bluff di appellarsi ad esse gli si propone quale soluzione a minor rischio di contestazione e a maggior garanzia di consenso.

Notabile come l’imbecillità e l’ipocrisia abbiano trovato un habitat particolarmente fecondo nella dimensione per eccellenza dell’azione, la politica. Si potrebbe ancora supporre che nella cultura, nello specifico dell’arte, la situazione sia sostanzialmente diversa. Non è proprio così. In ogni contesto vi sono eccezioni, accenni che talvolta fanno ben sperare, e qui probabilmente ne contiamo in misura più ampia; ciò non toglie che in generale dominino meccanismi di rifiuto del presente e la rarità estrema degli sguardi addentro alle cose.

A tal proposito tra le strategie poste in atto dagli artisti e dai curatori per rimanere a galla, con il plauso del poco pubblico e dei molti “addetti ai lavori” (è questione oziosa in quanto inestricabile chiedersi chi abbia suggerito l’idea a chi), una delle più ricorrenti agisce come una sorta di ipnosi regressiva, a cui si aggiunge un malcelato ricatto morale: ovvero scegliere un problema che coinvolga una qualsiasi collettività e che sia già risolto o delimitato, confezionarne l’aspetto etico e quello estetico per farlo sembrare nuovo, infine attingere allo stesso tipo di risposte già in atto a livello storico per attribuirsi in maniera sottintesa il merito di una speciale sensibilità sociale. Questo gioco, che ha come fine il non sembrare mediocri in quanto artisti e/o intellettuali, e che nelle sue dinamiche costringe al consenso – a meno di non voler essere additati come anti democratici – non è innocente: poiché nell’illusione che dà di agire rispetto al contesto, contribuisce a un immobilismo reale.

Arriviamo alla la 56. Biennale di Venezia curata del nigeriano Okwui Enwezor All the World’s Future. Nonostante la dichiarazione di intenti l’esposizione procede nel suo complesso verso la direzione appena descritta, al punto che sembrerebbe a lei più attagliarsi il titolo All The World’s Pasts: nella situazione di conflittualità definita nei comunicati “age of anxiety” e rappresentata attraverso una sovrabbondante selezione di opere in realtà quasi non c’è cenno, non diciamo al futuro, ma neanche al presente – responsabilità precipua del discorso curatoriale. Il fulcro consiste di un’arena nel Padiglione centrale dei Giardini, per interventi interdisciplinari a memoria di quanto fu organizzato durante la Biennale nel 1974 come sostegno al Cile sconvolto dal violento colpo di Stato del generale Augusto Pinochet; in tale spazio, attivo e simbolico, tra le varie attività per setti mesi vengono e verranno letti i volumi di Das Kapital di Karl Marx. Quindi? Davvero una versione letterale di una dottrina riferita a una società che pur condividendone alcuni aspetti non è più la nostra può assumere significato concreto? Soprattutto quale sarebbe tale significato? O non finirà tale scelta per rivelarsi come gingillo pretestuoso a fronte di un vuoto di coraggio e di idee? Stupisce oltremodo che all’interno di un percorso così vasto, 136 artisti, quasi non si trovino riferimenti per esempio al consumismo consenziente (e alla mancanza, a sguardo breve, di un sistema alternativo), al dominio dell’economia virtuale, ai vari effetti sul corpo e sulla mente della diffusione delle tecnologie, alla generale incapacità di sostituire alle ideologie dei valori condivisi, alle rivoluzioni cognitive cui ci stanno portando le avanguardie scientifiche, alle nuove forme di propaganda dell’informazione, ai moti paradossali di una globalizzazione che crea insopportabilità tra culture differenti. Preoccupante che persino l’Africa, di cui Enwezor è certo uno specialista, sia rappresentata con riferimenti alla povertà quale orizzonte immutabile; opere di materiali riciclati e riciclati ancora una volta, come se queste terre altro non potessero essere che la discarica di un mondo più ricco. L’errore risiede proprio nella ri-proposizione di forme dialettiche tanto trite, che per inversione non fanno che confermare, e dunque sostenere, la situazione che nelle intenzioni si vorrebbe combattere. Ciò che infine afferma questa Biennale è la docilità a cui la cultura si sta condannando, dinanzi a quella misteriosa malattia presentita da Musil che potremmo provare a definire come perdita del valore umano. È difficile, anzi impossibile, pensare che la situazione possa essere trasformata mirando al già accaduto piuttosto che a quanto accade, alle dinamiche esterne prima che al nostro comportamento.

 

 


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Matteo Innocenti

Critico e storico dell'arte, scrive per alcune delle principali riviste d'arte italiane. Nel tempo ha sviluppato collaborazioni con musei, gallerie e spazi privati; attualmente è curatore indipendente per mostre d'arte contemporanea e responsabile scientifico di una società di comunicazione.


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