Il caso Erri De Luca

Erri de Luca presents Spanish-language version of his book

 

La richiesta di solidarietà avanzata da Erri De Luca agli intellettuali non era una richiesta, era una pretesa, e già questo bastava a squalificarla. Essa inoltre era reazionaria, presuntuosa e fondata sull’ignoranza. Era reazionaria perché presupponeva che gli intellettuali pensino tutti allo stesso modo e, in particolare, abbiano tutti la stessa idea della politica, della libertà e della libertà di parola. Ma soltanto nelle dittature gli intellettuali, o spontaneamente o perché costretti, pensano tutti allo stesso modo. Era presuntuosa perché, avanzandola, egli si paragonava a Gandhi e a Mandela e credeva di avere delle benemerenze tali da meritargli senza alcun dubbio il consenso e il plauso di tutti. Era infine fondata sull’ignoranza perché De Luca mostra di non sapere ciò che la cultura moderna, da Bachtin a Benjamin a Sartre, da Adorno a Banfi, da Freud a Lacan, da Gramsci a Saussure a Contini ha ampiamente messo in luce, e cioè che la cultura stessa è tanto più ricca quanto più procede per differenze e non per identità. De Luca vuole l’unanimità, l’identità, e anche questo è un tratto reazionario. Le lotte di liberazione in India, in Sudafrica e in Italia, che sono state qualcosa di più serio e di più importante della lotta anti-Tav, si sono fondate sull’unità, non sull’identità. L’unità è democratica perché ammette differenze e contrasti, l’identità cancella differenze e contrasti e ammette solo l’opinione e la parola dell’Unico, sia esso un politico o un intellettuale.

Venendo a un aspetto più personale della questione: per quale ragione avrei dovuto sostenere pubblicamente la causa di una persona della quale non ho alcuna stima? Non ho alcuna stima né dell’uomo De Luca né dello scrittore. Dell’uomo, che per tutto il resto sarà certo impeccabile, non mi è mai piaciuto e non mi piace il comportamento anarcoide che, invece che giovare alla sinistra, la danneggia. Quanto allo scrittore, la mia idea della letteratura credo sia opposta alla sua. I romanzieri che stimo e ammiro sono Giorgio Manganelli, Edoardo Sanguineti, Alberto Arbasino e il Nanni Balestrini di Tristano. Nulla a che vedere con i fortunati, tradizionali e mediocri romanzi di De Luca. “Ma De Luca difendeva la libertà di parola, che è di tutti, e correva per questo il rischio di finire in prigione”. Vengo da una cultura e da un partito, del quale non ho mai avuto la tessera, il cui fondatore, Antonio Gramsci, per aver difeso la libertà di parola ha trascorso lunghi anni in carcere. Non ho quindi alcun bisogno di ricevere lezioni dalle cinguettanti Vispe Terese della libertà di parola. Posto che ne avessi bisogno, non mi rivolgerei certo a loro, ma a Maestri come Stefano Rodotà e Wladimiro Zagrebelsky. Quello che nel frastuono mediatico e autopubblicitario pochi sembrano aver capito è che se la tutela della libertà di parola dipendesse soltanto dai comportamenti e dalle opere letterarie di De Luca, come credono le Vispe Terese, allora sì che la libertà sarebbe a rischio. Ma, se altro mancasse, a presidio della libertà di parola ci sono la Costituzione e la Magistratura, che a me ispirano una ragionevole fiducia. Non credo poi che De Luca abbia mai corso un serio pericolo di condanna. I giudici si sono mostrati comprensivi, equanimi e generosi. Aveva buoni avvocati e un’opinione pubblica quasi tutta a suo favore. Il pericolo maggiore che ha corso è stato quello di incrementare la vendita dei suoi non eccelsi romanzi.

Alla mancanza di stima per l’uomo ha portato di recente un notevole contributo la famigerata parola “sabotare”. Dire che quella parola, in quel contesto, non mi è affatto piaciuta, è forse dire poco. Nella lingua italiana il verbo “sabotare” ha un significato preciso, univoco. Significa: “Danneggiare e possibilmente mettere fuori uso un oggetto materiale appartenente a un nemico”. “Sabotare un ponte, una diga, un treno, una caserma”. Soltanto un cattivo scrittore potrebbe usare sintagmi come “Sabotare una donna”, “Sabotare un amore”, “Sabotare lo stato d’animo di un bambino”. Non arrivo a dire che “Sabotare” escluda un uso figurato, ma penso che lo consenta soltanto se chi scrive procede con molta cautela. Dunque “Sabotare il TAV” e ciò che lo riguarda significa danneggiarlo materialmente. Mi pare che De Luca non abbia mai negato il senso letterale della parola. Non ne segue necessariamente che egli abbia esortato concretamente al danneggiamento, anche se ha chiarito assai bene a cosa servono, nel caso, le cesoie. Su tutto ciò, del resto, hanno deciso i magistrati e quindi agli osservatori è consentito solo commentare. Personalmente, sono contento che De Luca non sia finito in galera e credo che non meritasse tale punizione. Forse, da vecchio insegnante, sono incline all’indulgenza.

Alla chiarezza però tengo moltissimo. E osservo quindi che solo un nostalgico dell’azione può pensare che la Val di Susa, i suoi abitanti e gli anarchici che la infestano siano simili all’Italia nella quale i partigiani combattevano contro i nazifascisti, e solo un ex responsabile del servizio d’ordine di un movimento antagonista può individuare il “nemico” negli operai che, volenti o nolenti, lavorano a un’opera contestabile e contestata.

Sia chiaro: è giusto pensare, come anch’io penso, che la costruzione del treno TAV sia inutile, dispendiosa e pericolosa per gli abitanti e per il territorio della Val di Susa. Ma è altrettanto giusto pensare che quegli abitanti e quel territorio si tutelino meglio con la parola che con le bombe molotov. A distanza ormai di anni occorrerebbe poi distinguere nettamente quegli abitanti, che si battono per ciò che è loro, che appartiene a loro, dagli anarchici, che, come sempre, si battono soltanto per provocare caos e che, ben diversi dagli anarchici ottocenteschi, i quali rischiavano la vita, e spesso l’hanno sacrificata, rischiano soltanto qualche mese di galera. Non mi pare che De Luca abbia mai fatto tale distinzione, che è fondamentale e che, essa sì, merita davvero plauso Torna allora la domanda iniziale: per quale ragione avrei dovuto dargli la mia solidarietà?

Un’ultima cosa. Che io non stimi De Luca non significa che lo disprezzi. Il disprezzo va tutto a certi letteratucoli che si sono affannati ad apparire a fianco di De Luca solo per strappare una citazione su un giornale.


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Fausto Curi

Ha insegnato per molti anni, come professore ordinario, Letteratura italiana contemporanea nella Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna. In essa attualmente è professore emerito. Fra i suoi libri si ricordano Struttura del risveglio. Sade, Sanguineti, la modernità letteraria (Il Mulino, 1991), La scrittura e la morte di dio. Letteratura, mito, psicoanalisi (Laterza, 1996), La poesia italiana nel Novecento (Laterza, 1999), La poesia italiana d’avanguardia (Liguori, 2001), Il Critico stratega, saggi di teoria e analisi letteraria (Mucchi, 2006), I sensi del testo (Mucchi, 2010), Piccolo (e molto didascalico) viatico per un'introduzione alla poesia di Sanguineti, (Mucchi 2011),Il corpo di Dafne. Variazioni e metamorfosi del soggetto nella poesia moderna, (Mimesis 2011), Per una teoria della critica (Guida 2012), e la ristampa accresciuta di Struttura del risveglio. Sade, Benjamin, Sanguineti. Teoria e modi della modernità letteraria (Mimesis 2013), Piccola storia delle avanguardie. Da Baudelaire al Gruppo 63 (Mucchi 2013).


'Il caso Erri De Luca' 1 commento

  1. 3 novembre 2015 @ 17:35 Antonello Carta

    Cavolo, però si vede che ne ha letto libri!

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