Walter Benjamin. A Critical Life


 

9780674051867

Finalmente la tanto attesa biografia di Walter Benjamin (Howard Eiland and Michael W. Jennings, Walter Benjamin. A Critical Life, The Belknapp Press of Harvard University Press, Cambridge/Massachusetts – London/England, 2014, pp. 755) è arrivata nel 2014 sugli scaffali delle librerie statunitensi e dei Paesi di lingua inglese; da appena un mese è uscita anche la traduzione italiana per i tipi dell’Einaudi (la principale casa editrice degli scritti del “francofortese” di Berlino).

Non si può dire che l’attesa venga delusa: si tratta, lo diciamo subito, di un lavoro enorme, ricchissimo di riferimenti, capace di rendere gran parte dell’opera e della vita del protagonista, anche grazie all’intreccio, ben indagato dai due biografi, di amici e conoscenti, luoghi e occasioni che rendono assai ricca l’esistenza di appena 48 anni vissuta e sofferta da questo genio inquieto.

Se una critica ci sembra giusto muovere a Eiland e Jennings è il privilegiare troppo spesso il dato biografico a discapito dell’opera, anche condizionando la seconda rispetto al primo. Come ha fatto notare un lucido articolo apparso su “Il Manifesto” nell’ottobre 2015, le stravaganze e le abulie, l’incapacità pratica (nemmeno riuscire a cucinarsi un uovo!) e la “distanza erotica” che sembra frapporre fra sé e le donne che peraltro cerca di amare, sono tutti elementi che dovrebbero avere meno peso. Il concetto di lifework ricorrente nel testo è in contrasto con quello di autore, sviluppato dallo stesso Benjamin nel corso di migliaia di pagine.

Parafrasando Bruce Chatwin, si può ben parlare di elogio dell’inquietudine e dell’irrequietezza a proposito dell’autore dei Passages. Il vivere a Berlino, Mosca, Napoli, Parigi, l’essere difficilmente accettato in ambito intellettuale, rifiutato in quello accademico, il vivacchiare a fasi alterne in quello giornalistico culturale, caratterizza un pensatore attratto da mille interessi. Giorgio Agamben, nella splendida edizione einaudiana di fine anni ‘70 (poi interrotta) del lavoro su Parigi elenca almeno 25 centri d’interesse sui quali Benjamin ha modo di scrivere, riflettere, studiare: dalla città/metropoli alla letteratura tedesca dell’epoca barocca, dal concetto di classe alla fotografia, dai giochi per bambini all’arte visiva, dal cinema alla sociologia novecentesca.

Eppure, appena ha la possibilità concreta di trasferirsi (salvandosi dalla croce uncinata) in Palestina esita, interrompe lo studio dell’ebraico per poi riprenderlo, tentenna. Arriva troppo tardi anche all’appuntamento con l’esilio statunitense, suicidandosi per la convinzione che le autorità spagnole lo avrebbero rispedito nella Francia di Vichy.

La ricerca della dimensione autentica dell’infanzia si ritrova nel concetto da lui sviluppato di denkbild, letteralmente “immagine pensata”, e che si può rendere come “figura del pensato”, come ben traducono gli autori della biografia. La sfera degli affetti, ricercati, coltivati pur con le difficoltà del vivere, si allarga per Benjamin alla famiglia dell’Istituto per la ricerca sociale – malgrado non sempre venga trattato come meriterebbe. Lo stesso Adorno a volte è troppo duro nelle critiche che gli rivolge, mentre Horkheimer nutre una diffidenza simile a quella che investe Habermas trent’anni più tardi (altro protégé di “Teddie”).

Ma Benjamin riesce a mantenere le proprie idee in diverse occasioni: si pensi all’intermediazione che cerca di operare fra l’Istituto e Brecht (inutilmente), o al non condividere le critiche di Horkheimer e compagni rivolte al movimento comunista diretto da Mosca.

Gli undici capitoli identificano assai bene le relative parti dell’esistenza del critico e filosofo berlinese, movendosi fra date (intese come echi della storia, fra Grande Guerra e nazismo, lotta antifascista e crisi del 1929, Guerra di Spagna e Front Populaire) e luoghi (oltre a quelli elencati prima, Capri e Sanremo, Friburgo e Ibiza, la costa danese e Marsiglia), rappresentando le vicende di un grande nomade del pensiero.

Alcuni aspetti del pensiero benjaminiano sono ben colti e sviluppati da Eiland e Jennings. Fra questi il sottolineare la redenzione come avvento della felicità, la dimensione della microanalisi culturale (con il metodo micrologico, le tracce [Spuren]con cui lavorano anche gli amici Bloch, Adorno e Kracauer, pur nelle loro diversità).

Sul piano politico gli autori considerano il protagonista biografico più come un visionario ideologico che come un duro ideologo. Concetti quali fantasmagoria, dialettica della storia, Parigi metropoli d’800 incubatrice del moderno, nulla hanno a che spartire con le rigidità e le classificazioni omicide dello stalinismo e dei ligi accoliti della Terza Internazionale (a cominciare da Togliatti).

La figura di Baudelaire meriterebbe maggiore approfondimento, soprattutto legando il saggio omonimo (apparso in Angelus novus, meritevole raccolta curata da Renato Solmi) con l’enorme cantiere incompiuto di Parigi, capitale del XIX secolo. Non condividiamo la definizione <<più libro che saggio>> riferita al capolavoro del Nostro. Ricordiamo, del resto, come Benjamin si senta profondamente vicino proprio all’autore de Les fleurs du mal.

Non mancano alcune perle interpretative, in un testo di enorme erudizione e profondo acume: uno su tutti l’accostamento della figura fra le più tipiche del berlinese, il flâneur, con quelle degli assistenti di K. nel Castello di Kafka. Analoghe sono, infatti, l’immemore svagatezza, l’incosciente entusiasmo per luci e immagini del vivere, il muoversi come automi in un mondo misterioso. Ci piace concludere proprio su questo punto con le parole di Eiland e Jennings:

Just as the flâneur wanders the Parisian Grands Boulevards, allowing disparate, shocklike experiences to be inscribed on his body even as they resonate in his memory, so the “assistant” type, in a state of intoxication akin to a mystical trance, wanders through the Kafkian universe. In their blithe and groundless transparency, such figures alone seem capable of bringing to consciousness the alternating character of historical conditions. (p. 601)

 

Ruggero D’Alessandro, Lugano (CH), ottobre 2015


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