Rosso, nero e Pasolini


Questo libro (Enrico Petris, Rosso Nero e Pasolini, Mimesis, Milano-Udine 2015.) potrebbe a buon diritto avere un altro titolo, cioè “La gestione politica del terrorismo italiano” se non fosse per il fatto che l’aggettivo “politico” potrebbe lasciare intendere che abbia senso ipotizzare l’esistenza di un terrorismo non-politico, cosa che non è. Tuttavia la questione politica è l’asse portante del discorso che conduce Enrico Petris in questo libro. Infatti, dietro la suggestione del triangolo semantico “Rosso-nero-Pasolini” si manifesta un’idea – guida che sostiene l’intero svolgimento del testo e cioè che la complessa storia del terrorismo italiano sia stata l’effetto di una gestione politica esterna e soggettiva e non dall’intrinseca natura politica dell’azione terroristica. Il punto è questo. Il lettore non deve, tuttavia, aspettarsi che da questa pagine ricompaia la sbiadita figura del cosiddetto “Grande Vecchio” perché il testo di Petris non lascia alcuno scampo da questo punto di vista. Facciamo un esempio, riportando un brano del libro.

In quell’anno, 1974, forse non profeticamente ispirato come si potrebbe pensare, il generale Vito Miceli, a capo del SID, dirà al giudice Tamburino che lo stava interrogando che se finora avevamo visto i neri, ora vedremo i rossi: “Ora non sentirete più parlare del terrorismo nero, da adesso sentirete parlare soltanto di quegli altri. Ed in effetti così sarà, le Brigate rosse erano nate alla fine del 1970 ma uccideranno per la prima volta nel 1974, un mese dopo la strage di Brescia, il 17 giugno quando, dopo una irruzione in una sede del MSI a Padova, un commando di cui facevano parte tra gli altri Roberto Ognibene e Susanna Ronconi, uccise, probabilmente con una vera e propria esecuzione, due militanti, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, che si trovavano all’interno della sezione e avevano opposto resistenza all’irruzione”.

Il ritmo narrativo e la serratezza dei riferimenti che l’autore utilizza per la sua argomentazione sono molto efficaci e costringono il lettore, forse anche psicologicamente, a non lavorare solo (ma anche) con la memoria. Come dicre che leggendo quel brano viene subito da chiedersi come fosse possibile che Miceli avesse una così nitida visione del futuro. Questa è la tecnica di Petris che non lascia neppure spazio all’altro paradigma della lettura del terrorismo italiano, tanto comodo quanto abusato, ovvero quella specie di fabula togata costituita dall’uso dell’espressione“opposti estremismi”. Infatti ,utilizzando I ragionamenti contenuti nel libro viene anche da chiedersi “ …Ma chi è che li oppose quegli opposti estremismi?”. Ma non è l’unica domanda che Petris lascia comparire non tanto nascostamente fra le pieghe delle sue pagine. Parlando di Miceli, per esempio, e leggendo l’impressionante serie di sentenze passate in giudicato – non dunque illazioni o ipotesi suggestive formulate dalla mente dell’autore – sovviene una terza espressione. Forse quella che si salva di più ma che non dice tutto.

Si è, infatti, fatto spesso ricorso al concetto di “servizi deviati”. Giusto; solo che poi non si è mai detto con chiarezza, né in sede di saggistica, né tanto meno in quella manualistica, da chi fossero deviati i “servizi deviati”. Bene, il libro di Petris indica con semplicità e sostenuto ancora una volta da un sistema di riscontri rigorosissimamente oggettivi, che il soggetto in questione si chiama” sistema politico – amministrativo della Repubblica Italiana”. Non siamo davanti a una strategia della tensione che si auto genera per la ferocia ideologica dei suoi protagonisti; con questo libro siamo messi davanti ai soggetti materiali della strategia stessa; non con idee, ma con oculati gestori di idee, se così possiamo dire. Così, compare lo sfondo concettuale del cosiddetto “Terrorismo di Stato” che però ora , nelle pagine di questo libro, assume il suo peso storico, dunque la sua dignità concettuale, e non quel profilo semplicemente e forse anche comodamente ideologico con il quale si è quasi sempre anestetizzato il problema. Compaiono i fatti circostanziati con i loro collegamenti, compaiono le date, i soggetti, compaiono i nomi. Ecco, basta dire “i nomi” e si pensa a Pasolini. Inevitabile, non solo perché l’ “io so i nomi” è un richiamo pasoliniano ma anche perché alla fine dei conti Pasolini fu l’unico che gettò lo sguardo laddove tutti i responsabili della politica avrebbero dovuto guardare.

Ora, che si stia ripercorrendo in questi mesi un revival pasoliniano (e un po’ pasolinista) può anche aiutare, che il quarantennale della sua morte ci richiami a una riflessione su quel che ormai è assunto come un delitto politico, va anche bene. Tuttavia l’azione intellettuale che Petris rivendica alla figura di Pasolini non è per niente da revival. E’ da filosofo della storia. Forse lo stesso Petris non condividerà questa tesi ma così è; ed è così perché il Pasolini di questo libro non è ne’ un gattaccio di strada né un avulso predicatore di verità inascoltate. Il Pasolini chiamato in causa nel libro è, esattamente, l’autore di un sguardo sulla condizione umana, lo sguardo di chi si è imposto di non avere paura, di dire liberamente (siamo nel 1964), stando a sinistra, così: “Ritengo valido l’insegnamento del vangelo come paradigma del sapere assoluto”. Non è un’affermazione leggera, filosoficamente parlando. E’ con questo Pasolini, forte, maturo capace di articolare un critica serrata alla condizione storica della Politica, che Petris fa i conti in questo libro.

Infine l’angolazione nord-est. Si tratta di una novità particolare nel panorama editoriale, avvezzo a ospitare su questo argomento letture alquanto de regionalizzate. Invece Petris lavora partendo proprio da un contesto geografico ben preciso e suggestivo e cioè la regione di estremità italiana, quella che per quarant’anni aveva costituitola frontiera con il comunismo più vicino, se così possiamo dire, cioè il Friuli-Venezia Giulia. I primi due capitoli del libro presentano , infatti, la prima vera ricostruzione degli eventi terroristici che hanno riguardato la giovane regione Friuli – Venezia Giulia. Questa regione è stata al centro di trame calde e oscure allo stesso tempo (una specialità tutta italiana) prima per le questioni di confine con la Jugoslavia e per il ritorno di Trieste all’Italia e subito dopo per l’organizzazione della rete “Stay behind-Gladio”. Petris ci fa vedere come è in questa regione si verificarono, ancor prima dell’inizio della stagione stragista, i primi attentati ai treni. Quello di Tarvisio-Valbruna del 1961, per esempio, avrebbe potuto provocare una strage se il “Romulus” non fosse stato in ritardo e quindi bloccato prima di transitare sui binari divelti dall’esplosione. Il Friuli Venezia Giulia, e Trieste in particolare, entrano poi nella lunga serie di eventi terroristici che anticipano e annunciano l’inizio storiograficamente assunto per la stagione italiana degli “anni di piombo” , e cioè l’esplosione di una bomba alla Banca dell’Agricoltura di Milano, il 12 dicembre del 1969. Fu prima, infatti che si registrò il fallito attentato alla scuola slovena dei primi di ottobre del 1969. Da lì, poi, molte cose presero corpo, fino a legami non del tutto conosciuti al grande pubblico, fra certe stragi e certe circostanze, tutte da scoprire leggendo il libro, ovviamente.

I limiti del libro, se di limiti si vuole andare in cerca, stanno nel fatto che non è esattamente un libro per letture rilassanti o per post adolescenti che volessero un’infarinatura su una stagione della storia repubblicana. E’ un libro che costringe il lettore a concentrarsi su fatti, episodi e collegamenti tutt’altro che disponibili alla modesta memoria comune della quale possiamo disporre in questi tempi di oblio.

 

Rcensione di Pierluigi D’Eredità


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