Sui vini veri e falsi

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Il vino, per l’economia agroalimentare italiana, è una delle risorse più importanti e pregiate. Complice la sempre maggior attenzione che – almeno in Europa – si pone alle questioni dell’alimentazione, della tutela del consumatore, dell’agricoltura sana e sostenibile e della produzione corretta dei cibi, ogni notizia di contraffazioni, sotterfugi e adulterazioni che riguardino il comparto alimentare suscita sempre costernazione e preoccupazione. Non stupisce dunque che abbia ricevuto un’ampia eco lo “scandalo” del Souvignon contraffatto che ha colpito alcuni produttori vitivinicoli del Friuli Venezia Giulia, regione che fa del vino di qualità uno dei suoi motivi di orgoglio e uno dei suoi principali volani economici e turistici. In pratica, un brillante chimico sui generis ha inventato un qualche tipo di sostanza capace di esaltare alcune caratteristiche di questo vino migliorandone la qualità complessiva: detta sostanza, addizionata al vino, è in sé del tutto innocua (niente a che vedere col ben più grave scandalo del vino al metanolo che negli ottanta provocò la morte di 23 persone), ma certo non è ammessa dai severi regolamenti delle D.O.C. della regione. La questione si fa più tecnica: se si trattasse di un nuovo tipo di lievito l’illecito sarebbe molto meno grave dell’ipotesi che invece siano stati addizionati al vino degli aromi alimentari (in pratica, un lievito è capace di estrarre dalle uve solo le caratteristiche che esse già possiedono, e quindi la sua influenza sul risultato finale, per quanto importante, è limitata, mentre con gli aromi si può tranquillamente replicare il miracolo delle nozze di Cana senza l’ausilio della fede).

Sarà il giudice a decidere cosa veramente è successo e a stabilire le responsabilità dei soggetti coinvolti nella vicenda, e sarà il mercato a sancire quanto questo brutto episodio influenzerà l’economia e l’immagine del Friuli Venezia Giulia. L’aspetto che invece attira maggiormente il mio interesse è, per così dire, un corollario della vicenda principale. Alcuni dei vini implicati nella vicenda, infatti, hanno ricevuto prestigiosi premi internazionali e ottenuto vittorie a livello mondiale nelle competizioni dedicate, trionfi dei quali le case produttrici ancora si fregiano sui loro siti. Pare che tutta la vicenda sia partita proprio dall’invidia suscitata da questi riconoscimenti presso produttori concorrenti, che – avendo visto crollare le loro quote di mercato a favore della concorrenza truffaldina – hanno spifferato tutto alle autorità. Questa faccenda dei concorsi tra i vini porta in gioco ancora una volta la questione dell’expertise, delle competenze e dell’autorevolezza di chi giudica di vini. Negli ultimi anni infatti il mercato del vino ha conosciuto un destino simile a quello dell’arte, laddove l’importanza dei critici e degli esperti è cresciuta esponenzialmente: una buona o una cattiva valutazione di un vino fatta da un sommelier autorevole può sancire il successo o il fallimento di un produttore, e determinare la variazione di prezzo di una singola bottiglia anche di alcune migliaia di euro (ovviamente questo non è il caso dei Souvignon friulani). Anche per i vini, come per l’arte, esiste un fiorente mercato dei falsi, falsi che vengono contraffatti proprio basandosi sui criteri valutativi dei cosiddetti esperti.

È celebre il caso di Rudi Kurniavan, che era diventato un sommelier quotassimo e un grande collezionista di vini: il New York Times lo aveva definito “una vera biblioteca del gusto”, tanto alta era la sua reputazione. Ebbene, nel 2012 si è scoperto che Kurniavan altri non era che un abile falsario, che “fabbricava” bottiglie importanti mescolando tra loro vini di qualità inferiore, contraffacendo le etichette o riutilizzando bottiglie usate. Il tutto poi otteneva l’imprimatur derivantedella sua autorevolezza come esperto di vini. Il segreto di Kurniavan, che poi è lo stesso dell’enologo friulano, è di essere in grado di produrre un simulacro di vino. Questo termine va inteso in senso tecnico-filosofico: il simulacro infatti non è una copia più o meno riuscita di un modello originale, ma un’apparenza creata apposta per ingannare uno sguardo esperto. È il problema sollevato per la prima volta da Platone nel Sofista, che non cessa di far sentire i suoi effetti paradossali ancora oggi. Quando non ci sono criteri di giudizio oggettivi, come avviene per l’appunto nel campo del gusto, non possiamo che affidarci alla competenza degli esperti, che stabiliscono gli stessi criteri in base ai quali formulano i loro giudizi. Ma quello che per loro è un metro di giudizio, per il falsario è un criterio di produzione: esso cercherà di ricreare artificialmente quei requisiti che rendono un prodotto “autentico”, che garantiscono un attestato di qualità e valore. E quando questo sistema di giudizio cambierà (in base alle mode o ai mutamenti nel gusto di una cultura), i falsari si adatteranno a produrre in altro modo, aggirando e facendosi beffe delle sicurezze degli esperti.

Sarebbe sbagliato pensare che sia sufficiente andare in direzione di una sempre maggiore scientificità dei criteri di giudizio o di controllo, mentre sarebbe auspicabile un depotenziamento della figura auratica del critico, che spesso diventa più importante dei prodotti che è chiamato a giudicare. Il cortocircuito tra mercato e critica (in un prodotto, il valore è qualità intrinseca e di conseguenza economica – e viceversa) ha determinato il terreno ideale per fare prosperare le figure dei falsari, siano essi personaggi quasi romantici come Elmyr De Hory o più prosaici come l’enologo friulano. Si tratterebbe di smettere di affidarsi ciecamente a questa ambigua accoppiata, e ricordare la vecchia lezione che Carlo Ginzburg impartiva in Miti emblemi spie, a proposito della presenza sottovalutata nella nostra cultura di un modello epistemologico da lui chiamato “paradigma indiziario”: “il rigore elastico del paradigma indiziario appare ineliminabile. […] Nessuno impara il mestiere del conoscitore o del diagnostico limitandosi a mettere in pratica regole preesistenti. In questo tipo di conoscenza entrano in gioco (si dice di solito) elementi imponderabili: fiuto, colpo d’occhio, intuizione.”


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Damiano Cantone

Damiano Cantone (Udine 1977) ha insegnato Storia dell’Estetica presso l’Università degli studi di Trieste. Si occupa dei rapporti fra cinema e filosofia, con particolare attenzione al lavoro di Gilles Deleuze. Ha pubblicato, fra gli altri, interventi su Deleuze, Lyotard, Hitchcock, Cronenberg. Tra le sue pubblicazioni recenti ricordiamo I film pensano da soli (Milano 2013) È traduttore e curatore di numerose opere del filosofo sloveno Slavoj Zizek; è redattore della rivista “Aut Aut”.


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