LA FOTO DEL MORTO

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1 – Svelamento-certificazione
“Abbiamo la foto del morto?”. Era questa la prima domanda che si sentiva rivolgere dal suo capo il giovane cronista che rientrava dal luogo del “fattaccio”. La nera! La nera! Che si trattasse di un incidente stradale o di un omicidio era lì che dovevi farti le ossa. Ma mentre ti accingevi a scrivere il tuo pezzo sapevi che sarebbe stata fatica sprecata per la tua formazione e la loro soddisfazione, se mancava la foto del morto.
Non è cambiato molto nei giornali: la foto del morto è ancora una priorità, anche se quando è stata impaginata a corredo della notizia, che arriva in edicola già vecchia, su quella foto si sono probabilmente posati migliaia di sguardi. La foto del morto è riconoscimento certo, oltre ogni possibile trappola del refuso o dell’omonimia: è lui, è proprio lui.
La verità sta nell’immagine, caro Platone, te lo direbbe un qualsiasi caporedattore. Fattene una ragione. Noi della generazione X ce la siamo fatta tutti definitivamente (nonostante i gruppetti di complottisti) da quello scatto e quelle brevi sequenze che immortalavano i primi passi sulla Luna di Armstrong e Aldrin il 20 luglio del 1969. Quanti “dubitatori metodici” si sarebbero fermati al dubbio senza quelle immagini? Baudrillard diceva che in fondo le foto sono come le ombre platoniche proiettate sulle pareti della caverna. Ma chi può negare la funzione veritativa della foto di cronaca, della cronaca che si fa storia, dopo le foto delle ombre di Auschwitz?
Anche la verità della tragedia quotidiana che si consuma tra fondali marini, spiagge e fili spinati sta nell’immagine del piccolo Aylan. Soprattutto da quando quell’ immagine (diversamente da altre analoghe che hanno riempito la Rete) è arrivata sulle prime pagine di molti giornali internazionali, che hanno potuto così confermare l’autentica funzione residua della vecchia stampa rispetto alla Rete: quella notarile.
Allo stesso modo, l’orrore jihadista sta nelle foto e nei video delle decapitazioni che ci recapitano i terroristi dell’Is, figli del radicalismo iconoclasta che confezionano alla perfezione l’immagine.
Poi, mentre maneggi parole come verità, realtà, che sono il totem della tua etica professionale di giornalista, c’è qualcosa che si insinua nei pensieri, fino a farti riflettere sull’ipotesi che una foto-verità, come quella del piccolo Aylan, potrebbe addirittura “nascondere” la realtà. E se si trattasse solo di certificazione, documento destinato a finire in archivi cartacei, digitali e neuronali come qualsiasi altro? Se la totalità rappresentativa di quell’immagine inducesse una forma di cecità, una volta uscita dal flusso? Se avesse avuto ragione il “platonico” Baudrillard quando sosteneva che quando tutto il reale si converte in immagine è quasi sempre a costo della sua scomparsa? Idee balzane di un postmoderno dimenticato?
Il giornalista, cresciuto a documentabilità, “aderenza ai fatti”, rappresentazioni verbali e iconografiche “veritiere”, fa fatica. Ha più domande che risposte. Ma cova il sospetto di lavorare all’interno di un enorme reparto di terapia intensiva, maneggiando solo strumenti anestetici nella cura del “dolore del mondo” che quelle immagini restituiscono.

2 – Scandalo
Ida Dominijanni sull’Huffington Post ha parlato di “immagine al posto della cosa”. Lamentandosi del fatto che la foto del corpo senza vita del bimbo sulla riva di Bodrum ha rapidamente sopravanzato il dibattito sui fatti che quella foto restituisce. “Lo scandalo non è la foto – osservava Dominijanni – , è il cadavere; non è averla pubblicata, è disquisire dell’etica della comunicazione invece, o prima, che dell’etica della guerra e della spietatezza delle politiche sui migranti”.
È vero, è scandaloso disquisire sull’etica della comunicazione (oltretutto si tratta di un dibattito che al tempo dell’autocomunicazione ha meno senso e ci porterebbe altrove). In ogni caso, per restare brevemente al dibattito che Dominijanni respinge, lo scandalo non può essere la pubblicazione di quella foto o altre analoghe, perché è la comunicazione stessa ad essere essenzialmente scandalo quando è efficace. Nel senso etimologico originario di “inciampo”, “interruzione”. Nel flusso indistinto delle informazioni che ci travolgono, lo sguardo, l’attenzione, devono inciamparsi, subire un’interruzione della routine, della percezione distratta.
In parte ha ragione Dominijanni: la “cosa” è la spietatezza delle politiche sui migranti. La “cosa” sono centinaia di corpi come quello di Aylan, ma invisibili, in fondo al Mediterraneo. Ma proprio per questo dire che lo scandalo è il cadavere, quel cadavere, significa precisamente parlare di quell’immagine. Lo scandalo – per restare al ragionamento della commentatrice, ma rovesciandolo – è quella foto. Non tanto in senso etico-deontologico , ma perché rivelatrice della “cosa”, portatrice di quel riconoscimento di mille altri corpi. “È lui, è veramente lui, il morto nell’incidente stradale. C’è la foto”. “È vero, è proprio vero che i bambini muoiono per fuggire delle guerre e dalla fame. C’è la foto”.
La foto è scandalo in quanto ci mostrerebbe la “cosa”, la tragedia che si consuma da molto tempo prima dell’esodo dei “richiedenti” e si consumerà per molto tempo ancora. Ma come fa? E perché proprio quella? E perché proprio (o solo) ora?
Lo scandalo è la foto, ma come ciò di cui fa parte (la comunicazione) potrebbe rivelarsi solo un inciampo, un’interruzione emotiva.
3 – Mobilitazione
Nell’espressione “mobilitazione della coscienza” è la parola coscienza a far la parte dell’intruso. La pubblicazione della foto di Aylan e i commenti di accompagnamento che ci invitavano a “guardare”, a “non voltarci dall’altra parte” di fronte alla tragedia, sono piuttosto una chiamata alla mobilitazione emotiva, come sembra suggerire anche un’analisi dell’”improvviso” apparire di quell’immagine-risveglio in un contesto, una “cosa”, da tempo sotto gli occhi del mondo, ma evidentemente non abbastanza “a fuoco”.
È la confezione dell’immagine che mobilita le “coscienze” (le emozioni, i sentimenti…) e persino le cancellerie. Nel duplice senso del medium che la ospita e della “qualità” dello scatto o della sequenza. Solo poche ore prima della pubblicazione delle immagini di Bodrum sulle prime pagine dei grandi giornali internazionali, giravano in Rete immagini non meno drammatiche di cadaveri di altri piccoli migranti gettati su altre spiagge. Si vedeva un bambino molto piccolo con il pannolino gonfio d’acqua; e poi una bambina più grande, morta composta, nel suo vestitino a pois, con le braccia aderenti ai fianchi, che nemmeno l’ultima debole risacca era riuscita a staccare.
Perché si è atteso un altro bambino, Aylan, e un’altra spiaggia, Bodrum, per farne la potente icona dello “svelamento” della tragedia? Perché solo la foto di Aylan è uscita con quella forza dalla Rete (dove tutto è “vero”, anche l’inverosimile, ma non sempre abbastanza certificato) per finire sulle copertine e nelle breaking news dei network televisivi?
Provo a cacciare il primo istintivo pensiero che mi porterebbe su terreni troppo sdrucciolevoli come quello di “inconscio collettivo” (il viso di Aylan affondava nella sabbia, gli altri bambini erano supini e ci “guardavano”).
La successione cronologica degli scatti e la pubblicazione che svela e “mobilita” ci potrebbero far pensare a una casualità dell’emergere dello scandalo (inciampo, interruzione) nel flusso di notizie e foto-notizie. Ma anche a una scelta, confermando la (pre)potenza dell’immagine rispetto alla “cosa”: la foto di Aylan è sicuramente più mediatica. Chiama, appella, ti fa inciampare.
Innesca l’azione mobilitante dei media che ti chiamano a “guardare in faccia la realtà”, una realtà che nell’inciampo ha le sembianze del cadavere di un bambino “altro” ma uguale ai “nostri” nell’immagine, ormai definitivamente e tragicamente separata dalla sua realtà, quella di quando era vivo. A Kobane.
Lo “scandalo” comunicativo, quando è buona comunicazione, non abbandona l’immagine al suo silenzio. La inserisce in un gioco iconico-linguistico che spesso si rivela di grande efficacia. Così, in Italia per esempio, se La Stampa ha accompagnato la foto con il titolo “Su quella spiaggia muore l’Europa”, Il Manifesto ha confermato un talento assoluto nella confezione delle prime pagine, dove il gioco iconico-linguistico è determinato a priori da una “gabbia” grafica che prevede sempre una grande foto sovrastata da un grande titolo-slogan. Nel caso specifico sopra l’immagine in primo piano del cadavere di Aylan, campeggiavano le parole “Niente asilo”, garantendo un effetto spettacolare grazie a quel doppio senso che faceva inciampare e oscillare lo sguardo tra la sintesi semantica e i dettagli della foto (sarebbe andato con quelle scarpette e quella maglietta all’asilo, dopo aver ottenuto Asilo?). Avvezzi alla pragmatica linguistica, al Manifesto sanno “fare cose con le parole”. E se anche un foglio così politico e così sensibile e documentato sul dramma epocale dei migranti opta per un atto linguistico di risveglio-mobilitazione molto poco politico e molto emotivo (oltre che “spettacolare” al massimo grado), questo apre interrogativi sul destino è la durata della mobilitazione stessa.
Naturalmente per celebrare l’evento di un’immagine epocale, c’è chi ha pubblicato online una “gallery” di foto “che hanno cambiato la percezione del mondo”. Tra queste le la foto storica della bimba in fuga, bruciata dal napalm in Vietnam, che non sembrerebbe aver cambiato la percezione del mondo da parte degli americani nei decenni successivi.
Forse ci voleva un tecnico dell’immagine, il photo-editor Christian Caujolle, per ragionare oltre la retorica e i buoni sentimenti sugli effetti politici e di “mobilitazione delle coscienze” di quello scatto a Bodrum. “In questi tempi dalla velocità incontrollata, con le migliaia di immagini che sono arrivate dopo quelle drammatiche del bambino siriano – ha scritto Caujolle su Internazionale -, ho paura che queste fotografie saranno presto dimenticate. In modo vergognoso e inquietante. Ancora una volta questo probabile oblio ci deve far riflettere sulla nostra relazione con la memoria e quindi con la storia”.

P.S. Secondo molti osservatori internazionali i flussi migratori non solo potrebbero durare 20 anni (come ha previsto il Pentagono) ma diventare molto più imponenti e drammatici per la fuga dalla fame. Vale a dire per effetto di quel fenomeno neocolonialistico conosciuto come Land grabbing (usurpazione delle terre) che sta cacciando dalle loro terre decine di milioni di persone solo nell’Africa subsahariana. La “mobilitazione delle coscienze”, troppo assorbita dalle foto choc, si limita all’attivismo di alcune ong come Oxfam.


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Marco Pacini

Caporedattore centrale del quotidiano Il Piccolo di Trieste. Per 20 anni ha lavorato al Gazzettino, prima come cronista politico e autore di inchieste, poi come caposervizio. È stato collaboratore di Repubblica e in modo occasionale di altre testate tra cui la rivista filosofica aut aut. Nel 2005 ha ideato il progetto “vicino/lontano – identità e differenze al tempo dei conflitti”, che comprende alcune iniziative culturali, la più importante delle quali è l’omonimo festival che si tiene ogni anno a Udine nella prima metà di maggio. Ha curato e introdotto alcune pubblicazioni tra le qualiIl diritto e il suo rovescio di Carlo Galli. Dirige una collana di saggi brevi edita da Forum-Editrice universitaria udinese


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