Gli uomini proibiti

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Il celibato dei preti è una finzione sociale inscenata in origine per imitare la figura del Cristo, “eunuco per il regno dei cieli” (Mt 19,12). Ma, curiosamente, il matrimonio in origine non era vietato, a patto che la continenza garantisse una perfetta dedizione alla Chiesa, in un unico corpo con Cristo. Il vero obiettivo dunque era quello di annullare l’esperienza della paternitàai sacerdoti della Chiesa cattolica, e non impedire le gioie della sessualità e dell’amore fisico. Il prete non deve riprodursi; il Figlio di Dio purtroppo non è il figlio dell’uomo. La sua rivelazione avviene nell’eterno mentre gli esseri umani sono disposti a privarsi del proprio futuro per donarlo alle proprie creature.

Nel mondo sono più di 120.000 i preti che abbandonano il sacerdozio per farsi una famiglia o che hanno una donna segreta. La filmaker e ricercatrice Angelita Fiore, al suo esordio dietro la macchina da presa, ha realizzato Uomini proibiti, il primo documentario che racconta le scelte sul celibato, sulla famiglia, sui figli dei preti e sulle loro compagne, più o meno nascoste, più o meno accettate dal tessuto sociale in cui vivono. Come racconta la regista: “Nella Chiesa cattolica romana l’amore tra un prete e una donna è severamente vietato, soprattutto in Italia, patria del Vaticano dove, tra gli ecclesiastici, vige la regola della castità. Non sempre, però, la promessa del celibato viene rispettata e spesso nascono amori proibiti e relazioni clandestine. Di fronte al bivio ‘o la donna, o il sacerdozio’ alcuni preti scelgono l’amore per la propria compagna, riconoscendole un ruolo fondamentale nella loro vita; altri non si sentono pronti a rinunciare alla vocazione e, pur di continuare a esercitare il ministero sacerdotale, sono disposti a vivere in segreto la propria sessualità e le relazioni sentimentali. È un fenomeno in continua espansione in tutti i paesi cattolici”. Il documentario di Angelita Fiore segue alcune storie di donne e di uomini che si amano o che si sono amati anche se il loro amore è un peccato vergognoso. La narrazione entra nei sentimenti delle persone e indaga sul senso di disagio e di frustrazione che le regole imposte provocano. Il senso di colpa e anche il terrore al cospetto di Dio segnano le vite di molti sacerdoti. La vergogna, la paura del giudizio altrui e la solitudine pervadono l’esistenza delle donne che amano quei sacerdoti. La Chiesa, tutt’oggi, non è intenzionata a rivedere la regola del celibato e ad aprirsi ai preti sposati;
inoltre, nel rito cattolico romano è assolutamente
vietato infrangere la promessa di castità. Per questo motivo la paura che la propria relazione possa venire scoperta, e quindi osteggiata, spinge molte “coppie proibite” a rimanere nell’anonimato a vivere una vita di solitudine e menzogna nei confronti della comunità in cui vivono.
 Nel filmla regista ci presenta donne e preti disposti a esporsi e a combattere per la libertà di poter amare, non solo spiritualmente ma anche fisicamente. Il documentario si struttura attraverso interviste e racconti e fa uso di immagini d’archivio che ricordano il passato dei personaggi protagonisti come il matrimonio o il rito dell’ordinazione sacerdotale, la vita nelle missioni brasiliane, l’attività parrocchiale ordinaria. Contemporaneamente lo spettatore si addentra nella vita religiosa quotidiana dei personaggi, dentro le diverse collettività cattoliche. Il ritmo delle immagini è scandito da una serie di telefonate registrate tra un prete e la sua (ex)compagna. Voci spezzate, parole non dette, rabbia e senso di abbandono emergono dai dialoghi tra l’uomo e la donna che non hanno la forza di mostrare il loro volto e ci parlano di loro solo attraverso la mediazione dell’apparecchio telefonico.

Attorno al tema principale del rapporto tra amore terreno e celibato ecclesiastico – sviluppato attraverso il racconto di tre nuclei familiari – convergono diversi elementi di riflessione:

l’amore segreto tra un prete e una donna; l’incapacità del prete di scegliere “o la donna o la

vocazione”; le difficoltà relazionali con il sesso femminile e la propria corporeità; l’educazione dei giovani seminaristi; l’essere figli di un prete.

E le donne? La figura dirompente di Maria con il bambino in grembo pervade da sempre l’immaginario occidentale, ma lo sfondo su cui si staglia è fisso e impenetrabile. Il lavoro coraggioso di Angelita Fiore termina annunciando la richiesta di abolizione del celibato che ventisei donne prima e, successivamente, un gruppo di preti sposati hanno fatto a Papa Francesco più di un anno fa, senza, per ora, avere ricevuto alcuna risposta.

L’ascetismo entropico del prete era ed è orientato escatologicamente. Il mondo finirà, l’apocalisse è già rivelata, l’inizio e la fine sono già tra noi: questo è il messaggio che il prete deve veicolare, un’immagine irrimediabilmente mortale. Il servo di Dio isolato in un’eterotopia di dominio, che vive come se nulla possa mai cambiare, è ormai un archetipo. La rivelazione teologica è infatti il fondamento di un ordine inavvicinabile dall’uomo, e lo scandalo dell’infante indomabile, il bambino, va controllato e ritualizzato: battezzato. Il ministro della Chiesa non può confrontarsi interiormente con il “nuovo”. La filosofia, l’amore per l’ignoto, si trasforma da sempre in teologia immobile, e l’amore di Cristo si mimetizza nel dogma di un mondo amministrato. (Si veda, in tal senso il commento di Boris Groys alla politica di Walter Benjamin in relazione al conflitto tra religione e filosofia, in Boris Groys, Introduzione all’antifilosofia, Mimesis, 2013).


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Sara Martin

Sara Martin è dottore di ricerca e assegnista presso l’Università degli Studi di Udine. Insegna Storia e Tecnica della Televisione e dei Nuovi Media presso il Dams dell’Università degli Studi di Udine. È caporedattore del semestrale “Cinergie. Il cinema e le altre arti” e nel comitato scientifico-organizzativo di Filmforum . Ha pubblicato saggi e articoli su volumi e riviste nazionali e internazionali. È autrice del libro Scenografia e Scenografi (Il Castoro, Milano, 2013) e del libro Gino Peressutti. L’architetto di Cinecittà (Forum, Udine, 2013).


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