Danza terapia, quando l’armonia non è estetica

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Il tema della danza in Europa evoca, soprattutto nella tradizione, la danza classica che è leggerezza, verticalità, una femminilità aerea e leggiadra ma forgiata da ferrea disciplina, da privazioni nel corpo ed esercizi massacranti. Questa dicotomia racconta la concezione della bellezza come armonia ma anche artificialità, negazione della carnalità e una profonda dualità di impianto platonico-cartesiano – e per certi versi anche aristotelico – a vantaggio del cielo rispetto alla terra; a favore dell’anima e della mente rispetto al corpo.

In relazione alla danza e alle danze così concepite, vicine e lontane come quella stessa araba o indiana, la danza terapia rovescia tale concezione come sottolinea Laura Sales – insegnante di danza terapia e regista di teatro danza – curatrice dell’opera La geodanza: danza movimento bio-energetico. Un viaggio tra conscio e inconscio (di prossima pubblicazione).

L’incontro sorprendente con questa disciplina mi ha svelato che esiste una ricerca di armonia pur diversamente intesa. Non è un caso che questo tipo di danza abbia un effetto sorprendente soprattutto sui bambini, in particolare quelli affetti da sindrome Down che nella danza acquistano una singolare armonia, impensabile se li si nota muoversi nella vita quotidiana. L’elemento vincente è che la danza terapia offre a ciascuno la possibilità di cui ha bisogno e non parte da un paradigma precostituito che omologa le persone tra di loro. La danza infatti diventa il risultato di un movimento interiore, non uno schema – alias una gabbia – calata dall’alto. L’idea di questa forma di danza consente di uscire dallo schema dello studio, apprendimento, riproduzione e rappresentazione, anche se con un margine di libertà, interpretazione di un testo costringendo l’assunzione di un ruolo, di una parte. L’armonia è un obiettivo in questo tipo di “danza” ma in una dimensione altra dalla concezione intellettuale ed estetica che è passata nella civiltà occidentale, dai Greci in poi, legata fondamentalmente alla visione platonica. Il soggetto nella danza terapia lavora su un’idea, un canovaccio – per usare il linguaggio teatrale – quindi sull’improvvisazione, guidata dal ‘regista’ che interviene nel percorso ma non disegna dei binari se non come domande alle quali ciascuno risponde con il proprio e le proprie possibilità. E’ per questo che tutti possono trovare un’armonia, perché il risultato è misurato – e forse neppure misurato in un giudizio di valore – non in base a criteri fissati secondo parametri fissi di scuola, ma sull’autenticità dell’espressione e del vissuto. La considerazione è nel segno del “più vivo che vero”, “più autentico che vero”.

La danza terapia non è, almeno non essenzialmente, una forma di spettacolo come il teatro danza, quanto un percorso interiore, una dimensione della vita che riporta la danza alla sua origine archetipica: la danza rituale nella sua fase primaria, quando ancora non è codificata liturgicamente e una volta per tutte. Questa danza è l’espressione dell’essere umano come coscienza incarnata e orientata nel tempo e nello spazio (secondo la definizione del filosofo tedesco Edmund Husserl, fenomenologo) e salda l’assoluta individualità, anzi espressione dell’unicità della persona, con l’universalità del danzare non come un’attività, alla stregua del cantare, ma un modo di essere dell’uomo quale essere in movimento, dotato di coscienza e relazionalità. Il pubblico di questa danza siamo noi stessi e il regista, l’insegnante, non ci guida verso un suo a priori – lo spettacolo che ha costruito – quanto come l’ostetrica tira fuori da noi il “bambino”, la parte più remota di noi attraverso un processo maieutico.

Naturalmente il senso di liberazione e il percorso di consapevolezza come ogni cammino è un percorso ad ostacoli, graduale, che richiede, a dispetto dell’apparenza, disciplina e regolarità. Il cammino ricostruttivo infatti è complesso, lungo e non risponde alla legge della causalità, come ogni lavoro sull’inconscio. E’ un percorso e un progetto incerto, non lineare dove non c’è una meta da raggiungere individuata ab initio e fissata una volta per tutte. Quello che mi sento di dire, ma tengo a precisare che si tratta solo di un abbozzo di viaggio, è che la meta e il nostro desiderio può spostarsi man mano che si procede perché il lavoro è dialettico e quindi avanzando si spostano anche gli obiettivi, la prospettiva dalla quale ci si guarda e con la quale si vedono gli altri e il mondo.

Rispetto alla danza classica occidentale vengono sovvertiti alcuni parametri: il ruolo dello specchio, assente; la mancanza dell’obiettivo del pubblico che fissa una direzione; la non richiesta di adesione al canone, rassicurante e a volte frustrante; il baratro dell’essere brutti: la danza terapia come antitesi alla danza quale armonia, riconosciuta come bellezza e quindi appetibile quale la cornice dell’autoaffermazione dell’io. Infine, l’aderenza alla terra, ad una dimensione dove il volo è uno slancio verso il basso e non verso il cielo; dove il fine è scendere nelle profondità non librarsi nell’etereo. Dalla luce al buio, potrei trascrivere, per un percorso alternativo di illuminazione. In questo senso è il buio o comunque la penombra, vissuti ad occhi chiusi, la dimensione dell’esercizio e in questo senso ho provato un senso profondo di benessere e concentrazione.

L’estetica di riferimento platonico-cartesiana, tipicamente europea, come accennavo, è ispirata alla dualità, dello schema e in qualche modo della divisione manichea dove l’armonia ha un valore di rispondenza etica oltre che estetica e la seconda si appoggia ed è condizionata dalla prima e in qualche modo fissata una volta per tutta. Ora l’idea di una danza che è una rappresentazione di un sentirsi, che racconta una storia prima che disegnare una figura, può creare un disagio perché costringe il soggetto a mettersi in discussione. Anche la danza classica araba, pur accettando la morbidezza e mettendo un accento “verso il basso”, accondiscendendo alla terra piuttosto che al cielo, fissa figure e movimenti ed è una danza di vita, fertilità, in seconda battuta seduzione: resta comunque una danza di rappresentazione per l’altro o per gli altri, in occasione di feste e soprattutto di feste rituali. Nella danza terapia, invece, quello che è significativo è che scompare la presenza del pubblico. Di colpo vengono meno tutti i canoni, che sono il nostro modo europeo e monoteista di rapportarci al “bello e buono”, il κaλòς κaì aɣaϑòς greco, appunto.

Il pubblico invece, che normalmente è l’obiettivo di chi studia danza, porta fuori dal sé la ricerca della danza tradizionale: mostrare la propria ‘perfezione’, capacità, divertire, sedurre, magari a discapito del nostro essere. La bravura sta nell’essere come gli altri ci vogliono. L’ambizione è il saggio di fine anno e la selezione per lo spettacolo; mentre l’applauso, i fiori e i complimenti come certificazione della nostra capacità quindi come soddisfazione. Lo specchio, ancora una volta, porta il nostro sentire e la nostra coscienza fuori: c’è un giusto e uno sbagliato.

Lo specchio, implacabile, denuncia la rispondenza o meno del nostro lavoro al canone fissato in modo universale: per tutti uguale e non è che il pubblico virtuale, la sua anticipazione. Solo all’étoile, si consente di interpretare e qualche variazione, purché la regola tecnica non venga meno. Di conseguenza il corpo si trasforma visibilmente nella danza, irrigidendosi, formandosi e spesso deformandosi, per tutti nello stesso modo e ingabbiando sempre più l’anima. La danzatrice, soprattutto al femminile, deve appare leggera, inconsistente, in qualche modo esteticamente e costituzionalmente anoressica, ma allo stesso tempo deve evidenziare il sacrificio, il duro lavoro dietro le quinte perché questo è un elemento meritocratico. E’ grazie e bellezza perché è stabilita questa equivalenza sul palcoscenico e solo in scena. Al di fuori è una donna diminuita, un manichino, perché è ad uso del pubblico. E ancora, la danza classica più della danza araba ed indiana, mira alla mortificazione del corpo, a favore dello slancio verso il cielo che è purezza e perfezione. I piedi vengono ingabbiati e martoriati e costretti a camminare su punte di gesso.

La danza terapia rovescia tutti questi schemi e ci proietta in una dimensione vitale, a volte arruffata e confusa com’è la vita e la natura che anche nei momenti di maggior splendore e armonia non sono ordinate come una stanza appena messa a posto nutrendosi anche delle dissonanze.

Il lavoro di avanzamento è, come ho accennato, infatti un viaggio interiore, in qualche modo nel tempo, non tanto nello spazio e soprattutto la progressione non è misurabile in modo lineare, nel fare ‘cose’ nuove, ‘passi’ nuovi come tipicamente a scuola, in qualsiasi apprendimento. In ogni lingua ad esempio non c’è fine all’apprendimento di nuovi vocaboli, nuovi linguaggi ed espressioni, per non parlare dei dialetti e del fatto che la lingua mentre la si impara, nel tempo evolve con neologismi.

Nella danza terapia dopo una serie di cicli, più o meno con una cadenza fissata di una volta a settimana per quattro per settimane – come il ciclo lunare – si esaurisce il “pacchetto base” sebbene il cammino sia comunque potenzialmente infinito perché è rappresentato dal viaggio interiore, come nella preghiera o nella meditazione. Il tema del lavoro sui quattro elementi, l’avvio della danza terapia, ci mette in contatto con parti singole del nostro corpo in una rispondenza di simboli e di corrispondenze esterne con la natura, affascinante e di grande interesse perché consente di leggere l’io con una lente insolita, mettendo in discussione i nostri diversi aspetti, le nostre carenze ed eccessi e il bisogno di un’armonia attraverso il riequilibrio tra terra, fuoco, acqua e aria e mettendoci in discussione. L’elemento terra ad esempio dalla danza terapia è associato anche alla goffaggine, alla solidità maschile più che femminile, concretezza, alla pesantezza, diversamente da quanto per tradizione si è propensi a credere. Proprio perché le nostre scelte partono da contenuti che non attingiamo da noi stessi ma da archetipi fissati come idee platoniche.


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Ilaria Guidantoni

Ha maturato un’esperienza di indagine e consulenza nello sviluppo del territorio in ambito di consulenza strategica, parlamentare e di giornalismo politico economico. Già consulente di aziende, istituzioni, spa pubbliche, con una lunga collaborazione con Tecniche Nuove Editore, Il Sole 24 Ore e la direzione di alcune riviste. Ha pubblicato il saggio Vite sicure. Viaggio tra strade e parole (Edizioni della Sera, marzo 2010); la raccolta di poesie e racconti Prima che sia Buio, (Colosseo Grafica Editoriale, novembre 2010); l’instant bookI giorni del gelsomino (P&I Edizioni, febbraio 2011); il romanzo verità Tunisi, taxi di sola andata (NO REPLY Editore, marzo 2012) e Chiacchiere, datteri e thé. Tunisi, viaggio in una società che cambia (Albeggi Edizioni – REvolution, 14 gennaio 2013). Ha collaborato con il Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo per le voci l’osmosi siciliana in Tunisia, l’emigrazione italiana interna nel Novecento e i lavoratori italiani nelle miniere nel mondo (SERItaliAteneo, 2014). A gennaio 2015 Librosono usciti Marsiglia-Algeri Viaggio al chiaro di luna (Albeggi Edizioni) e Il potere delle donne arabe (Mimesis, editore). Ha partecipato in rappresentanza dell’Italia a Tunisi al I Forum internazionale sulle identità multiple nell’area dell’Euro-Maghreb organizzato dalla Commissione europea nel 2013. Ha ricevuto il riconoscimento della Giuria internazionale del premio per i Diritti Umani 2014, XVI edizione Salento porta d'Oriente, Omaggio a Nelson Mandela.


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