Elisabeth Roudinesco, Sigmund Freud en son temps et dans le nôtre


 

Provare a scrivere l’ennesimo studio biografico sul padre della psicoanalisi richiede coraggio, profonda preparazione e consapevolezza del gesto. Si pensi ai tre volumi di Ernst Jones (1953/57), con la sua memoria prodigiosa, la fedeltà da manuale e l’incapacità di autentico sguardo critico; e all’arrivo nel 1988 del rivoluzionario lavoro di un non psicoanalista (Peter Gay è storico delle idee).

Nel 2014 esce in Francia quella che ci sembra la terza grande biografia freudiana: l’autrice è una ben nota docente di storia della psicoanalisi e analista, autrice di 25 volumi e curatrice di un documentario sulle vicende di Freud e discepoli prodotto dal canale televisivo franco/tedesco ARTE. Curiosa analogia è il ricorrere della parola “tempi” tanto nel libro di Gay quanto in quello di Roudinesco.

In effetti l’inquadramento cronologico si dipana con dovizia di riferimenti storici e culturali lungo le oltre 550 pagine di testo. Assai utile è poi la bibliografia ragionata delle opere freudiane (fra libri, saggi, interventi in congressi, articoli).

Il senso di questo lavoro biografico lo spiega la stessa autrice decidendo di seguire il percorso inverso a quello di Freud: ciò che scopre nell’inconscio anticipa gli accadimenti nella vita delle persone reali. La saggista, invece, intende <<montrer que ce que Freud crut découvrir n’était au fond que le fruit d’une société, d’un environnement familial et d’une situation politique dont il interprétait magistralement la signification pour en faire une production de l’inconscient>> (p. 12).

I riferimenti a Foucault sono tutt’altro che rari : la novità dello sguardo medico, il ricorso alla “confessione” già nella fase ipno-terapeutica (anni ‘80/90 con Josef Breuer), l’erigere un sistema di pensiero rivoluzionario che scandalizza la borghesia mitteleuropea.

I cardini dell’innovazione, nel discorso psicoanalitico appena agli inizi, sono rappresentati dalla posizione assolutamente centrale della sessualità (causa di allontanamento prima di Breuer e, vent’anni più tardi, di Jung), dalla presentazione del bambino come “perverso e polimorfo”, dall’indagine negli angoli più riposti del falso equilibrio familiare, l’ascolto delle pazienti donne. Da quest’ultimo punto di vista Sigmund Freud è forse il primo protagonista della scena scientifica e culturale moderna a interessarsi ai discorsi del mondo femminile, pur con i pregiudizi di uomo vissuto per i primi 44 anni nel XIX secolo.

Con il nuovo metodo terapeutico si passa dalla descrizione dei comportamenti e dalla fissazione nosologica all’interpretazione dei discorsi, al ruolo dominante della parola; una parola che si scopre via via più complessa e ambivalente, oscura e fallace, meritando attenzione e dedizione totali. Quando Freud si concentra sui discorsi dei pazienti si dota di quello che i pianisti chiamano “l’orecchio assoluto” (si pensi a Glenn Gould).

Dal profilo dello statuto epistemologico la psicoanalisi vive con difficoltà una collocazione nel mondo delle scienze. Freud sembra consapevole che il carattere sconcertante di novità e le provocazioni reattive che deve affrontare fanno spostare nei decenni successivi (ben oltre la sua stessa scomparsa nel ‘39) l’appuntamento con una collocazione fra medicina e scienze umane. Del resto la grande ondata di queste ultime è ancora di là da venire: sociologia e psicologia, antropologia ed etnologia, politologia e storia delle idee. Si pensi ai pregiudizi che deve scontare Claude Lévi-Strauss, ancora negli anni ‘30/40, per fondare lo statuto epistemologico dei suoi studi su etnie, popolazioni, geografie umane. Con efficacia Roudinesco parla di “antropologia della modernità tragica”, mentre scrive a proposito della collocazione sofferta della psicoanalisi fra i saperi: <<il assignait à la psychanalyse une place certes impériale au coeur de ce qu’on appellera plus tard les sciences humaines, mais une place impossible à définir: entre savoir rationnel et pensée sauvage, entre médecine de l’âme et technique de la confession, entre mythologie et pratique thérapeutique>> (p. 108).

La scienza del sogno che irrompe in una Vienna appena affacciata sul nuovo secolo con il libro sulla Traumdeutung spinge a gettare uno sguardo nuovo sull’essere umano quale groviglio di desideri, come anche su quell’epoca di false sicurezze così ben evocata da Musil e Zweig, Werfel e Schnitzler, Roth e Urzidil. Il fondatore del metodo psicoanalitico si vede come un rivoluzionario che esplora per la prima volta con pretese scientifiche (nel senso migliore) il mondo del rimosso e dell’oscuro, della sospensione della morale, dove la “normalità” cessa di avere senso alcuno. Il sogno analizzato si fa presto “via regia verso l’inconscio”, mentre Freud costruisce un’intera cassetta di attrezzi, fra contenuto manifesto e latente, condensazione e spostamento, regola primaria delle libere associazioni e 1^ topica (conscio, preconscio, inconscio).

Le reazioni circostanti sono spesso invelenite e scandalizzate, proprio da parte degli stessi medici e psicologi che Freud sperava di conquistare. Eppure si è ormai innestata quella marcia inesorabile, seppur per anni lenta, verso la fama. 56enne assume finalmente un incarico universitario stabile nella stessa Vienna: l’agitatore delle coscienze sporche, il mago del rimosso adesso diviene Herr Professor, come subito appare nella scritta di casa al 19 di Berggasse.

Alcuni spunti che ci offre Roudinesco sono davvero preziosi o inediti. Si pensi all’ignorarsi reciproco con Proust (pp. 127-128), malgrado i punti in comune riguardo l’esplorazione dei meccanismi inconsci e di quelli mnestici. O le informazioni dettagliate sulla crescente deriva filonazista di Jung: da presidente dell’Allgemeine Arztliche Gesellschaft für Psychoterapie (Società di psicoterapia medica) alla direzione della rivista ufficiale della Società, la Zentralblatt, fino a parlare di <<supériorité de l’inconscient aryen sur l’inconscient juif>> (p. 458).

Ben presto Freud si preoccupa di costruire, come detto, un sistema di pensiero animato da un movimento del quale si sente non già il capo ma il maestro. Ma, come si evince da diverse pagine, emerge sovente ben più l’immagine del primo che del secondo – come del resto capita con Marx e Lenin, Lacan e Breton. Nell’epoca in cui s’impongono femminismo e socialismo, sionismo e fisica atomica/subatomica, Freud vorrebbe che trovasse posto fra essi anche la psicoanalisi, un posto a figura intera e non certo un punto piccolo e sfocato.

Fra i 160 pazienti curati nel famoso studio (1/6 dei quali guariti), le lotte interne all’IPA-International Psychoanalitical Association e i sofferti allontanamenti di Jung e Adler, le morti premature di Abraham e di Ferenczi e nel 1938 la fuga da Vienna, Freud deve lottare con le oltre 20 operazioni per il cancro che lo tortura per un ventennio. Cosciente della reale minaccia del nazismo solo una volta a riparato a Londra, si spegne con gran dignità, probabilmente senza più illusioni in un mondo ormai in piena distruzione.

Di uno fra gli ultimi umanisti e scettici, collocato con geniale intuizione da Paul Ricoeur assieme a Marx e a Nietzsche tra i “maestri del sospetto”, Roudinesco traccia un intenso ritratto che nulla concede all’agiografia, cogliendone piuttosto debolezze e tratti più umani, fra i quali il coraggio d’intraprendere una delle massime battaglie contro i residui di paure ancestrali e ipocrisie alto-borghesi provenienti dall’800.

 

 

Ruggero D’Alessandro – quadro Pubb.Amm., doc. a contratto, saggista

 

 

http://toutelaculture.com/wp-content/uploads/2014/12/freud.jpg

 

 


Condividi questo articolo:



'Elisabeth Roudinesco, Sigmund Freud en son temps et dans le nôtre' has no comments

Commenta questo articolo per primo!

Vuoi scrivere un commento?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato

Scenari. Il settimanale di approfondimento culturale di Mimesis Edizioni Visita anche Mimesis-Group.com // ISSN 2385-1139