NUOVO REALISMO E FILOSOFIA

heidi

 

 

La filosofia è il più radicale dei saperi, perché va alle radici ultime delle questioni. Al loro «fondamento». La radicalità e il rigore sono le sue caratteristiche essenziali.

Proprio perché un pensiero è filosofico solo se possiede quelle caratteristiche e non semplicemente perché si definisce tale, ci soffermiamo sul sedicente “discorso filosofico” del nuovo realista Markus Gabriel, a cui in questo ultimo periodo il Corriere della Sera ha offerto ampio spazio sia in risposta ad alcuni interventi della professoressa Donatella Di Cesare sia con una corposa video-intervista rilasciata il 18 maggio scorso in occasione del 28° Salone Internazionale del Libro di Torino. In quella video-intervista Gabriel liquida i grandi temi della filosofia con poche battute e rivolge a Heidegger la critica seguente: «Heidegger mi ha insegnato che c’è una domanda rispetto al senso dell’essere. Ma nella mia interpretazione non si tratta dell’essere. Secondo me “essere” non ha senso: essere è niente [risata]. Heidegger riconosce l’esistenza del mondo, per Heidegger il mondo è una proprietà dell’essere umano cioè io non sono in nessun senso heideggeriano. C’è qualcosa di valido in Heidegger, ma in generale la sua filosofia, che è antifilosofia, è una serie di scemenze».

Se Heidegger dice «scemenze», allora sentiamo cosa dice Gabriel. Ecco il fulcro della sua posizione: «Esistere vuol dire apparire in un campo di senso, cioè far parte di un contesto, di un contesto reale. Non c’è nessun contesto, per così dire, nessun contesto di tutti i contesti. C’è una pluralità di contesti, di campi di senso come dico io, ma questi campi di senso non sono unificati in una totalità onnicomprensiva. In questo senso il mondo non esiste».

L’affermazione che esistono contesti o campi di senso è presentata come una scoperta, in realtà è tanto nuova in filosofia quanto nella scienza l’affermazione dell’esistenza degli atomi. Ma ciò non stupisce, perché la tesi sostenuta da Gabriel è l’esito dell’unificazione di diverse posizioni filosofiche all’insegna della semplificazione. Dicendo «semplificazione» non si dà un giudizio, ma si indica uno dei tratti essenziali del nuovo realismo, per lo meno così come è fondato e proposto da Maurizio Ferraris nel suo «Manifesto del nuovo realismo»: «l’acqua bagna e il fuoco scotta sia che lo si sappia sia che non lo si sappia. [...] Posso sapere o non sapere che l’acqua è H2O, mi bagnerò comunque, e non potrò asciugarmi con il solo pensiero che l’idrogeno e l’ossigeno in quanto tali non sono bagnati. E questo… avverrebbe anche per un cane, dotato di schemi concettuali diversi dai miei, o per un verme, o addirittura per un essere inanimato come il mio computer, che, sebbene ignaro della composizione chimica dell’acqua, potrebbe subire danni irreparabili nel caso sciagurato in cui un bicchier d’acqua si rovesciasse sulla tastiera».

Le parole di Ferraris sono espressione di quel realismo «ingenuo» (diverso dal realismo «critico») che fonda il senso comune. Il che spiegherebbe il giudizio di «antifilosofia» che Gabriel dà al pensiero di Heidegger: se anche il “nuovorealista” Gabriel ritiene che la «filosofia» debba tenere fermo il «realismo ingenuo» (quel realismo ingenuo che fonda il senso comune), allora il pensiero che mette in discussione e nega il senso comune è certamente «antifilosofia».

Poniamo allora una domanda «antifilosofica» a Gabriel: l’affermazione che dice che esistono solo campi di sensi vale solo all’interno del campo a cui appartiene? Ovviamente no: se intende valere in modo assoluto, cioè per ogni esistente, è necessario che sia meta- o iper-contestuale. Ma la “metacontestualità” è solo una delle condizioni che tale affermazione deve rispettare per non contraddirsi. L’altra è che tale affermazione non sia inclusa in ciò che afferma, cioè che non sia investita dalla portata del suo dire. Infatti, se si lasciasse così includere, si chiuderebbe nel noto paradosso del mentitore di derivazione stoica. Facciamo un esempio. C’è una frase scritta su un foglio bianco che afferma: «su questo foglio non c’è scritto niente». Per non contraddirsi, l’affermazione deve presupporre che il contenuto del proprio dire valga per tutto tranne che per lei. Si pensi ai cartelli affissi con la scritta «divieto di affissione»: essi sono affissi solo in quanto presuppongono che il contenuto del divieto valga per tutti tranne che per loro. Nel caso di Gabriel l’impasse del paradosso del mentitore si presenterebbe così: se l’affermazione che «ogni cosa esiste solo in un campo semantico» vale per ogni «cosa esistente», allora vale anche per quella affermazione; ma se vale anche per quest’ultima, allora anche lei è chiusa in un contesto e non può dire cosa vale al di fuori. Se a quel punto, per valere per ogni contesto, pretendesse di non essere chiusa in un contesto, essa negherebbe ciò che afferma: che ogni cosa è chiusa in un contesto o campo semantico. Per evitare l’impasse, l’affermazione di Gabriel è perciò costretta a presupporre due cose: 1 di avere valore meta-contestuale; 2. che il suo contenuto valga per tutti tranne che per lei. Ma se in questo modo quella affermazione evita la contraddizione, non può evitare di affrontare il compito filosofico per definizione: mostrare il fondamento per cui il suo contenuto è «verità».

«Mostrare il fondamento». Questa è la differenza tra la filosofia e il senso comune. Al discorso di Gabriel, come a quello di Ferraris, manca appunto questo «mostrare». E infatti, invece di mostrare il fondamento per cui «tutto» è campo di senso, Gabriel fa il contrario e afferma che il «tutto» (cioè il «mondo», la «totalità onnicomprensiva», il «contesto dei contesti») non esiste. Invece di rivolgersi al tutto, lo elimina. Questa conclusione, di cui mi pare si fregi con non poca soddisfazione, contraddice le premesse e rende completamente inconsistente l’intero discorso. Se infatti il suo discorso vuole avere valore meta-contestuale – e si è visto che senza questo assunto non ha nulla da dire -, deve riconoscere che la condizione trascendentale dell’esistenza è l’accadere-apparire all’interno di un campo di senso: l’accadere entro un campo di senso è la legge che tutto accomuna, l’identità delle differenze, il contesto dei contesti, il «mondo» come «orizzonte onnicomprensivo» che abbraccia, accoglie e struttura tutto ciò che esiste. Invece di affermare questo senso della totalità, quale “legge” dell’esistenza vincolante per ogni cosa, il discorso di Gabriel nega l’esistenza della totalità.

A nulla varrebbe l’eventuale precisazione di Gabriel per cui l’affermazione «il mondo non esiste» indicherebbe una totalità ulteriore a quella consistente nell’essere un campo di senso. Se intendesse questo, infatti, Gabriel non farebbe altro che dire che non esiste nessuna totalità tranne la totalità. Dunque non direbbe affatto che «non esiste il mondo» come totalità onnicomprensiva: direbbe solo che oltre al mondo non esiste il mondo. Cioè direbbe, usiamo il linguaggio di Gabriel per capirci meglio, una «scemenza». Infatti che ha senso ha dire che c’è un’altra totalità oltre alla totalità? La totalità non è forse necessariamente una? La filosofia nasce quando si pensa che la «verità» è assoluta innegabilità e che ciò significa totalità: se non lo fosse, lascerebbe come non negata la sua negazione. Mostrando che la verità è necessariamente totalità, la filosofia mostra che la totalità è necessariamente UNA. E in quanto la totalità è necessariamente una, non si capisce cosa significhi dire che oltre alla totalità non esistono altre totalità.

Il tratto essenziale di questo pensiero è la mancanza del tratto essenziale della filosofia: la radicalità, il rigore, l’attenzione alla “fondatezza”. In questo senso è essenzialmente «antifilosofico». Assenza che inficia anche l’altra affermazione basilare, quella per cui esistere significa «apparire» in un campo semantico. Anche in questo caso Gabriel dà per scontato cosa significhi apparire. Gli chiediamo perciò: cos’è l’apparire? Atto? Coscienza trascendentale? Purezza fenomenologica? E poiché per lui «l’essere non ha senso: essere è niente», la risata con cui aveva liquidato la questione dell’essere gli si ritorce contro di fronte alla domanda inevitabile: l’esistere-apparire in un campo di senso è «essere-niente» oppure è «essere» in quanto non è «niente» nel senso del nihil absolutum? Anche Heidegger diceva che «essere è niente», ma affermandolo sapeva bene di dover innanzitutto chiarire che quel «niente» (Nichts), che è lo stesso «essere» (Sein), non è affatto «etwas Nichtiges» («qualcosa di nullo»). A differenza di Gabriel, Heidegger sa di doversi rivolgere al «fondamento» di ciò di cui parla. Anche se poi in vari modi si contraddice. E per questo va criticato: filosoficamente, mettendone in luce le eventuali contraddizioni.

La filosofia insegna che spesso si crede di dire qualcosa perché si rimane alla superficie di ciò che si dice; andando in profondità, alle famose radici di cui si parlava all’inizio, ci si accorge che il contenuto manifesto e intenzionale è in contraddizione con quello fondante ma nascosto. È quanto accade a coloro che intendono la filosofia come esercizio di superficie e di rapidità. Poco più che
uno slogan. Come l’affermazione di Gabriel che «il mondo non esiste». Una conclusione questa che mi pare incontri quanto ipotizzato sulle pagine delle Corriere della Sera (20/05/2015) da Donatella Di Cesare: che si sia di fronte a una «operazione di marketing» che ha davvero poco a che fare con la filosofia.

 

 


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Nicoletta Cusano

Nicoletta Cusano dal 2010 è docente a contratto presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Nel 2012 ha fondato e dirige con Emanuele Severino la rivista di filosofia teoretica La Filosofia Futura (Mimesis). La sua riflessione è volta alla ricerca teoretica con particolare riferimento alla posizione dell'eternità dell'essente e ai suoi sviluppi


'NUOVO REALISMO E FILOSOFIA' 13 commenti

  1. 5 giugno 2015 @ 18:57 Andrea Zhok

    Riflessione puntuale, oltre che doverosissimo ceffone argomentativo alle corbellerie di Gabriel. Complimenti.

    Detto questo, pur concordando integralmente sulla pars destruens, ho qualche dubbio sulla perentorietà di alcune affermazioni nella parte più propositiva del testo.
    Lei scrive:
    “La filosofia nasce quando si pensa che la «verità» è assoluta innegabilità e che ciò significa totalità: se non lo fosse, lascerebbe come non negata la sua negazione. Mostrando che la verità è necessariamente totalità, la filosofia mostra che la totalità è necessariamente UNA.”
    Confesso che mi sfuggono in questo passaggio almeno due cose.
    La prima è perché la filosofia nascerebbe con il concetto di innegabilità del vero. Sul piano storico, se penso alla dialettica platonica, e in particolare a dialoghi come il Sofista, stento a capire in che senso il vero sia innegabile. Posso naturalmente pensare ad echi parmenidei e severiniani, ma accettarli prima facie e addirittura usarli come base per confutare le trivialità di Gabriel & C. mi pare un po’ come sparare con un cannone (peraltro forse inceppato) su di un moscerino.
    Analogo discorso per il nesso tra verità e totalità, che non è affatto ovvio. Certo, se adottassimo una visione hegeliana potremmo trovare un modo autorevole per dar senso a questa rivendicazione (“Il Vero è l’Intero”). Ma, insomma, anche qui io andrei cauto con il prendere l’esito ultimo della dialettica hegeliana come una sorta di ovvio punto di partenza, da cui poter facilmente trarre ulteriori conclusioni.

    Ad ogni modo è piacevole trovare riflessioni che, diversamente da alcune mode correnti, prendono sul serio natura, ambizioni e potenzialità della filosofia.

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    • 6 giugno 2015 @ 9:15 nicoletta cusano

      Ringrazio il professor Andrea Zhok per il tono e il contenuto complessivo del suo intervento.
      A quanto ho scritto posso solo aggiungere brevemente che nell’articolo il riferimento alla nascita della filosofia è esemplificativo e non intende scomodare qualcosa di troppo complesso concettualmente rispetto alle semplificazioni di Gabriel (nella sua metafora un cannone contro un moscerino). Proprio in quanto esemplificativo, intende infatti rivolgersi a qualcosa che dovrebbe essere noto: le coordinate fondamentali della nascita della filosofia. La filosofia nasce in quanto pensa per la prima volta un significato di «verità» come «assoluta innegabilità» e si accorge che, essendo tale, la verità possiede necessariamente alcune caratteristiche logiche: totalità, eternità, identità delle differenze. Se non fosse tutto ciò, non sarebbe verità nel senso di assoluta innegabilità: vi sarebbe infatti un luogo e un tempo in cui la verità non è, un luogo e un tempo in cui esiste la sua negazione. Il che significa: un luogo e un tempo in cui l’assolutamente innegabile – la verità – non è tale. Questa è la grandezza logica dell’acqua di Talete, del numero di Pitagora, del pòlemos di Eraclito. Che dunque sono riflessioni sul significato di verità e sulla reciproca implicazione di verità e totalità (implicazione che non definirei un cannone inceppato).
      Chi come Gabriel, che è professore di filosofia, chiama in causa il significato di totalità in tutta la sua assolutezza, pretendendo di avere scoperto ciò che ogni cosa è (dunque non solo alcune cose si altre no), se vuole dar senso alle parole che usa, non può rifiutare il concetto di «tutto» ovvero, nel suo linguaggio, di «contesto dei contesti». Il ragionamento va poi sviluppato nella direzione che il mio intervento indica.
      Nicoletta Cusano

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      • 6 giugno 2015 @ 16:17 Andrea Zhok

        Beh, io capisco che non è il contesto qui per entrare in dettagli esegetici troppo raffinati. Credo però che la sua risposta confermi i dubbi che sollevavo: lei dà per scontata un’interpretazione particolarissima (parmenidea) della Verità e dà per scontato uno specifico momento di nascita della filosofia (i presocratici).
        Nel citare di passaggio il Sofista di Platone intendevo sommessamente ricordare che c’è chi direbbe (e ha detto) che la filosofia occidentale nasce con Socrate-Platone e che la nozione di verità nomina l’adeguatezza tra giudizio e riferimento. Inoltre tutta la riflessione del Sofista rappresenta quel passaggio di colossale importanza per la storia della filosofia occidentale in cui si tematizza appunto la possibilità di dire in modo corretto ciò che NON è. Non intendo impegnarmi a spiegare la preferibilità di queste ultime tesi rispetto alle alternative, ma non sarebbe un buon servigio alla filosofia trattarle come ‘scemenze’: il rischio che i suoi giudizi corrono è quello di replicare su di un fronte diverso la superficialità dei giudizi di personaggi come Gabriel. E sono certo che non è sua intenzione fare niente del genere, ma la diffido comunque dalle diete filosofiche troppo unilaterali…

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        • 6 giugno 2015 @ 17:22 Nicoletta Cusano

          Prendo atto della sua particolarissima visione della filosofia. Rimane da capire cosa sarebbe al suo interno il tratto che da Talete porta a Socrate-Platone. Buon lavoro e i migliori saluti.

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          • 6 giugno 2015 @ 19:07 Andrea Zhok

            Cara Nicoletta, non era mia intenzione offenderla o metterla a disagio. Invero, nelle mie sortite su Scenari comincio a notare con preoccupazione che di questi tempi l’irritabilità e l’atteggiamento difensivo si diffondono in modo inquietante tra i filosofi. (Se gli interlocutori di Socrate avessero avuto questa disposizione Platone non avrebbe scritto Dialoghi, ma Sentenze).

            Ad ogni modo, non è della mia “particolarissima visione della filosofia” che deve prender atto, che poco conta.
            Basta che lei apra un enciclopedia di filosofia di livello internazionale (ce ne sono di ottime in rete) e si prenda il disturbo di sfogliare la voce ‘verità’. Scoprirà che ciò che lei prende per un’intepretazione così ovvia da non meritare neppure argomentazione, nel dibattito internazionale di norma non è neppure menzionata, o lo è in qualche nota a pié di pagina. Naturalmente la diffusione pubblica non è garanzia di qualità teoretica, ma forse può suggerire un po’ di cautela espressiva e disposizione all’ascolto.
            Humbly yours,
            AZ

  2. 6 giugno 2015 @ 20:44 Nicoletta Cusano

    Non pratico le enciclopedie, leggo i testi dei filosofi. Mi pare però che spostando il discorso sul lato psicologico abbia evitato quello che è e rimane il problema teoretico della sua posizione: capire che ne è del tratto Talete-Socrate. La invito a riflettere su questo con simpatia (a scanso di errate interpretazioni!). Nicoletta Cusano

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    • 20 giugno 2015 @ 15:16 Edoardo Fregonese

      La mia vuole essere una piccola parentesi riguardo a: “Non pratico le enciclopedie, leggo i testi dei filosofi”, più che altro per correggerla. La (credo) migliore tra queste (Stanford Encyclopedia of Philosophy, http://plato.stanford.edu/) non solo è editata da un filosofo (Edward N. Zalta), ma ha voci scritte interamente da filosofi (per citarne alcuni penso a Cristina Bicchieri, “social norms” e Diego Marconi, “word meaning”). Quindi leggere i testi dei filosofi è anche leggere le enciclopedie.

      [piccola nota: leggere la Stanford Encyclopedia, data la grandissima mole sia di voci che di aggiornamenti, credo sia il miglior modo per tenersi aggiornati sugli ultimi sviluppi di ogni settore-branca della filosofia stessa]

      Rispondi

  3. 7 giugno 2015 @ 17:46 Paolo Toniolo

    é la struttura logica dellarticolo , da un lato e la sua estesa applicabilità al “pensare le fondamenta ” che mi convincono . Si tratterebbe , per gente comune come me , di starci sopra , di allenarsi .
    Quindi grazie per averci data una nuova opportunità .

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  4. 7 giugno 2015 @ 19:01 Andrea Pitto

    Giacchè campeggia la figura di Heidegger, nonostante poi si parli di verità, realismo ingenuo, di Gabriel e Ferraris, credo opportuno dire quanto segue, puntando il dito sul Mago di Messkirch, come l’avevano soprannominato i suoi devoti studenti.

    Con la pubblicazione dei Libri Neri di M. Heidegger (vedere, Donatella Di Cesare) si può, si deve, liquidare definitivamente il filosofo della Foresta Nera.
    Le sue considerazioni “complottiste” sugli ebrei sono chiare e non danno adito a dubbi. La sua filosofia comprende la necessità della Shoah per permettere che l’essere possa dispiegarsi nella realtà.

    Nel suo superamento della tecnica per arrivare all’essere, egli giustifica ontologicamente la distruzione degli ebrei come atto finale (!?) della ragione calcolante.
    In favore, affermo io, del pensiero nazi (J-L Nancy).

    E’ necessario rendersi conto che Heidegger può benissimo essere oltrepassato.

    Ciò che di interessante ha affermato lo si può ritrovare in altri pensatori che non hanno agito opportunisticamente come lui.

    Opportunisticamente?

    Certo, assumendo l’incarico di rettore dell’Università di Friburgo nel 1933 (anche se per un breve periodo), utilizzando i suoi allievi (anche) ebrei per esaudire le sue pulsioni sessuo-amorose (H. Arendt, per esempio), fruendo di tutte le risorse di una persona agiata che utilizza le risorse della tecnica, poi subdolamente ripudiata.

    La filosofia di H. è il portato di una biasimevole volontà di potenza (intellettuale) che agogna la supremazia di un popolo, il suo popolo, quello tedesco, paventato come nazione che condurrà l’umanità al regno millenario dell’essere finalmente ritrovato o emerso per la prima volta nella storia. Esattamente come il “regno millenario”di cui parlava Hitler e preconizzato nel suo abietto Mein Kampf.

    C’è, tuttavia, una questione da chiarire relativa alla corrispondenza, da alcuni giudicata necessaria, tra i vari asserti di un sistema filosofico. In altre parole, si pone il problema della coerenza, anche se la coerenza – appellandosi al linguaggio poetico agognato da Heidegger per esprimere quel che gli sembrava inesprimibile – apparentemente diventerebbe d’importanza accessoria.

    Con la posizione “antisistema” che ha assunto molta filosofia contemporanea, a partire da Nietzsche fino al pensiero postmoderno, in fondo tutto è accettabile in modo relativistico e parcellare.

    Ma non è stata certo detta l’ultima parola a riguardo, al contrario la tematica è aperta e non facil-mente risolvibile.

    Ad ogni modo, si ravvisa un’altra coerenza di cui è bene parlare: quella tra il proprio pensiero e l’azione pratica sociale, la praxis. O ancora tra il proprio pensiero teoretico e quello idiografico e specificamente politico.

    Com’è evidente, un tal genere di questioni riguardano Heidegger da vicino.

    Egli avrebbe lasciato un imponente corpus dottrinario all’interno del quale molti studiosi ritengono vi siano indicazioni dirimenti riguardanti l’esistenza umana e i classici “problemi della filosofia”, così come titolava un suo celebre saggio B. Russell agli inizi del ‘900.

    Nei suoi scritti – e specificamente nei Quaderni Neri, il laboratorio in cui il filosofo affinava le sue teorie con uno sguardo attento alle questioni sociali che nel frattempo si svolgevano attorno a lui – egli introduce principi e considerazioni largamente meritevoli di biasimo.

    Insomma, è comunque rintracciabile la coerenza del suo pensiero, lungo i decenni del suo sviluppo (Kehre inclusa), specie riguardo all’essere e alla metafisica di cui lamenta l’abbandono in occidente. Per riattivarne l’urgenza e riavvicinarsi all’essere egli si scaglia contro la meccanizzazione del mondo, contro la tecnica, che, attraverso un effimero pensiero calcolante, ridurrebbe l’ umano (in occidente) al meccanico, con la perdita così dell’ulteriorizzazione spirituale che egli pensa sia caratteristica peculiare dell’umano stesso.

    Avremo modo eventualmente in seguito di commentare il genere di spiritualità prospettato.
    Stando a Marx, ciò che viene pensato (le teorie, la cultura, le opere artistiche) non può sottrarsi ai rigori del modo di produzione in cui il “pensato” origina.

    Per semplificare: la struttura economica sottende sempre alla sovrastruttura, anche se in seguito questo rapporto è stato questionato in primis da F. Engels (lettere a Bloch e Starkenburg, ad esempio).

    Nessun soggetto, inoltre, è il miglior commentatore di se stesso e la sua credenza identitaria è molto spesso, se non sempre, forgiata dalla struttura economica della società in cui vive. Quasi come egli fosse pensato e agito piuttosto che pensare e agire per autonoma volontà.

    Anche Heidegger è dunque figlio del suo tempo di quel Zeitgeist che soffiava in Germania, specie dopo la sconfitta subita nella Grande Guerra. Forse rappresenta la punta del solito iceberg la cui massa sotto le acque è rappresentata dall’intera nazione tedesca, affermazione che, del resto, è facilmente attribuibile ad Hitler.

    Il filosofo della Foresta Nera afferma dunque che la Tecnica ha assunto un ruolo egemone e che ciò è dovuto proprio alla struttura caratteriale dell’ebraismo internazionale il quale, affinate le sue capa-cità calcolanti, avrebbe ordinato il mondo secondo presupposti meccanicisti, contrari all’Essere in quanto tale.

    Gli ebrei sarebbero davvero i Savi di Sion (leggenda, oramai è provato documentaristicamente, artatamente creata) che vorrebbero dominare il mondo.

    Una teoria complottista quella di Heidegger che prende per buona e almeno teoricamente cerca di decodificarne i presupposti fino ad arrivare all’affermazione che i campi di sterminio sono il necessario approdo della tecnica ebraica che in qualche maniera s’è ritorta su se stessa.

    La Shoah sarebbe meno grave della possibile vittoria del nazionalsocialismo che, a quanto pare, viene considerato da Heidegger l’unico mezzo che la storia prospetta agli uomini per raggiungere, come dicevamo prima, le soglie dell’Essere e poi immergersi nelle sue acque calme e profonde.
    L’“idealismo” nazi prenderebbe, dunque, il sopravvento per guidare i popoli alla sottomissione e quindi al servaggio.

    La coerenza tra il pensiero di Heidegger e le sue idee in fatto di politica pare, adesso, che sia com-provata dal materiale che gradualmente viene pubblicato, la cui completezza necessiterà di qualche tempo ancora, sperando che le manipolazioni del testo heideggeriano siano contenute e non nascon-dano altre sorprese o pretese tali.

    La coerenza delle sue idee con la sua vita privata è parimenti comprovata. In fondo è stato un op-portunista, anche se lo avrebbe potuto fare meglio, e ha saputo utilizzare la notorietà che intanto (nel bene e nel male, giustamente o meno) andava sempre più incrementandosi.

    Queste due condizioni di coerenza pongono la domanda se sia legittimo “spulciare” il pensiero di un uomo il cui sistema metafisico si regge su questo presupposto: l’età della tecnica può essere superata soltanto con lo sterminio del popolo ebraico che ne è l’artefice. L’essere è raggiungibile soltanto dopo la Shoah.

    Se ciò fosse legittimo potremmo fare la medesima operazione anche nei confronti del “Mein Kampf” di Hitler oppure trovare molteplici punti d’accordo con “Mito del XX secolo” di Rosenberg o ancora su “L’inferiorità della donna” scritto da Moebius, tra l’altro studioso che è stato in odore di Nobel.

    Ma, parliamoci chiaro! Non è più importante l’essenza, cioè a dire il significato complessivo cui un autore giunge con la sua opera piuttosto che decostruirla ad arte (ermeneutica) e magari considerarla in alcune sue parti accettabile, interessante, stimolante o quant’altro?

    E’ inopportuno sottovalutare certi testi, dopo che essi dimostrano di essere elementi portanti di una concezione della storia che legittima, appunto, l’eliminazione di un popolo come quello ebraico. Sia pure di un popolo che ha introdotto, tra i primi, il concetto di “eletto da dio” e che spesso ha gestito capitali finanziari immensi – al pari di altri attori della storia, bisogna dirlo per onestà di analisi – contribuendo al verificarsi di disastri e tragedie nell’inseguire interessi di potere.

    Bisogna soltanto tenerli alla mente e inoltre sarebbe necessario anche “oltrepassare” gli stessi autori. Metterli tra parentesi. Per “punizione” verrebbe da dire.
    E’ necessario, dunque, catalogare Heidegger come pensatore razzista, elitario, superomista.

    E’ opportuno, per finire, dedicare l’impegno intellettuale ad altri autori, altri studiosi che non hanno compromesso in tal maniera il loro pensiero, la loro esistenza.

    Ma c’è qualcosa che Heidegger non ha saputo coerentizzare, proprio per l’opportunismo di cui si diceva poc’anzi.

    Da una parte, la tecnica e quindi il pensiero calcolante che fonda la scienza viene stigmatizzato in favore, l’abbiamo detto, dello spirito, della metafisica e via dicendo.

    Dall’altra, Heidegger stesso non ha mai condotto un’esistenza da anacoreta, al più s’è ritirato tran-quillamente nella villa della Foresta Nera che, guarda un po’ è stata costruita non certo con progetti metafisici, ma a seguito di progetti architettonici basati su calcoli matematici (la ragione calcolante, sì, la tecnica).

    Non risulta che abbia, poi, allontanato i medici quando ha temuto per la sua salute. Anche la medicina non è una metafisica, tantomeno idealistica. L’antibiotico deve essere quello giusto altrimenti, ad esempio, un’encefalite acuta porta all’altro mondo. Di nuovo una tecnica, quella medica, basata sulla scienza che viene stigmatizzata ma poi utilizzata perchè favorevole ai propri interessi privati.

    Insomma, ipocrisia come modus vivendi indispensabile per creare un pensiero accattivante, ribellistico, magari anche interessante e coinvolgente ma sempre e comunque fondato sulle mezze verità, sull’opportunismo, in fondo sulla menzogna.

    Intendiamoci, non si vuol qui affermare o enfatizzare la scienza e la tecnica perchè è evidente che esse siano gestite dalle elites del potere economico-finanziario e solo in seconda istanza, vien da dire come effetto secondario o ancora “serendipico” , volgono verso la cura e l’ottenimento di un certo benessere.

    Qui voglio fare chiarezza su un discorso di fondo, sulla coerenza di Heidegger con i dati della realtà e se questo pensiero giustifica (come infatti fa) misfatti come la Shoah e il dominio della casta superiore (quante caste auto dichiarantesi superiori sono comparse nella storia!).

    Insomma, si vuol giungere a dare un giudizio perentorio su questo filosofo e questo giudizio è, e non può essere, che complessivamente negativo.

    Tale considerazione negativa si dispiega essenzialmente e in sintesi in questi ambiti: filosofico, politico, idiografico esistenziale, cioè psicologico e morale.
    Tali considerazioni non sono certamente plausibili soltanto per Heidegger, sarebbe un bene fosse così: i danni sarebbero di minor gravità.
    Niente affatto, moltissimi intellettuali si sono in fondo macchiati delle medesime “colpe” senza fare ampia e pubblica ammenda, com’è accaduto, ad esempio, nel caso di C.G.Jung e K. Lorenz.

    Insomma , se continuiamo a studiare Heidegger non dobbiamo poi lamentarci se qualcuno attualizza il Mein Kampf e magari crede vi siano chissà quali verità rivelate, rivelate, naturalmente, ai pochi iniziati che ne comprendono le sottili sfumature di pensiero, corroborando così il loro senso narcisi-stico ed elitario, fondato in sostanza sul nulla, anzi soltanto sui loro deliri megalomanici.

    Altro dilemma che si pone con la pubblicazione dei Quaderni Neri è il marasma intellettuale ed e-motivo in fieri degli studiosi che hanno creato il mito di Heidegger, anche se essi sono confinati soltanto in quella parte di filosofia che è stata definita “continentale”.

    In fondo – non dimentichiamo che il pensiero di Heidegger è noto universalmente, almeno nel mondo occidentale – sta accadendo qualcosa di paragonabile al marasma causato, nel 1956, dal XX con-gresso del Partito comunista sovietico (PCUS), quando S.N.Kruscev, nel suo celebre “discorso segreto” , infranse il culto della personalità di Stalin e dichiarò la sua responsabilità nelle Grandi Pur-ghe della seconda metà degli anni Trenta.
    Lo shock coinvolse milioni di militanti comunisti e semplici cittadini dell’Unione sovietica e diede il forzato avvio ad una drammatica e penosa elaborazione del lutto che richiese tempi davvero lunghi, se mai s’è definitivamente conclusa. Ciò riguarda, oggi, specialmente i pochi sopravvissuti che vissero in quel tempo.
    Io credo che, facendo le debite proporzioni, anche il caso Heidegger ponga la questione del lutto.

    E il lutto, prima di essere elaborato è preceduto da un senso di smarrimento che induce alla negazione della realtà, potremmo anche dire della verità.
    Anzi, come estremo tentativo di negare il lutto, sono possibili atti e comportamenti aggressivi tesi all’annientamento (verbale, ma anche fisico in certe circostanze) di coloro che rifiutano la realtà at-testata dai fatti e, nel nostro caso, dalle documentazioni stilate da Heidegger.

    Queste fasi che coinvolgono sentimenti, passioni e ragione avvengono sempre. Quasi nessuno è capace di accettare le circostanze nude e crude, così come avvengono.

    Oggi, Heidegger è il fantasma di un lutto che sta facendo vacillare molte menti pensanti, fino ad ora private di quei testi in cui rinvenire giustificazioni filosofiche perspicue, relative alla sua compro-missione, specialmente intellettuale, col Nazismo e ovviamente con le concezioni antisemite.

    La compromissione di Heidegger è dal punto di vista politico limitata nel tempo e riguarda una sua iniziale, convinta e “idealista” adesione al nazismo nella sua veste originaria, radicale, in certo qual modo “di sinistra”, come afferma Carlo Sini nella sua introduzione al libro di Hugo Ott “M.Heidegger: sentieri biografici”.

    Inoltre non è mai stato un mistero per nessuno il suo incarico come Rettore all’Università di Friburgo nel 1933, subito dopo la presa del potere di Hitler, per altro anch’esso di breve durata.
    Commenterò successivamente la questione del “manifesto sugli ebrei” da affiggere all’Università.

    Si sapeva inoltre che Heidegger aveva avuto problemi col nazismo, tanto che le sue lezioni e confe-renze erano controllate da uditori fedeli alla causa, incaricati, com’è ovvio, di riferire le sue affermazioni non compatibili con la dottrina dello stesso nazismo.
    Ma si pensava anche che non avesse mai avuto una chiara posizione razzista e antisemita, adducendo come prova la sua frequentazione di intellettuali ebrei, come Husserl, Jaspers, Arendt. Tantomeno si conosceva nei dettagli un antisemitismo metafisico.
    D’altra parte, nei suoi libri, non sono rintracciabili argomentazioni antisemite se non contenute in sporadici passi la cui interpretazione non è mai del tutto univoca, come quando accenna a Newton, dichiarandolo ebreo e iniziatore dell’era tragica della tecnica.

    Con la pubblicazione dei Quaderni Neri, invece, Heidegger argomenta, giustifica, il suo antisemitismo o, se vogliamo, attribuisce agli ebrei uno dei misfatti più tragici per l’umanità, quello di aver, appunto, dato l’avvio all’era della tecnica, mettendo a tacere spirito, metafisica e quant’altro.

    Una tecnica che, ancor prima di portare l’umanità alla perdizione e all’annichilimento, avrebbe con-dotto (come ha condotto) al genocidio del popolo ebraico, coinvolto nella stessa logica di cui era portatore.
    Un pò come se i nazisti avessero eseguito un ordine indiretto e… metafisico dell’ebraismo in quanto tale. Una sorta di “pulsione di morte” agita storicamente che avrebbe coinvolto un popolo nella sua totalità. Queste erano le intenzioni di Hitler e dei suoi sgherri ma, parimenti, stando a quanto scrive nelle sue quotidiane annotazioni, erano pure quelle di Heidegger.

    Ritornando al suo periodo di rettorato, in un’intervista della rivista Der Spiegel , Heidegger dichiarava:
    “Due giorni dopo il mio insediamento, il “capo degli studenti nazionalsocialisti” venne in rettorato con due compagni pretendendo nuovamente che venisse affisso il “manifesto sugli ebrei. Rifiutai. I tre studenti se ne andarono, sottolineando che il mio divieto sarebbe stato comunicato alla direzione nazionale degli studenti nazionalsocialisti. Qualche giorno dopo fui chiamato al telefono direttamente dal capogruppo delle SA, dr Baumann, dell’ufficio incaricato dell’istruzione superiore (che faceva parte della direzione centrale delle SA stesse). Il dr Baumann pretendeva che venisse affisso il suddetto manifesto come era già stato fatto in altre Università. In caso di rifiuto, avrei rischiato la deposizione se non addirittura la chiusura dell’Ateneo. Rifiutai e cercai di fare in modo che il ministro della cultura del Baden appoggiasse il mio divieto. Questi rispose che non poteva fare nulla contro le SA. Ciò nonostante, non ritirai il mio divieto” (..)

    Ovviamente i principi del nazionalsocialismo erano conosciuti almeno dagli anni venti. Hitler scrive in carcere il Mein Kampf (1923) in cui è esplicitata tutta la sua concezione del mondo. Se questo “autore” riesce a prendere il potere, qualcuno può pensare che modifichi le sue idee politiche e segnatamente razziali?

    Credo di no.

    Preso il potere, dunque, il “dittatore”, qualunque dittatore, modella le istituzioni sociali in modo che assolvano e siano coerenti con le sue indicazioni pregresse.

    Hitler lo può fare perchè assume il potere praticamente in modo assoluto. Le università, templi della cultura che diventano templi della cultura nazista, necessitano adesso di una gestione nuova.

    E’ pensabile che intellettuali in grado di essere investiti di questi incarichi vengano scelti tra “comunisti”, “rivoluzionari anarchici”, ebrei, antirazzisti, antinazisti, Rom e quant’altro?

    Certo no.

    Seguendo un ragionamento logico, in assonanza col buon senso, viene da pensare che chiunque ambisse a qualche carica di prestigio nel neogoverno nazionalsocialista non facesse parte di quelle categorie. Heidegger era in sintonia con questi criteri di scelta e le autorità lo sapevano.

    Inoltre Heidegger era un profondo conoscitore in materia filosofica e si era già prima del 1933 espresso nei Quaderni Neri ( sorta di diari scritti quotidianamente a partire dai primi anni del ‘900) in merito all’ebraismo come fautore della tecnica e ostacolo al dispiegamento dell’Essere.

    Nella prima fase, cioè nella ricerca di un possibile rettore, i nazi avrebbero scelto proprio lui se non era in linea con i presupposti del nazi-smo? Credo nuovamente di no.

    I nazi saranno quello che vogliamo, ma stupidi fino a questo punto è improbabile.

    Nella seconda fase, invece, abbiamo un Heidegger insediato come rettore che presumibilmente discetta tra i vari argomenti anche sulla funzione dell’ebraismo nel senso scritto sopra. Ciò verrebbe fuori dalle notazioni quotidiane contenute sempre nei Quaderni neri del periodo in questione.

    Se così non fosse, se cioè i quaderni neri o parte di essi fossero una “bufala” questo punto cadrebbe, ma solo questo punto, intendiamoci.

    Credo sia attendibile, comunque, che Heidegger non abbia fatto parte integrante del partito nazista pur avendo aderito formalmente ad esso e tuttavia le sue responsabilità per la gestione, pur breve, di un rettorato all’inizio della presa del potere di Hitler, un significato for-te deve pur averlo. E certo ha utilizzato le sue risorse personali di potere, legate anche alla sua per-sonalità autorevole, per ottenere i favori di chiunque gli interessasse e forse la vicenda con la Arendt è significativa anche se in fondo è quasi una norma anche al di fuori di contesti così forti come quelli di cui stiamo occupandoci.

    Il potere manipola sempre le proprie vittime.

    Un ulteriore punto di riflessione è la mancata ammenda pubblica dal nazismo che certo non può essere fatta attraverso una tardiva e comunque insufficiente intervista ad un settimanale.

    In aggiunta c’è da dire che in fondo Heidegger avesse idee di ” sinistra” come nazista e cioè era legato allo spirito delle SA (rivoltose, rivoltanti e fortemente antisemite) piuttosto che ad altre correnti naziste. Da cui sarebbe stato improbabile che proprio le SA potessero disturbare il Professore, come si evince dall’ultima parte di intervista riportata sopra. In ultimo possiamo perlomeno essere perplessi sulla autenticità, sul merito, di quanto Heidegger dice a posteriori in questa intervista.

    Sappiamo tutti quanto è facile manipolare, consciamente e inconsciamente, il passato e quindi anche il passato personale che viene “corrotto” dai ragionamenti del presente in virtù di opportunismi anch’essi del momento.

    In conclusione mi pare che questa intervista “postuma” non infici più di tanto il giudizio su Heidegger nazi, anzi direi che non lo inficia per nulla, semmai dimostra un estremo tentativo di pulirsi la coscienza da parte del solito opportunista (una ripetizione che rafforza il concetto che si vuol esprimere) di turno, il quale prima accetta i privilegi poi quando il vento soffia in senso contrario si pente, magari s’impaurisce e magari ancora crede che, sempre opportunisticamente, una qualche rettifica del suo operato sia da farsi.

    La fa, larvatamente, ma la fa, senza arrivare mai, ripeto, a una vera e propria ammenda pubblica, anche perché sarebbe stato andare contro la sostanza del suo pensiero che appunto viene fuori in maniera chiara dai Quaderni neri, di cui sino a poco tempo fa non si sapeva nulla o ben poco.

    In conclusione, che modello d’uomo intende Heidegger contrapponendolo a quello prodotto dalla tecnica?

    Un uomo “benestante”, avvezzo a frequentare l’alta società, politicamente moderato, convinto, a volte in mala fede e talvolta preda di illusioni, di contrapporsi alla “vile” realtà (tecnica, mondo degli oggetti, ecc.) in favore dello “spirito” e della ricerca poetica.

    Ipocrita perché, nonostante la sua critica apparentemente radicale, utilizza la tecnica e i privilegi che il capitalismo offre in modo particolare a categorie determinate di soggetti sociali.

    Razzista (antisemita) in atto e in potenza a seconda dei momenti. Totalitario laddove, gli interessi di classe evidenzino la necessità di sottoscrivere simili atteggiamenti o tendenze sociali e politiche.
    In sostanza misogino, sia pure utilizzatore della donna come fonte di appagamento sessuale o anche emozionale.

    Heidegger e il “suo” uomo, appunto uomo e non “uomo”, in primis, è distaccato dai problemi reali che riguardano l’assetto sociale del capitalismo, il vero alveo in cui la tecnica s’è sviluppata.

    Insomma anche nei confronti della tecnica, che diventerà suo cavallo di battaglia, non riesce a dire qualcosa di dirimente. Non è capace di riconoscerne l’origine, al di fuori di quella legata alle vicissitudine dell’ Essere.

    Ma l’uomo heideggeriano non soffre di questa minorità concettuale che, se non fosse tale, potrebbe mettere sotto osservazione la natura dei suoi stessi privilegi e la sua corresponsabilità nel gestire l’apparato tecnico in quanto tale.

    La filosofia non è obbligata a essere “critica”, come lo fu quella della cosiddetta Scuola di Francoforte, infatti può contribuire allo sviluppo del pensiero con riflessioni segnatamente teoretiche.

    Da rilevare è, tuttavia, che se ci si addentra nella realtà sociale, se si affronta la Tecnica, come fondamento del mondo contemporaneo, non è possibile poi misconoscerne l’influenza concreta, oltrechè spirituale, su sterminate moltitudini di lavoratori.

    L’ “uomo heideggeriano” è, in conclusione, un conservatore (normopate) abitualmente posto in medias res tra eccedenze fasciste e residui spiritual-religiosi.

    In buona sostanza, l’uomo di Heidegger, è assai lontano dal modello esistenziale (filosofico, psicologico e socio-politico) che giudico auspicabile, certo di non trovarmi solitario in questa considerazione conclusiva.

    PS1

    Questo articolo è una critica dal punto di vista logico, storico e morale, dell’opera di Heidegger, piuttosto che una disamina delle sue concezioni filosofiche generali, le quali vengono meglio illustrate da coloro che hanno di Heidegger considerazioni ben diverse dalle mie.

    PS2

    La cosiddetta importanza fondamentale del pensiero heideggeriano per la riflessione filosofica, si inscrive piuttosto nell’alveo della cosiddetta filosofia “continentale” e non invece in quella cosiddettta “analitica”. Quest’ultima rigetta in buona sostanza la metafisica e la concezioine dell’Essere, e quindi è antiheideggeriana per antonomasia, anche se alcuni esponenti contemporanei di questa area filosofica hanno reitrodotto questioni “metafisiche” nel loro terreno di ricerca.

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  5. 7 giugno 2015 @ 22:00 Marco Panteghini

    Molto bello l’articolo di Nicoletta Cusano e la sua riproposizione del nesso verità-tutto. Lei scrive che “ la filosofia nasce quando si pensa che la «verità» è assoluta innegabilità e che ciò significa totalità: se non lo fosse, lascerebbe come non negata la sua negazione”, quindi il concetto di tutto è implicato dal concetto di verità, perché la verità nega ogni sua negazione.
    D’altro canto volevo porre alla considerazione dell’autrice questa aporia: se la verità nega ogni sua negazione, ogni sua negazione non è d’altro canto detta, per cui non può essere detta neppure la verità di una qualunque affermazione…E’ possibile uscire da questa aporia?

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    • 8 giugno 2015 @ 13:43 nicoletta cusano

      La situazione logica a cui Lei a riferimento (sempre che io abbia capito bene) conduce all’aporia del nulla: la negazione della verità non è (è niente), dunque come la si può pensare e dire se non è? Come in relazione al nulla, anche in questo caso si dovrà dire che a “essere detta” (pensata, posta ecc.) è il significato (positivo significare) del nulla. Spero di avere inteso correttamente ciò che chiedeva. In ogni caso un rilievo molto importante. Nicoletta Cusano

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  6. 9 giugno 2015 @ 0:08 luciano poli

    Sono contento di leggere la professoressa Cusano in dialogo con amanti del pensiero filosofico.
    Grazie.

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  7. 24 giugno 2015 @ 18:03 ernesto rossi

    L’approssimazione raggiunta dalla Professoressa Cusano si può definire esatta, con quel senso di assoluto che si deve a tale concetto ma, se la Verità è il Tutto e occupa ontologicamente lo Spazio e il Tempo, allora bisognerà dire che è Morta! E ciò che è morto cosa è? Visto che esiste pure la possibilità della Creazione… E questo sposta la dimensione dall’ontologico all’apparente momento ontico… Questo in una visione dinamica che supera la staticità della visione proposta…

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