La recinzione dei diritti e il proletariato 2.0

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Ultime e penultime cronache dal mondo del lavoro. Primo fatto, i lavoratori volontari (o i volontari del lavoro?) per Expo 2015, lì dove si sperimenta – con il lavoro gratuito (quasi) di ultima generazione – l’ultima negazione della Costituzione (art. 36) e insieme la cancellazione del lavoro come diritto (ancora Costituzione, artt. 1, 2, 3, 4, 31, 32, 35, 37 e 41), oltre a violare la legge stessa sul volontariato (che deve essere gratuito, ma spontaneo). Secondo fatto, un’agenzia di lavoro interinale con sede in Romania ha offerto alle imprese la possibilità di assumere lavoratori italiani ma con contratti di lavoro rumeni, con risparmi del 40% sui costi del lavoro. Ovvero: se non è possibile de-localizzare in Romania (non è più di moda) si vorrebbe rumenizzare il mercato del lavoro italiano. Con un’aggravante: il titolare dell’agenzia ha dichiarato a la Repubblica: “Quella possibilità era del 2014. Ora purtroppo le cose sono cambiate. Da gennaio è entrata in vigore, in Romania una legge che aumenta il costo del lavoro. Così ai nostri clienti lo sconto del 40% non riusciremo più a garantirlo”. Alla fine è dovuto intervenire il ministero del lavoro italiano per ricordare l’illegittimità della proposta, senza tuttavia cancellarne l’oscenità.

Due casi tra i molti citabili e ormai quotidiani; passi ulteriori lungo il piano inclinato su cui è stato messo a forza un mercato del lavoro sempre più dominato dalla flessibilità e della competizione tra lavoratori. Ultimi e penultimi fatti che vanno quindi inquadrati all’interno di un processo più generale (il piano inclinato della negazione del diritto al lavoro, appunto) che è ideologico, biopolitico in senso foucaultiano e gramsciano nel senso di costruzione dell’egemonia e insieme del dominio del capitale e dell’impresa sugli uomini e la loro vita. Un processo che parte da lontano, affondando le sue radici nella prima rivoluzione industriale, passando poi nel fordismo per arrivare oggi alla rete; e volto a produrre nuovamente la svalutazione del lavoro, la sua ulteriore mercificazione, la sua modernizzazione mediante restaurazione controriformista (controriforma rispetto a quella riforma del capitalismo tentata parzialmente nel New Deal e poi nei gloriosi trent’anni post-1945). Una biopolitica/tanatopolitica neoliberista – in realtà: capitalista – che continua inarrestabile anche dopo la crisi che essa stessa ha prodotto nel 2007, usando la crisi come ulteriore grimaldello per approfondire ancora di più questo processo degenerativo e nichilistico. Con riforme strutturali (compreso il JobsAct) – un mantra, un autentico credo religioso – che sono in realtà de-strutturanti la società, la democrazia, la vita stessa degli individui. Necessarie tuttavia per creare un uomo nuovo (questo l’obiettivo del capitalismo in sé e per sé) che sia non più soggetto di diritti ma puro e razionalizzato oggetto del mercato.

Nessuna vagheggiata economia post-fordista si è dunque realizzata grazie alla rete e neppure è all’orizzonte, perché la sua promessa – lavoro libero, meno fatica, più tempo libero, meno controlli – si è rivelata solo una abile mossa propagandistica (essendosi realizzato l’esatto contrario) giocata su parole-chiave e immagini-chiave assai attraenti e seducenti; una promessa e insieme un miraggio (non quindi una eterogenesi dei fini, ma un effetto voluto anche se ben mascherato dalle retoriche della rete). E così oggi milioni di persone, in Europa e nel mondo vagano in un autentico deserto sociale, assetati di solidarietà che è però un’acqua che nessuno ha intenzione di dare loro, neppure (o soprattutto) la sinistra. Mentre l’oasi-miraggio, invece che di palme e di acque rinfrescanti è fatta di pali che sorreggono manifesti che dicono: sii imprenditore di te stesso; valorizza il tuo capitale umano; sii flessibile; se morirai di sete la colpa sarà solo tua.

Nessun post-fordismo, dunque, ma ancora più fordismo, soprattutto in rete; nessuna modernità liquida secondo Bauman, ma una modernità ancora più pesante della vecchia modernità pesante; nessun post-taylorismo, ma un taylorismo digitale e una nuova organizzazione scientifica del lavoro basata ancora, come la vecchia (perché è questa la logica ferrea e la gabbia d’acciaio del capitalismo moderno) su suddivisione/sfruttamento del lavoro affinché poi la totalizzazione/integrazione delle parti sia maggiore della semplice somma delle parti stesse; e quindi, nessuna economia della conoscenza – se non per settori molto limitati del mercato del lavoro – ma la banalizzazione e la standardizzazione della conoscenza; nessun lavoro immateriale, ma la flessibilizzazione e la precarizzazione di un lavoro sempre più materiale perché precario e incerto e comunque e sempre – come per il world class manufacturing della Fiat/Fca di Marchionne – la vecchia catena di montaggio più il pc, come aveva ben compreso, ma solitario e inascoltato, Luciano Gallino); e ancora: nessun lavoro free-lance e nessuna sharing economy. Piuttosto – oggi a intensità e pervasività ancora accresciute – una messa al lavoro totale della vita delle persone, ciascuno obbligato a diventare produttore, consumatore, attore/spettatore della società dello spettacolo, nodo della rete e data-mine da sfruttare. Ma spinto anche a farsi complice (la nuova servitù volontaria) dell’impresa e del mercato.

Gli ultimi trent’anni verranno allora un giorno ricordati (se ci saranno ancora la storia e gli storici) non come gli anni della rete virtuosa, democratica, libera e quasi-anarchica (falso!), ma come gli anni delle enclosures dei diritti. Dei diritti sociali in primo luogo, quei diritti che dovevano essere la concretizzazione dei diritti civili e politici perché questi non restassero solo de iure; diritti che sono stati invece progressivamente ridotti (come la democrazia) perché considerati un costo intollerabile per il mercato, un intralcio alla competitività delle imprese e un freno all’innovazione tecnologica.

La recinzione dei diritti, analoga a quella delle terre comuni che ha permesso, dal XVI secolo in poi la nascita del capitalismo moderno; e quindi – oggi – il divieto crescente di circolare nelle terre comuni dei diritti; diritti sempre più preclusi, vietati, limitati, recintati appunto, privatizzati; e insieme, la rimozione di ogni socialità/solidarietà (la società infatti non esiste – Margaret Thatcher – e non deve esistere), per la sottomissione di tutti al nuovo Leviatano del mercato: dove però questo Leviatano non nasce per rimuovere la paura e il bellium omnium contra omnes di uno stato di naturacaratterizzato dall’assenza di ogni struttura sociale, ogni uomo avendo un diritto naturale su ogni cosa, compresa la vita degli altri (come nel modello di Hobbes), ma viene im-posto per produrre mercato globale e flessibilità, rischio e insicurezza individuale, ovvero un nuovo stato di natura privato di ogni precedente struttura sociale. Un Leviatano che nasce dunque non per produrre la pace e l’uscita dallo stato di natura, ma proprio per diffondere la guerra economica e ricreare lo stato di natura, dove tutti si obbligano volontariamente al potere sovrano del mercato autorizzando questo sovrano assoluto ad esercitare il potere di indurre ciascuno alla guerra economica contro gli altri, ciascuno impegnandosi a non opporre resistenza.

Era questo ciò che serviva al capitalismo 2.0 (il sovrano assoluto libero da obblighi e svincolato dalla legge, soprattutto dalle Costituzioni): un nuovo proletariato obbediente e flessibile e senza strane idee in testa (i diritti), la cui vocazione, il cui beruf fosse solo quello di adattarsi al mercato. Un proletariato di massa e anch’esso 2.0, fatto di individui sempre più deboli, impoveriti, isolati – ma sempre più connessi in una rete essenzialmente capitalistica, condividendone l’egemonia culturale ed esistenziale e la trasformazione antropologica indotta.

Fine del progresso. Fine della democrazia. Fine della storia. Solo mercato. Punto.


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Lelio Demichelis

LELIO DEMICHELIS insegna Sociologia economica all’Università degli Studi dell’Insubria, Dipartimento di Economia ed è docente alla Supsi di Lugano. Ha scritto Bio-Tecnica. La società nella sua ‘forma’ tecnica (Liguori, 2008); Società o comunità (Carocci, 2010); è stato co-curatore di Biopolitiche del lavoro (Mimesis, 2008). Ha inoltre pubblicato saggi nei volumi Biopolitica, bioeconomia e processi di soggettivazione (a cura di A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicchi, A. Tucci – Quodlibet Studio, 2008); Natura e artificio (a cura di A. Catania e F. Mancuso - Mimesis, 2011). Si occupa di processi culturali, di organizzazione del lavoro, di tecnica, di rete e social network. Collabora ad Alfabeta2/Alfa+Più, Lettera Internazionale, MicroMega online, Sbilanciamoci.info. Ha collaborato in passato a il Mulino e alla Rivista milanese di economia.


'La recinzione dei diritti e il proletariato 2.0' 1 commento

  1. 16 maggio 2015 @ 15:54 Andrea Zhok

    Il commento a seguire parte da una condivisione di fondo delle linee generali dell’analisi dell’autore. E tuttavia, su questo sfondo condiviso, vi è un elemento apparentemente marginale su cui temo di dover dissentire.
    L’autore parla di “riforme strutturali” come fattori “de-strutturanti la società, la democrazia, la vita stessa degli individui”, fattori necessari “tuttavia per creare un uomo nuovo (questo l’obiettivo del capitalismo in sé e per sé) che sia non più soggetto di diritti ma puro e razionalizzato oggetto del mercato.”
    Ecco, una visione del genere sembra concepire il capitalismo come una visione prevalentemente normativa, in cui ci sarebbe un obiettivo antropologico di fondo, la creazione di un ‘uomo nuovo’ analogo e simmetrico rispetto all’esplicito progetto dell’uomo nuovo che fu portato avanti dal marxismo. Ciò configura il capitalismo come un’impresa essenzialmente volontaria, guidata da una volontà razionale di ottenere certi obiettivi etici ed antropologici.
    Con questa visione è coerente la chiusa dell’articolo, dove si parla di un esito ideale di questo processo, con annichilimento della democrazia a favore di un mercato totalizzante.
    Temo che, paradossalmente, questa visione sia ottimista. Essa fa apparire il movimento storico chiamato ‘capitalismo’ come qualcosa di dotato di una propria razionalità e dunque di una propria coerenza nel perseguire obiettivi condivisi dai suoi sostenitori. Se così fosse sarebbe da un lato facile identificare i ‘capitalisti’, metterli alla berlina, denigrarli e prenderne le distanze; ed in secondo luogo sarebbe sensato credere che quantomeno la razionalità capitalista debba essere sufficientemente razionale da tentar di evitare strade autodistruttive.
    Ma le cose non stanno così.
    Innanzitutto, una delle maggiori difficoltà del capitalismo è che vi si partecipa, e si finisce per prenderne le parti, anche senza alcun tipo di adesione ideologica: per dire, il poveraccio che è stato costretto a farsi un fondo pensione privato, magari modestissimo, per non dover passare una vecchiaia di stenti viene condotto dal gioco stesso del mercato a simpatizzare con iniziative che tutelano le rendite da capitale.
    In seconda battuta, il capitalismo e gli agenti economici che vi partecipano ‘collaborano’ semplicemente nella misura in cui perseguono ciascuno agende private, spesso a breve termine ed ignare delle conseguenze complessive. Ciascun agente economico del capitalismo opera in un modo che può comporsi con le azioni altrui sul piano della rendita degli individui coinvolti, e basta. Ne segue che gli effetti combinati di queste attività individuali sfuggono sempre costitutivamente ad ogni progettazione e controllo. Perciò, anche se tali effetti combinati mettessero a repentaglio la sussistenza stessa del capitalismo (o della specie umana), nulla, ma proprio nulla garantisce che seguiranno correttivi razionali. Questa è, ed è sempre stata, la forza ed insieme la debolezza del capitalismo: esso non ha bisogno dell’accordo in un progetto comune, e al contempo esso non è in grado di produrre tali forme di accordo, neanche quando sarebbe razionale ottenerle.

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