Insegnanti, mettiamoci in gioco

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Martedì 5 maggio non ho partecipato allo sciopero indetto dai grandi sindacati che ha visto un’ampia adesione dei docenti. Spiego alcuni motivi che mi hanno spinto a questa scelta. La volontà del Governo di assumere, spinto dalla sentenza della Corte europea, i docenti presenti nella Gae è condivisibile. Ritengo che dare stabilità lavorativa, a chi ha ottenuto un’abilitazione dopo aver superato un esame a numero chiuso, legato ai posti disponibili (quale era la Ssiss), sia giusto. Tanto più che la quasi totalità di questi docenti lavora da molti anni con stabilità. Condivido quindi la scelta strategica di porre una linea di demarcazione netta e definitiva, tra passato e futuro, in relazione alla modalità delle assunzioni dei docenti. Le prossime assunzioni verranno fatte per concorso ovvero maggiormente legate al merito e ad un posto effettivamente disponibile. Fine quindi di immeritocratiche graduatorie ad esaurimento, la cui espansione è stata avallata in questi decenni, sia dal mondo della scuola, sia dai sindacati, sia dalla politica. Questo è stato un errore molto grave a cui va posto un freno. La svolta impressa dal Governo ha anche una natura riformistica. Garantire maggiore stabilità di insegnamento tutela la qualità del lavoro.

L’altro vero nodo presente nella Riforma è quello del merito e del ruolo potenziato dei Dirigenti scolastici. Nel corso del dibattito di questi mesi, spesso generico anche per colpa del Governo, abbiamo assistito ad un viavai di notizie che non ha tranquillizzato l’ambiente. Si era parlato di aumenti salariali in base al merito. Il Governo in questo ambito è casomai stato fin troppo timido in quanto la quota destinata in tal senso è esigua. Ma veniamo al nodo principale: il potere del Dirigente. Il potenziamento dei suoi compiti riguarderà diversi ambiti tra cui la scelta dei docenti e la loro valorizzazione e valutazione. In linea di principio non sono contrario. La difficoltà della valutazione ha riguardato, in questi decenni, tutto l’apparato pubblico ed ha visto coinvolti diversi settori che si sono trasformati aumentando sia il potere dirigenziale, sia il controllo da parte dell’utenza. Questa logica, che tende a razionalizzare la spesa, scaturisce dalla necessità di legare al territorio e al luogo di lavoro il processo valutativo. Il punto che la Riforma, a mio avviso, affronta solo lateralmente è la questione della valutazione. Se ad avere il compito della valutazione del docente è chiamato esclusivamente il Dirigente, è chiaro che il discorso non tiene. Il rischio che diversi paventano, è quello di assistere ad un accentramento di potere autoritario, arbitrario e magari anche immeritocratico. Dotare il Dirigente di uno staff non muta la sostanza di queste preoccupazioni. Sono da sempre esplicitamente favorevole ad una svolta meritocratica nella scuola, ma affinché tale cambiamento sia reale, deve essere affermato un concetto chiaro: la valutazione deve essere effettuata con criteri il più possibile oggettivi sotto la responsabilità di enti esterni tecnicamente preparati, dotati di riconosciuta credibilità

. Il processo di valutazione deve rigurdare tutti, a partire dal Dirigente stesso. Il Ddl del Governo, consapevole di ciò, ha previsto che la valutazione del Dirigente venga effettuata da un nucleo di valutazione istituito presso l’amministrazione scolastica regionale ed ha previsto che all’Invalsi spetti la definizione degli indicatori di tale valutazione. Ritengo sia questo l’ambito dove, al momento, regna la maggiore necessità di chiarimento. Se, ad esempio, i Dirigenti verranno premiati in relazione soprattutto dei risultati didattici ottenuti dalla scuola, è chiaro che lo stesso avrà tutto l’interesse a scegliere insegnanti bravi. Se, viceversa, a prevalere saranno aspetti burocratici, formali e anche il semplice numero degli iscritti, è chiaro che il Dirigente potrebbe non essere spinto ad assumere gli insegnanti migliori. L’assenza di chiarezza su questi punti ha favorito il successo nei numeri dello sciopero. All’interno dello sciopero coesistono, a mio avviso, motivazioni nobili ed altre corporative. Legittime sono ad esempio le rivendicazioni salariali, le richieste di investimento strutturali, che si aggiungono alle perplessità prima esposte. Nel contempo però sono numerosi anche coloro che hanno scioperato per timore della valutazione e dell’incertezza. Molti dicono: in Italia il merito è impossibile. Ecco, questa è un’argomentazione per me inaccettabile, perché pessimistica e reazionaria. Lo sciopero ha quindi purtoppo visto prevalere una fraseologia consunta, che rischia di appiattire il giudizio verso la protesta, che non è esclusivamente così riassumibile. A scioperare non sono stati solo i conservatori, ma anche una parte del mondo della scuola che chiede garanzie sulla serietà del discorso che si sta mettendo in piedi. Gli insegnanti hanno vissuto, in questi ultimi anni, un periodo difficile, di trasformazione. L’aumentato potere del Dirigente, accanto alle pressioni, talvolta fuori campo, del mondo delle famiglie e degli studenti, hanno messo in difficoltà gli insegnanti, che si sentono sempre più vincolati, per forza di cose, al consenso dell’utenza e della Dirigenza. Questo si relaziona con la cultura del merito solo in parte. Le famiglie e gli studenti hanno diritto alla qualità, alla trasparenza e alla comunicazione del gradimento o meno del servizio. Questo però non deve portare alla distorsione che l’utenza diventi padrone della scuola. Il rischio, che gli insegnanti hanno visto in questi anni, è che il Dirigente lasci isolato il docente a confrontarsi con le pressioni delle famiglie.

Se inteso in questo senso, il binomio Famiglie- Dirigente può essere un fattore peggiorativo. Se invece, al centro del processo valutativo venisse posta un’entità terza, anche la capacità decisionale del Dirigente ne uscirebbe rafforzata. E soprattutto ne uscirebbe rafforzata la credibilità professionale dei docenti, accanto al vero obiettivo di un serio discorso sulla scuola: il diritto ad un’istruzione di qualità dei nostri ragazzi. Queste considerazioni durante lo sciopero non sono emerse in maniera chiara. Il richiamo, anche legittimo per certi aspetti, ad una maggiore collegialità, può essere interpretato come la volontà di lasciare tutto così com’è. Le migliori scuole italiane hanno una storia lodevole che va sostenuta. La scuola italiana nel suo complesso ha però urgente bisogno di essere ripensata; necessita di un collegamento più stringente con la veloce modernità tecnica che richiede soprattutto l’affinamento di nuove competenze critiche e gestionali.


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Gianpaolo Izzo

Nato a Udine il 22/01/1969, città nella quale vive. Docente di Filosofia e Storia nei Licei. Ha conseguito due Lauree, una in Storia ed una in Filosofia. Per anni è stato opinionista a Telefriuli, dove ha trattato in maniera particolare tematiche scolastiche. Nei suoi studi si occupa prevalentemente di estetica (con particolare attenzione al cinema), di politica e di economia. E' stato in due amministrazioni assessore del Comune di Tarvisio: al Commercio e Turismo e al Bilancio.


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