Le donne vedono il futuro in una mostra corale

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Desidero raccontare un’iniziativa che va controcorrente rispetto alla imperante cultura dell’individualismo e all’idea che un artista sia tale se mette la sua cifra da solitario sulle sue opere.

All’interno del prestigioso Palazzo Madama nella mia città è in corso una mostra fotografica dal titolo Donne che vedono il futuro, costituita da 205 ritratti e dalle voci che recitano le frasi con le quali queste hanno delineato il futuro a cui aspirano. Si tratta di lavoro corale, frutto di collaborazioni e che trae spunto da un’iniziativa precedente: in occasione della mostra Women of Vision. Le grandi fotografe di National Geographic, svoltasi dalla fine di ottobre del 2014 all’inizio di gennaio del 2015, è stato proposto un laboratorio sperimentale con la fotografa Bruna Biamino che per due settimane, dal 6 al 14 dicembre, ha coinvolte donne di ogni età che si sono rese disponibili a farsi fare un ritratto fotografico e hanno formulato in poche frasi la loro idea di come e in che cosa consista la loro visione del futuro.

L’ambiente prescelto per il set fotografico è stato la veranda settecentesca progettata da Filippo Juvarra per la Madama Reale Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours. Una sala affacciata sulla grande e originale piazza Castello e che ha una volta dipinta con uno sfondato di cielo turchino su cui si intrecciano rami carichi di fiori e di frutti. Un luogo ideale dove mettere in dialogo identità, aspirazioni, sogni e aspettative.

Si tratta di un evento che scaturisce in primo luogo da una netta sensibilità al mondo femminile, ma è anche il segno del fatto che la crisi economica ha fatto sì che molti musei abbiano ridisegnato i punti cardine della propria missione, accentuando le iniziative a carattere sociale, nel tentativo di costruire momenti di aggregazione e di condivisione con soggetti specifici, così da avere un bacino di pubblico già sensibile alle tematiche proposte.

Il tema del ritratto si aggancia alla lunga storia di una raffigurazione tipica della cultura occidentale, recuperata e sperimentata nel Rinascimento come occasione di promozione sociale, ma anche come terreno privilegiato di incontro fra immagine e testimone, un faccia a faccia che nel muto scambio degli sguardi e della forma delle espressioni attinge ai valori più segreti dell’anima e del pensiero.

In questo inventario ideale di vite e di esperienze, le parole depositate da ogni donna, proprio come gli antichi cartigli dei dipinti, hanno proposto una speciale via di accesso alla lettura dei ritratti, fissando così in una doppia dimensione lo stato d’animo di un istante e la visione di un tempo dalla lunga durata.

Il progetto è partito dall’idea di costruire un’occasione di concreto contatto fra il museo e il suo pubblico e si è sviluppato sul terreno della relazione, dell’ascolto e della collaborazione. L’idea sembra quella di gettare un sasso e produrre gli effetti che Gianni Rodari racconta in Grammatica della fantasia: «Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano sulla sua superficie, coinvolgendo nel loro moto, a distanze diverse, con diversi effetti, la ninfea e la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore. [E ci indica che] non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio». Le protagoniste, con le loro parole hanno espresso aspirazioni, speranze e valori che desiderano concretizzare, hanno espresso emozioni, hanno dato voce ad affetti da salvaguardare, memorie da conservare, relazioni da proteggere, rimpiangere o dimenticare.

La mostra mette in campo una visione del futuro incarnata nella possibilità di lavorare in modo diverso e colloca insieme donne sicuramente diverse, per carattere, esperienze e aspettative; senza un obiettivo chiaro, ma intuendo che da qualche parte insieme si può arrivare, come in una jam session o in un’orchestra, o come le dita in una mano, cioè assumendosi la responsabilità di provare a far crescere un mondo che si muova con logiche diverse da quelle individualistiche che hanno portato alla frantumazione e dispersione di saperi e competenze.

Le donne protagoniste, in molto sensi, della mostra hanno collaborato. Genetica e neuroscienze hanno dimostrato che la collaborazione è una pratica diffusa fra le componenti elementari della struttura biologica dell’essere umano e che di converso il conflitto è, anche a questo livello, distruttivo. Le stesse discipline ci raccontano che la collaborazione fra esseri umani è una capacità innata, così come lo sono la tendenza a risolvere i conflitti e a riconciliarsi. Un’attitudine di questo tipo si sviluppa ed evolve tanto più quanto più i contesti educativi e culturali favoriscono l’atteggiamento di contraccambiare, così da aumentare la fiducia reciproca. La pratica collaborativa non può quindi che fondarsi sulla ricerca di motivazioni comuni, bisogni e interessi condivisi, e non può che essere caratterizzata dalla trasparenza e dalla messa in comune delle informazioni rilevanti.

Bruna Biamino dà corpo all’idea che quando un fotografo si accinge a intraprendere una campagna fotografica di ritratti sa perfettamente che cosa gli verrà richiesto: una fotografia che esprima al meglio l’essenza della persona cui viene fatto il ritratto, comunicando allo stesso tempo la visione del fotografo nei confronti del soggetto.

Dietro alla presunta ovvietà del lavoro, che può essere portato a termine in modo più o meno brillante e soddisfacente, in realtà il fotografo sa che scattare le fotografie sarà la parte meno pregnante e impegnativa della relazione, che si instaurerà fra soggetto e artista.

Più che un occhio che osserva, il fotografo sa di dover essere soprattutto un orecchio che ascolta. Ciò avviene per una serie di ragioni, la prima delle quali è la poca dimestichezza del soggetto a posare, poiché l’occhio della macchina fotografica non è “empatico”, è freddo, fisso. Non lo si può sedurre, né contrastare. La seconda ragione è il timore del soggetto di sembrare inadeguato, il non sapere dove mettere le mani, dove rivolgere lo sguardo: in breve, quale posa assumere. La persona ritratta corre quindi il rischio – o almeno così sembra pensare – di vedersi più brutta, meno intelligente, priva di quella luce nello sguardo che la rende riconoscibile a sé stessa.

Di fronte alla macchina fotografica siamo tutti vulnerabili, in balìa di forze esterne e per lo più incontrollabili, forze che hanno il potere di tramandare la nostra immagine in modo distorto, sbagliato. Ed è esattamente in quel momento fatidico che si innesca lo strano e speciale rapporto fra il fotografo e il soggetto ritratto. L’obiettivo della macchina fotografica funziona come una cortina. Non unisce, separa. Da una parte c’è il soggetto, preoccupato di corrispondere all’immagine che ha di sé stesso, affannato a mettersi in posa, a trovare un modo di tenere le mani, a ravviarsi i capelli e alle prese con la difficoltà di non potersi osservare a uno specchio. E soprattutto preda dell’ansia di trovare un modo di comunicare, di piacere al fotografo e sollecitare in lui una percezione benevola che si tramuti in una bella immagine di sé stesso. Dall’altra parte c’è il fotografo, che ha la piena percezione di questo disagio psico-fisico e cerca di farvi fronte meglio che può. Il sorriso forzato, il collo rigido e le mani sempre in movimento, creano una condizione di emergenza emotiva, così il ritratto si trasforma in un “problema da risolvere”, nel modo più sereno e indolore possibile.

Compito per nulla facile, poiché in questo caso la padronanza della tecnica non aiuta. Come uscire allora dall’impasse, poiché l’identità non è un’entità immobile e deve essere continuamente negoziata con gli altri.

La strada è tentare di entrare nei panni del soggetto, che si agita nervosamente davanti all’obiettivo, e rendersi pienamente conto del suo disagio, riempire i silenzi sospesi. Immedesimarsi nel suo stato d’animo, trasformandolo da oggetto in persona. Solo quando il soggetto entra nello ‘stato di grazia’ necessario è possibile iniziare lo shooting, termine inglese che descrive la sottile violenza del fotografare un essere umano.

A questo punto chi fotografa e chi è fotografato lavorano per un obiettivo comune, creare una relazione che consenta una sorta di confidenza reciproca. Le immagini rimandano l’idea che passi sui volti racconti di episodi di vita, dolori e passioni, percorsi esistenziali, sentimenti delicati e intimi, disagi, allegria e sofferenza. In qualche ritratto gli occhi sono pieni di lacrime. In altri i visi sono illuminati come da una luce interiore.

Sembrerà banale, ma la mostra ci dice che per fare un buon ritratto bisogna essere in due e che la dimensione femminile può essere solo corale, polifonica, collettiva, ha più volti, ha più voci, ha più suoni.

 


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Maria Grazia Turri

Maria Grazia Turri, filosofa ed economista, insegna Linguaggi della comunicazione aziendale e Fondamenti della comunicazione all’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni La distinzione fra moneta e denaro (2009), Gli oggetti che popolano il mondo (2011), Biologicamente sociali, culturalmente individualisti (Mimesis 2012), Gli dei del capitalismo: teologia economica nell'età dell'incertezza (2014)


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