Van Gogh: l’infinito allo specchio


Tentare l’impresa di una monografia, sia pure circoscritta a un tema specifico come quello dell’autoritratto, non è un’impresa facile, quando si tratta di un artista come Vincent Van Gogh. Mariella Guzzoni, autrice del recente Van Gogh: l’infinito specchio. Il problema dell’autoritratto e della firma in Vincent (Mimesis 2014), riesce egregiamente ad assolvere il compito che si è posta. Una formazione poliedrica e multidisciplinare le è stata senza dubbio d’aiuto: Guzzoni ha studiato rispettivamente lingue straniere e belle arti, proseguendo poi la sua attività come critica e curatrice. Il suo è pertanto uno sguardo a tutto tondo sul problema dell’arte e nello specifico sull’autoritratto in Van Gogh. A questa molteplicità di approcci si aggiunge il taglio psicoanalitico, più precisamente lacaniano, che l’Autrice dà alla sua indagine sull’artista Van Gogh e sul soggetto (sia in senso artistico sia in senso psicoanalitico) Vincent. Massimo Recalcati, uno dei massimi studiosi di Lacan oggi attivi in Italia e ‘intellettuale pubblico’ di grande risonanza, scrive giustamente nella Prefazione al libro che il volume di Mariella Guzzoni «non è un saggio di psicoanalisi, né un testo di storia dell’arte; non è un romanzo, né una biografia. Eppure è un po’ tutte queste cose insieme» (p. 7). Va anche detto che il tema dell’autoritratto è stato ampiamente discusso in sede di storia e teoria dell’arte, che esso non si presenta mai semplicemente come un genere tra gli altri: l’autoritratto stimola, al contrario, per sua stessa natura un’interrogazione sulla capacità dell’immagine di riflettere su se stessa. È un tema su cui la semiotica visiva ha dato importanti contributi e che resta forse l’unico a rimanere più in ombra nell’opera di Guzzoni, la quale vanta tuttavia una bibliografia di tutto rispetto, che va dalla psicoanalisi, com’è stato detto, alla storia dell’arte, fino alla filosofia e all’estetica. Occorre però aggiungere che, se c’è un metodo psicoanalitico che ha fatto dell’ibridazione con la linguistica e in generale con le ‘scienze dei segni’ un tratto costitutivo dei suoi processi di analisi, questo è proprio il metodo elaborato da Lacan e proseguito dai suoi allievi.

Ho detto che il testo di Guzzoni circoscrive il suo interesse ai temi dell’autoritratto e della firma. Devo ora contraddirmi: a essere più precisi, l’Autrice si serve di queste due temi per rileggere tutta l’opera di Van Gogh. Così, ad esempio, le celebri Scarpe sono, sì, come già aveva sostenuto Heidegger nel saggio sull’Origine dell’opera d’arte, salvo poi essere contraddetto (non saprei dire se a ragione) da Schapiro e Derrida, l’immagine da cui emerge il mondo del contadino, fatto degli strumenti più elementari del suo lavoro, i quali recano su di sé l’impronta di un’intera esperienza: una “terra” colta nel suo darsi nel e ritrarsi dal mondo che si manifesta nell’opera d’arte. Per Guzzoni, tuttavia, quel mondo è la terra di Van Gogh; quel contadino è Van Gogh. In un certo senso, l’Autrice non indaga lo statuto del dispositivo autoriflessivo dell’immagine, come richiederebbe invece una rigida impostazione semiotica, perché a lei interessa andare a ricercare questa autoriflessività nel suo concreto mettersi in opera. Si potrebbe dire, allora, che Van Gogh è pittore perché è contadino ed è contadino nella misura in cui è pittore. Sotto questo profilo, l’analisi della personalità di Van Gogh attraverso i suoi dipinti riesce pienamente, sfuggendo alla stigmatizzazione a cui tentativi simili incorrono non di rado; è il caso di ricordare fino a che punto, negli anni Settanta del secolo passato, il filosofo francese Jean-François Lyotard stigmatizzasse i tentativi di ridurre la rappresentazione pittorica alla scena psicoanalitica. Per Lyotard, l’intreccio tra il dispositivo libidinale della pittura e il sistema delle pulsioni elaborato dalla psicoanalisi, Freud in testa, era legittimo solo nella misura in cui si fosse ammesso che la figura nel quadro non interpreta una soggettività da analizzare, ma un ruolo da esibire, come tale offrendo spunti per ripensare anche lo statuto della prassi psicoanalitica.

Guzzoni sfugge evidentemente a simili semplificazioni e tuttavia non rinuncia a formulare una sua ‘diagnosi’ del soggetto Vincent, il quale sarebbe stato affetto da una continua alternanza tra una malinconia “attiva” e una malinconia “della disperazione”: la produzione artistica di Van Gogh diventa allora il sismografo attraverso cui registrare, come sintomi, le oscillazioni tra questi due poli della nevrosi. È chiaro che un tale dispositivo psichico deve aprirsi prepotentemente all’arte e, per così dire, trovare in essa il suo ‘fuori di sé’. L’arte di Van Gogh non è più solo l’arte personale di Vincent Van Gogh, ma è soprattutto un tentativo di ripensare la storia dell’arte secondo questa linea di sviluppo: emerge quasi necessariamente, a questo punto, il confronto con Rembrandt, in una chiave che non sarebbe scorretto definire, riprendendo l’espressione dal grande storico dell’arte francese Henri Focillon, quella di una “estetica dei visionari”.

L’Autrice individua una logica in questo complesso e stratificato dispositivo. Mi sia permesso su questo punto di forzare, o meglio di radicalizzare le tesi di Guzzoni. Se si dà una polarità tra firma e autoritratto in Van Gogh, ciò avviene con tutta probabilità perché questi due poli rappresentano la ripresa e la rielaborazione delle due forme di malinconia teorizzate dall’Autrice: disperazione e attività. Da una parte, nella firma abbiamo una potente anticipazione della morte: il tentativo di fermare la propria identità in un punto che non permette ulteriori sviluppi e che tuttavia consente una definitiva gratificazione del sé. Dall’altra, assistiamo alla necessaria riapertura di un individuo chiuso a nuovi processi di individuazione, che si realizzano esemplarmente nell’opera d’arte, in quanto l’opera non ferma l’identità, ma destituisce di senso la chiusura operata dalla firma. È forse un caso, viene da chiedersi, che la grandezza di Van Gogh sia affidata non solo a una fortuna postuma, costruita in parte su aste con prezzi da capogiro e su un collezionismo sfrenato, ma anche di converso, e forse necessariamente, su una storia critica, che rimette costantemente in discussione l’autenticità dei dipinti, e su continui clamorosi casi di falsi? Non è forse l’identità di Van Gogh a essere sempre di nuovo falsificata, e con ciò sempre di nuovo riaperta?

Di Dario Cecchi

Dario Cecchi svolge attività di ricerca presso il Dipartimento di Filosofia della “Sapienza” Università di Roma, dove collabora con la Cattedra di Estetica. Tra le sue pubblicazioni: Abbas Kiarostami. Immaginare la vita (Fondazione Ente dello Spettacolo 2013); La costituzione tecnica dell’umano (Quodlibet 2013); Il continuo e il discreto. Estetica e filosofia dell’esperienza in John Dewey (Franco Angeli 2014). Ha curato la raccolta di saggi di Jean-François Lyotard Rapsodia estetica. Scrittu su arte, musica e media (1972-1993) (Guerini 2015).

 


Condividi questo articolo:



'Van Gogh: l’infinito allo specchio' has no comments

Commenta questo articolo per primo!

Vuoi scrivere un commento?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato

Scenari. Il settimanale di approfondimento culturale di Mimesis Edizioni Visita anche Mimesis-Group.com // ISSN 2385-1139