Junior Human Beings

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Nel 2014 si è affermata sui media italiani, e in particolare nelle cucine del format televisivo Junior MasterChef Italia, una nuova figura: il bambino cuoco. Si tratta di una figura non banale e innovativa rispetto ai precedenti “piccoli virtuosi” della televisione italiana. Può essere dunque utile dedicare ad essa alcune rapide considerazioni da cui, traendo vantaggio da critiche e commenti del lettore, potrebbe nascere un lavoro più sistematico. Sono uno spettatore occasionale ma attento di MasterChef, di solito assisto alle puntate quando ormai è noto chi è il vincitore, ma le vedo con molto interesse e partecipazione. Noto le esagerazioni e mitizzazioni presenti nel programma, ma come può succedere di fronte ad un incontro di wrestling, a un duello tra mediocri politici o a qualche inchiesta giornalistica a teorema, mi appassiono proprio a quelle esasperazioni. Assisto a questa messa in scena, ai personaggi e alle loro dinamiche di interazione prevedibili, ai giudici che non sanno loro stessi se “ci sono o ci fanno”. Ma non mi irrito, anzi mi diverto. Con questo atteggiamento “laico” ho cominciato a vedere una puntata della versione MasterChef per piccoli ovvero Junior MasterChef Italia.

Per coloro che non l’hanno mai visto è necessario sapere che la struttura del format televisivo è la stessa del MasterChef “senior”. Si tratta di un così detto talent show che promette fama e premi concreti ad aspiranti cuochi.

Vi è inizialmente un vero e proprio assalto di centinaia di persone che cercano di superare le selezioni, poi una élite di aspiranti MasterChef entra nel programma. Da quel momento ogni puntata è suddivisa in varie prove che possono essere compiute dai singoli o da squadre. Prove con nomi inglesi anche nella versione italiana: mistery box, invention test, pressure test.

Gli attori principali in gioco nel format sono gli aspiranti Junior Chef e tre giudici presentati come estremamente autorevoli e affermati. Ad ogni prova corrisponde un giudizio che può arrivare da uno dei tre giudici oppure da ospiti esterni. Ogni puntata si chiude con l’eliminazione di uno o più dei partecipanti, e si procede così puntata dopo puntata fino a che dai vari “gironi” non si arriva alla “finalissima” e al trionfo dello o della “Junior MasterChef Italia”. In questa struttura narrativa si inseriscono una voce fuori campo onnisciente che racconta ciò che avviene con fare pacato, descrittivo e documentaristico, e degli inserti durante i quali i vari partecipanti commentano, guardando in camera, ciò che avviene; lo fanno in modo simile a come avverrebbe se, durante una partita di calcio, l’azione di un certo giocatore venisse commentata, sottolineata, criticata da quello stesso giocatore.

Come detto pocanzi ho iniziato a vedere il programma con spirito “laico”, ma con in mente le figure caricaturali interpretate dai bambini di “Ti lascio una canzone“ o “Io canto”. Al contrario dei format di cui sopra i partecipanti di Junior MasterChef non sono macchiette, o versioni bonsai di qualcosa d’altro, ma persone con una loro autonomia ed anche dignità. Il format si definisce “Junior”, dunque nasce a partire dalla individuazione delle caratteristiche rilevanti del programma di partenza, ne costruisce un modello e poi lo declina in versione “junior”. Questa declinazione però non è esasperata e gli elementi di imitazione degli adulti, o al contrario di accentuazione della fanciullezza, non sono sovraccaricati. Tuttavia nel corso della trasmissione emerge, a mio parere, qualcosa di insolito. Non c’è il kitsch di “Io canto” ma qualcosa di diverso. Per capire di che si tratta è necessario analizzare il programma cercando di individuare la sua struttura.

Il primo aspetto rilevante è la quantità di punti di vista che si sovrappongono.

Se definiamo con “J” l’aspirante Junior MasterChef, con “G” il Giudice, con “M” MasterChef intesa come la competizione a cui partecipano, con “V” la voce fuori campo, con “>” una qualsiasi azione di valutazione, descrizione o commento compiuto, possiamo schematizzare gli scambi comunicativi di Junior MasterChef in questo modo:

Jx > Jx (es: il partecipante parla di se stesso);

Jx > Jy≠x (es: il partecipante valuta un altro partecipante);

Jx > Mx (es: il partecipante parla di MasterChef);

Jx > Gx (es: il partecipante commenta il comportamento di un giudice);

Gx > Gx (es: un giudice definisce la propria linea);

Gx > Gy≠x (es: un giudice richiama la decisione di un altro giudice);

Gx > M (es: un giudice ricorda i valori di MasterChef);

V > Jx (es: la voce fuori campo descrive le azioni di un partecipante);

V > Gx (es: la voce fuori campo commenta la linea di un giudice);

V > M (es: la voce fuori campo chiarisce in quale momento del programma ci troviamo).

In pratica il fuoco del programma non è mostrare l’atto del cucinare, ma piuttosto renderlo oggetto di una serie di attività cognitive come: commentare, criticare, descrivere, valutare, spiegare, etc.

Questo non significa tuttavia che siano presenti tutti i possibili temi collegati alla cucina. Una lista sintetica include: economia domestica, sicurezza sul lavoro, normative sull’igiene, guadagno, sostentamento quotidiano, ambiente, salute, animalismo, etica, religione, tradizione, ritualità, feste, famiglia, accoglienza, socialità, affermazione sociale, autonomia e autosufficienza, affermazione della propria personalità, divertimento, creatività, ricerca. Nel format vi sono dimensioni del tutto escluse, come economia domestica, ambiente, etica, religione; altre presenti ma in secondo piano come salute, ritualità, accoglienza; altre invece rese esplicite e oggetto di discorso: creatività, affermazione della propria personalità, affermazione sociale, ricerca. L’atto del cucinare viene trattato dunque come metafora o specchio del modo di comportarsi e delle personalità dei partecipanti. Si parla continuamente di valori come: tenacia, creatività, non banalità, originalità, inventività, coraggio, competenza tecnica, finezza del gusto. I partecipanti esprimono sia durante il racconto principale, sia nelle varie “parentesi” di fronte alla telecamera, le loro opinioni, la loro visione di sé, la loro ambizione, le loro delusioni e fanno questo sia rispetto all’ambito del programma sia rispetto al loro futuro.

La cucina è considerata in MasterChef come strumento espressivo. Può essere utile paragonarla dunque ad arti come la musica, la danza, il teatro: anche in questo caso si assiste ad una performance, solo che nel caso della cucina il giudizio non avviene sulla performance in sé, quanto, invece, sul risultato. Da questo punto di vista la cucina è vicina ad arti come pittura e scrittura, ma al contrario di queste ha un tempo di preparazione assai più ridotto. Come conseguenza di questa lettura della cucina, il talento dei Junior deve consistere anche nella loro capacità di scelta, pianificazione, gestione del tempo a cui si sommano poi capacità di coordinamento interpersonale, nel caso delle prove di gruppo.

Da quanto analizzato emergono dunque figure di “piccoli virtuosi” capaci di gestire ingredienti pregiati, costruire accostamenti arditi, “osare in cucina”. Bambini che nello stesso tempo devono possedere anche un insieme di capacità di gestione di sé, di sé rispetto agli altri e infine di varie risorse esterne: tempo, ingredienti, strumenti. Sommando questi vari elementi il risultato è che in scena è la capacità dei partecipanti di “stare al mondo”. E ovviamente questa capacità viene giudicata ed eventualmente premiata.

Dunque da piccoli virtuosi questi diventano piccoli esseri umani. Lo svolgersi della narrazione mette in scena una fase della vita umana, la fanciullezza. Rispetto a questa, come abbiamo visto, presenta un quadro molto chiaro: soggetti, obiettivi da raggiungere, giudici. Diventare cuochi, obiettivo esplicito, significa di fatto anche diventare “esseri umani completi e di successo” e dunque i giudici cuochi non sono solamente valutatori dei cibi o delle capacità culinarie, ma anche valutatori delle persone tout court. Infatti quando esprimono il loro giudizio è il loro Io che conta, quello che a loro piace o non piace non solo come cuochi, ma soprattutto come esseri umani.

Tutto questo porta alla costruzione narrativa di una idea molto definita dell’identità: Io sono x come persona e x come cuoco, ho x idea della vita e x idea della cucina, nel futuro voglio raggiungere x attraverso x.

E questa identità viene mostrata sullo schermo, di fronte ad un pubblico ampio ed è rafforzata, o abbattuta, da sanzioni molto precise e secche.

Non si tratta di un gioco dunque ma di una sorta di rito pubblico di iniziazione.


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Leonardo Romei

Docente di Semiotica e membro del consiglio accademico all’Isia di Urbino. Dottore di ricerca in Scienze della comunicazione, titolo conseguito alla Sapienza Università di Roma, svolge attività di progettazione e ricerca nell’ambito della comunicazione. Ha co-fondato lo studio QZR.


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