Detenuti e cup cakes. Su Gordon Ramsay

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Ancora Gordon Ramsay. Ancora qualche nota su un paradigma che ormai siamo pronti a esplorare da una prospettiva sempre più cauta e vasta, quello del mondo del cibo in televisione. Negli ultimi due anni, in Inghilterra, la catena di caffetterie Caffè Nero si è accordata per distribuire dolci e pane interamente lavorati da detenuti del carcere londinese di Brixton. L’impresa carceraria è nata da un’idea e dall’intervento pratico di Gordon Ramsay, documentato in una serie televisiva tradotta anche in italiano con il titolo Chef dietro le sbarre. Nel format Ramsay arriva nel carcere, forma fra mille difficoltà una brigata di cucina, ne plasma lo spirito imprenditoriale e ne guida la preparazione di dolci e torte, poi perde uomini, perde speranza, poi però riacquista entrambe e avvia una produzione di successo al di fuori del penitenziario, suggerendo ai londinesi il valore del lavoro a cui ha avviato i detenuti. Vorrei parlare di questa serie, ma proprio per l’incredibile distanza che c’è fra una tale specifica forma di spettacolo e l’esplosione del mondo del cibo in televisione, prima è utile problematizzare alcuni concetti.

 

Uno. La cucina permette di mettere in scena una doppia serie di figure. Quelle della trasformazione pragmatica – un fare sul cibo, e quelle della formazione cognitiva, un far essere qualcuno qualcosa. Il tutorial casalingo è una forma piuttosto emblematica del primo tipo. Format come quelli di Hell’s Kitchen o di Jamie’s Kintchen sono, invece, decisamente espressioni del secondo tipo di percorso narrativo. In questi programmi, già diventati leggendari, il concetto è simile a quello di X Factor: allenare, plasmare un determinato numero di attori a una competenza professionalizzante. Guardare un tutorial su un arrosto può fornire delle vere competenze pratiche, mentre si può supporre che guardando Jamie’s Kitchen il piacere sia legato alla stessa passione con cui si può seguire una partita di calcio – sia per la ‘bravura’ dei calciatori, sia per il piacere della ‘vittoria’ in una gara. Gordon Behind Bars non è facile da incasellare in nessuna delle due forme narrative. Non è il solo, chiaramente. Per esempio il programma più ‘innovativo’ di Oliver, quello sulla ‘riforma morale’ del sistema delle mense scolastiche inglesi, Jamie Oliver’s Food Revolution, schiaccia la trasformazione e la formazione su uno sfondo di genere, che è abbastanza palesemente legato all’”inchiesta”. Ma Gordon Behind Bars non è un’inchiesta. Lo chef scozzese penetra in un penitenziario, ne scopre le dinamiche e ne critica fortemente alcune. Allo stesso tempo però è duro con i carcerati, tanto con quelli che non ha selezionato per la sua brigata, quanto con i suoi ‘Bad boys’, come chiama per tutto il tempo i 12 fornai dilettanti prescelti. Il suo compito, cioè, non concerne l’educazione del pubblico del programma, come non è cucinare, e non è in fondo nemmeno quello di formare dei cuochi.

 

Seconda puntualizzazione: i format di cucina che prevedono la presenza di un operatore principale della trasformazione delle materie alimentari, possono essere divisi in base a racconti in cui la competenza del soggetto evolve, oppure si confermano abilità pregresse. Il primo caso è quello, per esempio, delle nostrane Antonella Clerici o Benedetta Parodi, sorta di Pinocchi femminili del talento culinario, che serie dopo serie e format dopo format tutt’oggi vivono la loro personale avventura, fra aiutanti ed errori, fra buona memoria e nuove cose da imparare. Molto diversi sono i vari talenti di una sensuale Nigella Lawson, di un chirurgico Bastianich, di un luminoso Jamie Oliver, o, ancora nel caso nazionale, di un salace Simone Rugiati. Ognuno ha una sua creatività, una sua forma di autonomia, un personale temperamento passionale, una propria sicurezza e un’immancabile ‘filosofia del cibo’ che lo fissa come firma di inconfondibilità professionale.

Ma Gordon Ramsay è ancora a questo livello? E’ di un grande cuoco, che si può parlare? Un aspetto che contraddistingue la sua figura, rispetto a tutti gli altri, è l’accenno ininterrotto all’”impresa in mostra”. Certo che per esempio Bastianich è figlio di un’imperatrice della ristorazione, e non lo nasconde; da notare anche che Benedetta Parodi sponsorizza i suoi libri di ricette mentre porta a compimento un piatto di spaghetti, e poi è vero che Jamie Oliver è stato per 11 anni lo sponsor della catena di supermercati Sainsbury, ma in tutti questi casi è un carico modale, rispettivamente un saper cucinare, per Bastianich, un voler cucinare per Oliver, un poterlo fare, per Parodi, che fonda la competenza operazionale del soggetto.

Gordon Ramsay è riflesso dai suoi 21 ristoranti, è la sua capacità imprenditoriale che di format in format lo contraddistingue. Come e da chi abbia imparato a cucinare, quale sia il fondamento dei suoi principi in cucina: questi sono ‘dettagli’ che vengono continuamente ricompresi nella costruzione dell’impresa. Anche in Gordon Behind Bars, anche da dentro un penitenziario, si mostra come per fare profitto il cibo debba essere certamente gustoso, ma servano anche un’igiene inappuntabile, il fiuto per i bacini di domanda sul mercato, la cura dell’estetica con cui viene preparato e, nel caso di questo format, confezionato per la vendita in un momento successivo. Ultimo elemento che riguarda direttamente la trasformazione delle materie, anche in Gordon Behind Bars Ramsay ha, come in tutti i suoi programmi, una cura particolare per la docilità delle materie che tratta. “Tutto è a posto”, spiega Ramsey nella seconda puntata, “quando i forni sono a lavoro sui pan cakes”. Il crudo e il cotto, il soffice e il secco, l’acquoso o il cremoso, il brillante e lo smorto, sono queste forme del risultato della trasformazione materica che interessano a Ramsay. La sua figura professionale è basata su un controllo assoluto della trasformazione, che si compie sempre, e solo, verso la forma di un qualcosa di “perfetto”. Il perfettamente vendibile.

 

Cerchiamo di fare più chiarezza con una terza e ultima questione. Quella del corredo di ruoli attoriali, che sempre di più, definisce precise tipologie di format sul cibo. Chi entra in questo mondo poliedrico di storie attorno al mangiare? Per quanto chi scrive si sia sforzato di cercare nella stampa europea, nel cooking show britannico e nella televisione italiana il ‘ristoratore disperato’ e ‘il carcerato impenitente’, queste restano due categorie di personaggi esclusive dei programmi di Gordon Ramsay, ovvero, rispettivamente, di Kitchen Nightmare e di Gordon behind Bars. Altrove, ci sono per esempio le ‘famiglie’ dei cuochi: quelle della Parodi, di Jamie Oliver, di Ramsay stesso. Ci sono ‘gli altri cuochi’: a vario titolo abili o negati, amici o sfidanti, professionisti o amatori. Ci sono gli ‘esperti di cibo’: a volte pescatori pugliesi che forniscono cozze, a volte produttori di formaggi artigianali, a volte enologi, a volte commercianti ricondotti al ruolo di cuochi sfidanti. Ci sono i buoni vecchi presentatori, in tutti quei casi in cui un bravo chef cucina assistito dalla verve più televisiva di un anchor man, o in cui un giornalista viaggia in cerca di sapori senza cucinare mai. Ci sono i ‘concorrenti’ che sono la tipologia esclusiva del format della gara in cui sia per mezz’ora, scherzando, sia per un anno, soffrendo duramente, si decreta il cuoco migliore. Ovviamente c’è poi tutta la tipologia dei ‘mangiatori’, espressa nelle poliedriche varietà di giudici professionisti, orde di pompieri, parenti del soggetto operatore. In questa ultima tipologia vanno collocati i bambini inglesi comprimari dell’originale programma di Oliver sulle mense. A tutti gli effetti, il ruolo dei bimbi in Jamie Oliver’s Food Revolution è sui generis: un po’ vittime della pessima educazione alimentare britannica, un po’ cavie degli esperimenti attraverso cui il protagonista denuncia l’assoluta incompetenza di tutta una cultura nei confronti del saper vivere.

Ecco allora un tratto che questa serie di Oliver condivide con i due format di Ramsey citati: la salvezza. Il programma eroico che li accomuna è quello di dover salvare degli esseri umani.

Dal saper cucinare, al saper salvare, il passo è ampio. Ma abbiamo comunque detto che quello di Oliver è un format debitore a un genere, l’inchiesta, che in qualche modo ne regola lo scopo ultimo. Infatti, sottoposti alla prova del ‘riconoscimento del cibo sano’, i bimbi precettati da Oliver non obbediscono. Sputano disgustati verdure di stagione e si dichiarano entusiasti delle loro polpette fatte con avanzi di macellazione polverizzati. Lo chef continuerà la sua battaglia, prima o poi li salverà, ma per adesso si accontenta di denunciare in quali gravissime condizioni versino.

 

Torniamo a Gordon Ramsey, ai ristoratori disperati e a i carcerati impenitenti. Le metafore utilizzate per descrivere il suo atteggiamento nell’osannato Kitchen Nightmares sono numerosissime. Da “rock star” a “capo marine”. Una in particolare mi ha colpito, quando su un tabloid canadese, ho incrociato il richiamo alla figura del “tamer”, il domatore della cultura circense. Il passaggio da un programma in cui Ramsey si prendeva cura di imprese fallite a uno in cui disciplina un gruppo di carcerati, è, in questo senso, piuttosto interessante.

Danneggiati dalla propria mancanza di doti imprenditoriali, i primi, e di capacità di obbedire alle regole della vita civile, i secondi, sono entrambi ‘i soggetti’ su cui Ramsey mette alla prova un potere molto particolare. Una specie di manipolazione per addomesticamento culturale.

Il disordine degli imprenditori è tale, in Kitchen Mightmare, che stupidamente quasi sempre contestano le lezioni dell’imprenditore internazionale che hanno loro stessi chiamato in proprio aiuto. Il disagio sociale dei carcerati, in Gordon Behind Bars crea un’altra contraddizione simile, per la quale alcuni membri della brigata di fornai sabotano la persona che sola potrà portarli al di là dell’emarginazione carceraria, nel mondo del successo e dell’imprenditoria personale.

Quello che Gordon si aspetta, puntata per puntata, in entrambe le serie, è una rinuncia assoluta alla loro condizione precendente, sia da parte dei ristoratori che segue, sia da parte dei detenuti di Brixton. In Gordon Behind Bars ci sono intere frasi enunciate da Ramsey stesso che rendono più impressionante l’ipotesi di questo senso profondo dell’addomesticamento. In molte parti della serie Ramsey ricorda come “debba riuscire a portarli dalla sua parte”, come “sia fondamentale ottenere la loro fiducia”.

Il cuoco scozzese, d’altronde, sembra conoscere bene questo problema, quello di una natura umana da condurre completamente sotto la sfera d’influenza di una cultura, che è valorizzata dal “saper fare impresa”. Sia in Kitchen Nightmare che in Gordon Behind Bars, infatti, le fase narrative della trasmissione vera e propria sono punteggiate da commenti diretti del protagonista alla telecamera, in cui cadono le perle della saggezza psicologica del nostro: “non si può fingere in cucina” oppure “chi è inconcludente lo resta sempre”. Anche le accuse che vengono scambiate con i ristoratori prima, e i carcercati poi, mettono in luce una precisa competenza di Ramsey a ricollocare ogni essere umano in una tipologia di vizi naturali piuttosto definita: “sei la persona più inaffidabile che conosco”; “sei matto”, ” sei arrogante e falso”.

L’evocazione esplicita della figura delle sbarre nel titolo italiano del programma, Chef dietro le sbarre, infine, si arricchisce in inglese di un elemento paradossale: è proprio quel personaggio, Gordon – che è solo se stesso, e non ‘semplicemente’ un cuoco, a essere Behind Bars. E’ forse un po’ estremo, ma occorre ricordare che l’idea del domatore circense che si chiude dentro la gabbia dove sarà solo con gli animali da domare è un topos centrale di questi tipi di spettacolo.

La questione aperta dunque non è di poco conto: lungi da qualunque semplificazione analitica del mondo del cibo in tv, il tanto declamato carisma di Gordon Ramsay può dipendere dalla continuità isotopica di questi due format da lui condotti? Veder domare 12 carcerati da un imprenditore, vederli mentre si trasformano in individui dotati di una cultura di impresa, osservare come lui manipoli e plasmi la loro assoluta alterità e produca in loro una confidenza simile a quella degli animali selvatici nei confronti di un adestratore: è questo il valore investito da una delle forme più originali del tv food show contemporaneo? Forse non va escluso, ricordando la memorabile riflessione di Umberto Eco sul successo di un altra figura che per un paio di decenni ha espresso il centro medio di una cultura, Mike Buongiorno.

 


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Giuditta Bassano

Giuditta Bassano è nata a Livorno nel 1985. Ha conseguito nel 2014 un dottorato in Semiotica della cultura presso l'Università di Bologna sotto il coordinamento dell'Istituto Italiano di Scienze Umane. Il suo progetto di ricerca era un'indagine a cavallo fra media studies e diritto, sulla narrazione giudiziaria della cronaca nera italiana contemporanea. Per proseguire l'esplorazione del campo del diritto da una prospettiva inedita come la semiotica, ha appena intrapreso gli studi per una seconda laurea quinquennale in giurisprudenza presso l'università degli studi di Milano. Autrice di articoli in diversi campi della semiotica della cultura, i suoi interessi sono legati alla costruzione di forme di senso pubblicamente condivise, dal discorso politico a quello medico, da quello giuridico a quello sociologico. Guarda per questo in particolare al possibile dialogo con l'antropologia culturale e si concentra sulla storia dell'incontro novecentesco fra filosofia, fenomenologia e linguistica.


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