Sottomissione, libertà, disordine, ovvero la fine dell’Occidente

2008.06.09._Michel_Houellebecq_Fot_Mariusz_Kubik_10

«Je suis l’Empire a la fin de la décadence», scriveva Verlaine nel suo Languore. Da quel clima prende le mosse Michel Houllebecq nel suo recente Sottomissione (Bompiani, 2015), di cui s’è parlato tantissimo per i presunti legami involontari con gli attentati di Parigi. Houellebecq è uno scrittore importante, ma Sottomissione è un libro mediocre. E lo è per una ragione semplice, ovvero che la tesi su cui fonda il suo piglio provocatorio, in realtà sollecita poco il lettore e non è in grado perciò si sostenere da sola una narrazione nel complesso stagnante. La Francia viene dominata dalla cultura islamica, a seguito di elezioni più o meno regolari. Ma il tema non è tanto la cultura islamica, come è stato detto, forse per fini pubblicitari, quanto la cultura occidentale, vittima, a quanto pare, di un irreversibile moto di decadenza. Il protagonista, illustre studioso di Huysmans, contemporaneo del Verlaine da cui abbiamo preso le mosse, lo ribadisce fino allo sfinimento.

Il discorso dell’autore supera il suo racconto nel presupposto che possa lasciare atterrito e scosso il lettore. Speranza vana, perché le radici della decadenza della civiltà occidentale risultano per lo più note, scontate, antiche. E nietzschianamente l’autore ci spiega che la decadenza è male, un male dal quale tuttavia si può uscire solo attraverso la fine dell’intera civiltà. Cinicamente indifferente a qualsiasi emozione, lo studioso protagonista dimostra una curiosità in parte per lui destabilizzante verso i misteriosi moti rivoluzionari che incontra sulla sua strada. È attratto, cioè, sia pure segretamente, dalla violenza, dal dominio e perciò dall’ipotesi di sottomissione. È attratto, per dirla in una parola, dal proprio annientamento, o comunque dall’annientamento di ciò che egli stesso rappresenta e sente di essere.

Rimbalza nella nostra mente una frase più potente di uno dei personaggi di Underworld (Einaudi, 1999) di Don DeLillo: “Ho nostalgia dei giorni del disordine”. Tutto volto a raccontare l’America dal secondo dopoguerra alla fine del XX secolo, il romanzo di DeLillo allude all’epoca dello “sciopero degli eventi”, per dirla con Baudrillard, che lascia l’uomo svuotato di ogni forma di vitalità, una volta superata la paura e il rischio della degenerazione nella violenza. È allora, nei giorni dell’ordine, che il male viene a noia, diviene quotidiano, fisiologico, ma è pur sempre depotenziato della sua necessaria trasgressività. Nei giorni del disordine gli arsenali dormienti, con il loro potenziale di morte, sembravano dare un senso alla vita quotidiana, quando poi sono stati trasformati in rifiuti speciali da smaltire, questo senso è precipitato in una sinistra letargia annichilente.

Lo spiega bene Arturo Mazzarella nel suo Il male necessario. Etica ed estetica sulla scena contemporanea (Bollati Boringhieri, 2014), che pur senza legare questa condizione agli eventi storici degli ultimi decenni, analizza con puntualità la disseminazione del male nelle pagine dei romanzi o nei fotogrammi dei film degli ultimi decenni, in una fascia cronologica, cioè, che corrisponde, grosso modo, a quella successiva alla caduta del Muro, alla quale si riferisce DeLillo. In quest’epoca il male retrocede dalla sua identità di infrazione della morale comune, e diviene piuttosto la chiave di lettura, ovvia e perciò neutra, della nostra società. Si ha l’impressione, sfogliando le pagine di questo libro, di essere di fronte alla crisi irreversibile dell’Occidente, la cui rappresentazione artistica e letteraria, appare impietosa. L’Occidente, dico: perché di Occidente si parla, non compaiono mai autori esterni alla nostra cultura, e anzi all’inizio si allude a Kant, Dostoevskij, Baudelaire, i padri fondatori, cioè, del nostro mondo letterario e filosofico.

Uno degli autori centrali dell’argomentazione di Mazzarella è proprio Houellebecq. Ragionando su Piattaforma, scrive: «Intanto si consegna docilmente alla trafila di ombre che, senza sosta, gli passano davanti cancellando ogni rapporto con la realtà. Esse sono, infatti, la realtà. L’unica realtà […] riconosciuta da Michel. Il martellante, ossessivo desiderio che lo incalza non potrebbe davvero trovare un approdo più penoso; un esito in cui anche la crudeltà è costretta a incrociare e riconoscere il proprio scacco, la propria frustrante impotenza».

Il protagonista di Sottomissione, preso atto di questa inefficacia persino della violenza, per rivitalizzare la propria noia non può che cercare un’imposizione dall’alto che gli permetta di vivere, che pretenda da lui un’alternativa al proprio annientamento. Questa alternativa è la sottomissione a un insieme di regole che vengono dall’alto, che impediscano la libertà dell’io che significherebbe la morte. Così, l’uomo accetta di distruggere la propria civiltà, basata proprio sulla libertà, per salvaguardare l’io.

Questa tesi è forte, è potente, eppure come la crudeltà, come la realtà, come ogni messaggio di rottura, ci lascia indifferenti, non funziona come provocazione, riporta il lettore nella stessa inerzia vissuta ad ogni pagina dal protagonista. Sottomissione, dicevo, è stato in ogni modo legato agli attentati di Parigi. Io credo che gli elementi che legano davvero questo libro a quei fatti riguardino essenzialmente questa inerzia seguita alla speranza inconscia che il male si mostrasse, venisse a scuoterci davvero. A questa speranza delusa e alla successiva inerzia vanno ricondotti tanto il voyeurismo con cui i media cercavano immagini spettacolari e gli spettatori a loro volta le attendevano, quanto l’uso giornalistico di termini come «scene da film», «non siamo ancora ai titoli di coda», o altre analoghe. L’esito cioè, sullo spettatore occidentale, è quello di una ossessiva e forse bramosa ricerca del disordine destabilizzante, sia pure fondato sul male, e della successiva necessaria constatazione che il male, che sotto sotto si era desiderato, lascia sempre delusi, mostra la sua «frustrante impotenza», e riporta alla solita indifferente quotidianità, luminosa e piatta, del nostro Occidente agonizzante.


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Alessandro Cinquegrani

Alessandro Cinquegrani è ricercatore di Letteratura comparata all’Università Ca’ Foscari Venezia. Tra le sue pubblicazioni i volumi La partita a scacchi con Dio (Padova 2002 - Premio Gesualdo Bufalino), Solitudine di Umberto Saba (Venezia 2007 - Premio Promozione Ricerca CNR), Letteratura e cinema (Brescia 2009 - Menzione Speciale al Premio Internazionale Efebo d'oro) e l’edizione critica di La donna vendicativa di Carlo Gozzi (Venezia 2013). Ha inoltre pubblicato il romanzoCacciatori di frodo (Torino 2012 - Finalista al Premio Calvino)


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