L’economia come oppio dei popoli

euro-447214_640

 

Oggi come oggi il nostro immaginario è quello economico; è qualcosa di cui non abbiamo piena coscienza, perché lo abbiamo completamente naturalizzato. Per far comprendere l’immaginario economico che ci colonizza, riprendo spesso una formula di Mark Twain, la quale dice che quando si ha un martello nella testa, si tende a vedere tutti i problemi sotto la forma di chiodi. Oggi possiamo dire di avere un martello economico nella testa. Vediamo tutti i problemi sotto la forma economica: piove, è un problema economico, poiché le inondazioni provocano dei danni economici, non piove, allora è la siccità, ed anche questo è un problema economico, occorre dunque un’imposta sulla siccità, nevica e tutte le strade sono bloccate, è ancora un problema economico, non nevica ed è un dramma per le stazioni sciistiche che falliscono, etc. Noi apprendiamo la realtà attraverso il prisma dell’economia, e questo è qualcosa di estremamente recente. Nessuna società, tranne la nostra, è mai stata una società dell’economia. Persino la nostra società, fino al XVIII secolo, non si pensava come una società economica. Rileggevo ultimamente le memorie del duca di Saint-Simon sul Grand Siècle, e vi sfido a trovarci qualche riferimento all’economia. Leggevo anche, non molto tempo fa, un bel testo di Fustel de Coulanges, uno storico troppo dimenticato del XIX secolo, che parla della vita quotidiana degli antichi romani: tutto per loro era religioso, la vita quotidiana dei romani, fosse privata, pubblica o politica, era immersa nella religione. Anche nella testa dei romani c’era dunque un martello, ma era la religione, ed essi vedevano tutti i problemi attraverso il prisma della religione. Il nostro martello, invece, è l’economia. Quello che è interessante da capire è come siamo entrati in questo gigantesco prisma – e, se ci si è entrati, allora abbiamo anche qualche chance di uscirne. Credo dopotutto che siamo in un momento in cui non tarderemo a farlo. Stanno nascendo troppi problemi, per cui sarà necessario cominciare ad uscirne così come nel XVIII secolo siamo usciti dalla religione come immaginario dominante. Certo c’è ancora oggi chi pratica la religione, ma essa non è più l’immaginario dominante della nostra epoca. Bourges per esempio era dominata, durante il medio evo, dalla sua grandiosa cattedrale, che è ancora là piantata nel cuore della città come espressione dell’immaginario dominante a quell’epoca. Sono stato recentemente a Francoforte, in Germania. Si vedono lì, nel centro storico, dei piccoli edifici dominati da due immense torri, quella della Commerzbank e quella della BCE. Oggigiorno sono le banche a dominare la città, non sono certo le chiese, e ancor meno lo sono l’agorà o il palais de justice… Tutto ciò è molto rivelatore. La nostra religione, al momento attuale, è l’economia. Su questo non c’è dubbio. Per mettere in relazione il mio libro L’invenzione dell’economia con l’insieme degli altri miei libri che l’hanno preceduto, si può partire da questa frase di Marx, la quale dice che l’anatomia dell’uomo è la chiave di quella della scimmia. È questa una frase che ha riscosso molto successo dopo il ‘68 e che ho discusso nel mio primo libro, Epistémologie et économie. Essai sur une anthropologie sociale freudo-marxiste. Essa era al fondamento della teoria struttural-marxista di Louis Althusser. In opposizione alla concezione hegeliana che spiega le cose dalla loro genesi, gli strutturalisti volevano spiegare la genesi partendo dalla struttura. L’anatomia dell’uomo permette di chiarire tutto il cammino che ha percorso. Ma, contrariamente a quello che pensavano gli strutturalisti, questo non vanifica la concezione inversa, ossia quella per la quale l’ontogenesi, come direbbe lo psicanalista Sandor Ferenczi, riepiloga la filogenesi. Per ripercorrere tutta la situazione di uno stato, occorre vedere il suo passato, occorre farne la genesi. Si può leggere, in definitiva, il mio impegno per la decrescita come l’esito di tutto il percorso, o comunque tutto il percorso può sicuramente essere riletto a partire da questo esito. La decrescita, come sapete, non è un concetto, non è cioè il contrario della crescita: è molto semplicemente uno slogan mediatico perché provocatore, che serve a spezzare il gergo, il rumore dominante dell’ideologia economicista, che è l’ideologia della necessità della crescita. Serve anche per ricercare il buen vivir, come dicono i nostri amici amerindi, cioè il buon vivere, il bene comune, una società autonoma. I miei amici Cornelius Castoriadis e Ivan Illich hanno predicato tutto questo per quarant’anni nel deserto, e niente è successo, la gente, a cui interessava soprattutto di avere una televisione con lo schermo piatto – sia pure a credito –, è rimasta nella società del consumo. La decrescita è dunque blasfema, è provocatoria, poiché noi viviamo in una società della crescita, una società dominata dalla religione della crescita, con la quale abbiamo un rapporto religioso, visto che la crescita è un vero e proprio dogma. La parola “decrescita” è qualcosa che ci prende perché c’è la parola “crescita” dentro. Con questo slogan, noi siamo dunque al tempo stesso nell’immaginario dominante, e tuttavia questo stesso immaginario viene radicalmente contestato. Chiaramente, se si volesse essere rigorosi, bisognerebbe parlare piuttosto di “a-crescita”, usando la “a” privativa greca, con questo volendo signifi care l’uscita dalla religione della crescita, il divenire “atei” della crescita, “agnostici” del progresso, della tecnologia e dell’economia. Il peso del dominio dell’ideologia religiosa della crescita ha un eff etto accecante. Günther Anders diceva che l’ideologia è ciò che non solo non permette di vedere le cose, ma soprattutto non permette di vedere determinate cose. Effettivamente l’ideologia economica non permette di vedere in particolare due cose elementari: che una crescita infinita su un pianeta finito è un’assurdità totale, e che lavorare solo per guadagnare di più è un’assurdità e un’oscenità ancora più totale. Precisamente queste due verità lapalissiane, che come diceva appunto La Palice anche un bambino di cinque anni comprenderebbe, e come diceva Groucho Marx convincerebbero anche un bambino di cinque anni, noi non le comprendiamo più. Di generazione in generazione non riusciamo più a capire ciò che anche un bambino di cinque anni intende. Non riflettiamo neanche un minuto su che cosa potrebbe significare un tasso di crescita del 2%, un tasso che nessuno, né a destra né a sinistra, né al centro né tra i verdi, osa nemmeno più sperare. Sappiamo che un tasso di crescita del 2% non fa diminuire la disoccupazione, occorre almeno un 3%. Se si prevede un tasso di crescita del 2% per duemila anni – che non sono che un istante nella storia dell’umanità, per non parlare di quella del cosmo –, ebbene, in virtù di ciò che un amico ed ex-ministro italiano, Giorgio Ruffolo, chiama il “terrorismo dell’interesse composto” (tutti noi conosciamo la storia dell’inventore degli scacchi, che chiedeva un chicco di grano per la prima casella, due per la seconda etc, e alla fine non bastavano tutti i granai dell’impero per soddisfare la sua richiesta, che si accresceva in modo smisurato), in duemila anni il PIL crescerebbe di 160 milioni di miliardi, qualcosa di inimmaginabile. Immaginate quanti milioni di frigoriferi, di automobili, di lavatrici etc. Si capisce bene che il pianeta ne sarebbe completamente distrutto, occorrerebbero decine di “pianeti terra” per poterci permettere tutto questo. Senza dover aspettare duemila anni, già in cento anni con un tasso del 2% per anno, il PIL si moltiplicherebbe per un milione. E con un tasso di crescita ridicolo, che nessuno vorrebbe, dello 0,007% in duemila anni la crescita si moltiplicherebbe per milioni. È veramente assurdo – ma noi siamo oramai completamente drogati di crescita – che nessuno fra i responsabili politici osi dire che “la crescita è finita”. Il secondo accecamento voglio spiegarlo commentando questo slogan: “lavorare di più per guadagnare di più”, che è uno scandalo assoluto, persino dal punto di vista economico. Se gli economisti più neoclassici, più neo-ortodossi, più ultra-liberisti credessero in quello che raccontano e lo prendessero sul serio, avrebbero dovuto scendere in massa nelle strade e denunciare la truffa di questo discorso presidenziale. Perché gli economisti credono fermamente alla legge fondamentale del mercato, la legge della domanda e dell’off erta, al punto tale che un grande economista neoclassico di Yale, Irving Fischer, per rispondere a tutte le domande degli studenti, aveva addestrato un pappagallo a rispondere “è la legge della domanda e dell’off erta”. Questa legge ci dice che se si lavora di più, non si può che guadagnare meno, perché aumenta la quantità di forza-lavoro offerta e siccome la domanda di lavoro, in periodi di disoccupazione, è inferiore a questa offerta e non tende ad aumentare, la sola conseguenza possibile è l’abbassamento dei salari. È d’altronde quello che accade. È per questo che la popolarità del presidente del “potere d’acquisto” è ai minimi storici. Perché la gente è instupidita ma ci sono dei limiti. Si finisce per renderci conto che ci hanno praticamente derubati. Ma i miei colleghi economisti non hanno protestato. Avevo scritto un piccolo articolo su questa questione. Ero nella mia vecchia facoltà, dividevo il mio ufficio con una collega ultra-liberista, molto neoclassica, non un fulmine di guerra ma comunque molto simpatica, e le detti una copia del mio testo. Lesse questo passaggio sulla legge della domanda e dell’offerta, e mi disse “ma è vero, non ci avevo mai pensato”. Gli economisti sono una tribù molto interessante, fanno parte della mia storia, ma cose del tutto evidenti, come l’assurdità di una crescita infinita in un pianeta finito, oppure che lavorare di più per guadagnare di più è impossibile, queste non le pensano mai!

 

Estratto da Latouche Serge, Jappe Anslem Uscire dall’economia. Un dialogo fra decrescita e critica del valore: letture della crisi e percorsi di liberazione, Mimesis Milano 2014.


Condividi questo articolo:



Serge Latouche

Economista e filosofo francese. È uno dei critici più acuti della ideologia universalista dalle connotazioni utilitariste, rifacendosi anche alle concezioni di Marcel Mauss e di Ivan Illich, rivendica la liberazione della società occidentale dalla dimensione universale economicista. Professore emerito di scienze economiche all'Università di Paris-Sud, è specialista dei rapporti economici e culturali Nord-Sud e dell'epistemologia delle scienze sociali.


'L’economia come oppio dei popoli' 1 commento

  1. 12 marzo 2015 @ 13:25 giac

    L’economia, come si sa, è “la scienza triste”. E rischia di far annegare il mondo nella sua tristezza.

    Rispondi


Vuoi scrivere un commento?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato

Scenari. Il settimanale di approfondimento culturale di Mimesis Edizioni Visita anche Mimesis-Group.com // ISSN 2385-1139