I “Quaderni neri” e l’etica della lettura

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Intervengo su questo tema senza molto entusiasmo, perché non ho una particolare predilezione per le polemiche. Da quando ho pubblicato il primo articolo su questo tema (Heidegger, das Sein und die Juden, “Information Philosophie” 2, 2014), e quindi il libro Heidegger e gli ebrei. I “Quaderni neri”, Bollati Boringhieri, Torino 2014, mi sono resa conto della necessità di prendere parte a un dibattito, talvolta anche acceso. E così è stato. In questo periodo non passa d’altronde giorno che in Italia, in Francia, in Germania, in Israele (meno, per ora, negli Stati Uniti), la discussione critica non coinvolga nuove voci e non si estenda a temi ulteriori. L’apice è stato forse il convegno “Heidegger et le juifs” che si è tenuto a Parigi tra il 22 e il 25 gennaio.

Certo, per dibattere, devono essere date le condizioni. Non sembra questo il caso del breve scritto pubblicato da Andrea Zhok, infelice già nel titolo: “La deludente verità dell’antisemitismo di Heidegger”. C’è un antisemitismo la cui verità sarebbe deludente?

Ma torniamo alla tesi di Zhok. Dopo fumose argomentazioni, improbabili traduzioni (Menschentümlichkeit = modo d’essere dell’umanità, Machenschaft = dominio manipolativo), un linguaggio filosofico impreciso (fatale e destinale usati come sinonimi), giudizi sommari e non motivati, si evince la sua tesi nelle ultime righe: “La deludente verità dell’antisemitismo di Heidegger non è nulla di demoniaco ed indicibile, nulla di controverso, ma magari ardimentoso, no, si tratta, mestamente, dell’unica cosa che a un filosofo non si può perdonare: la superficialità”.

Non vorrei spendere troppe parole sulla categoria del “perdono” usata in abbondanza da Zhok in tutto il breve articolo – come se noi dovessimo ergerci a giudici di Heidegger e perdonare oppure no l’antisemitismo. “Ciò che emerge con impietosa chiarezza dagli Schwarze Hefte non è semplicemente l’antisemitismo o il nazismo di Heidegger. Gli verrebbero perdonati” [!!]. E non vorrei neppure soffermarmi su quel suo mettere sullo stesso piano nazismo e antisemitismo (quest’ultimo ha una lunga tradizione nella storia della filosofia).

Per Zhok l’antisemitismo di Heidegger non è “demoniaco ed indicibile” – ma chi e dove lo ha mai affermato? – non è “controverso”, né “ardimentoso” – bensì “superficiale”. Questa è la sua tesi.

Zhok non sembra aver ritenuto opportuno considerare – come ha fatto invece Stefano Cardini – quel che è già stato pubblicato sull’argomento. Non ha letto il mio libro di 350 pagine (che pure è in italiano), e nemmeno quello di Trawny. Non si inserisce in una discussione critica. E perciò non sarebbe forse necessario neppure replicare alle sue affermazioni. Il rischio è, però, che chi legge potrebbe prenderle per buone.

Vorrei fare solo un esempio. “Ciò che emerge in modo clamoroso – scrive Zhok – è la povertà delle categorie storiche con cui Heidegger opera”. Se c’è un punto in cui, pur offrendo interpretazioni diverse, tutti concordano – come è parso evidente nei congressi di Wuppertal e di Parigi e nei saggi pubblicati – è che il tratto peculiare dei Quaderni neri sta nell’attenzione per gli avvenimenti storici, spesso peraltro riportati con cura e esaminati con giudizio politico.

Da dove viene allora la bizzarra affermazione di Zhok? Parliamo della stessa opera? E qui si affaccia un altro dubbio. Ma ha davvero letto i Quaderni neri? O non ha ripreso qui e là i passi che circolano in queste settimane sui giornali? Che i giornalisti parlino dei Quaderni neri senza averli letti, può purtroppo non sorprendere più; che lo facciano i filosofi, pur se in un intervento semigiornalistico, è imbarazzante e avvilente.

Nei Quaderni neri che vanno dal 1938 al 1941 i termini Jude, jüdisch, Judentum compaiono quattordici volte e non otto, come sostiene Zhok. Ma non si tratta solo di numeri. Heidegger segue la strategia adottata anche da Schmitt e rinvia agli ebrei evitando di menzionarli. L’attacco diretto diventa superfluo. Grazie ai codici della retorica antisemita, insinuazioni, sottintesi, richiami, sebbene impliciti, sono facilmente decifrabili. A chi abbia letto i Quaderni neri è chiaro che ben di più sono i passi in cui Heidegger affronta il tema dell’ebraismo. Ne fanno parte termini come: Verwüstung, Entrassung, Entwurzelung, Vorschub, Herdenwesen, Rechenfähigkeit, Beschneidung des Wissens, Gemeinschaft der Auserwählter, desertificazione, derazzificazione, sradicamento, favoreggiamento, essenza gregaria, abilità di calcolo, circoncisione del sapere, comunità degli eletti. E l’elenco potrebbe proseguire. La metafisica dell’Ebreo che Heidegger delinea va dunque letta all’interno di questa più estesa rete speculativa.

Heidegger avverte che il tema dell’ebraismo va affrontato nella storia dell’Essere. Qual è il rapporto tra l’Essere e l’Ebreo? Ecco dunque la novità dei Quaderni neri. L’Ebreo è insediato nel cuore del pensiero di Heidegger, nel centro della questione per eccellenza della filosofia.

L’antisemitismo metafisico, che esclude l’Ebreo dall’Essere, si inscrive nel progetto del nazismo che è stato il primo progetto di rimodellamento biopolitico dell’umanità. E nel non-essere dell’ebreo risuona già l’annientamento. Come emerge dai nuovi Quaderni neri, che stanno per essere pubblicati in Germania (il volume 97 della Gesamtausgabe uscirà ai primi di marzo), nella posizione di Heidegger c’è ben poco di superficiale. Piuttosto nelle sue pagine si spalanca l’abisso della Shoah.

Ne ho anticipato alcuni passi nella “Lettura” del “Corriere della Sera” lo scorso 8 febbraio. In linea con il suo antisemitismo metafisico Heidegger indica nello sterminio un “autoannientamento”, una Selbstvernichtung. Scrive nel 1942: “Solo quando quel che è essenzialmente ‘ebraico’, in senso metafisico, lotta contro quel che è ebraico, viene raggiunto il culmine dell’autoannientamento nella storia”. Gli ebrei si sarebbero autoannientati. Nessuno potrebbe allora essere chiamato in causa, se non gli ebrei stessi.

D’altronde nei Quaderni neri del 1940 e del 1941, quando viene avanzata l’esigenza di una “purificazione dell’Essere”, fa la sua comparsa il termine “autoannientamento”. In tal senso lo sterminio degli ebrei rappresenterebbe quel momento apocalittico in cui ciò che distrugge finisce per autodistruggersi.

Se gli ebrei hanno un ruolo di primo piano nei precedenti Quaderni neri, che vanno dal 1931 al 1941, se la “questione ebraica” è strettamente connessa alla questione dell’essere – come ho mostrato nel mio libro recente – non può sorprendere che Heidegger parli della Shoah e la consideri sia sotto l’aspetto filosofico sia sotto quello politico.

Temi così complessi e delicati dovrebbero suggerire serietà, correttezza e soprattutto un’etica della lettura. Pagine come quelle di Zhok non favoriscono la riflessione, non contribuiscono alla discussione critica. Alzano solo un polverone intorno a una questione che dovrebbe essere meditata nella sua profondità.

 


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Donatella Di Cesare

Donatella Di Cesare È professore ordinario di Filosofia teoretica alla Sapienza Università di Roma. Collabora con il “Corriere della Sera”. Fellow della Alexander von Humboldt-Stiftung, è stata «Distinguished Visiting Professor of Arts and Humanities» alla Pennsylvania State University (Stati Uniti – 2007) e visiting in numerose città europee (Madrid, Berlino, Parigi) e americane (Seattle, Washington, Chicago, Boston). Fa parte del comitato di redazione della rivista Internationales Jahrburch für Hermeneutik, del Beirat dello «Heidegger Forum». È vicepresidente della «Martin Heidegger-Gesellschaft» ed è membro del Comitato direttivo del Philosophisches Jahrbuch e della serie Wittgenstein-Studien. È membro di diverse riviste e società accademiche tra cui la «International Wittgenstein-Society». Ha scritto numerosi libri e saggi tradotti in varie lingue. Tra i più recenti: Se Auschwitz è nulla. Contro il negazionismo (2012), Israele. Terra, ritorno, anarchia (2014), Crimini contro l’ospitalità (2014) e Heidegger e gli ebrei. I “Quaderni neri”(2014).


'I “Quaderni neri” e l’etica della lettura' 12 commenti

  1. 13 febbraio 2015 @ 16:12 Andrea Zhok

    Naturalmente comprendo il nervosismo della professoressa Di Cesare (d’ora in poi DDC). Per qualcuno nella sua posizione umana e professionale la pubblicazione degli Schwarze Hefte deve rappresentare un motivo di imbarazzo e conflitto.

    Sarei dunque incline a non prendermela per il suo attacco violento e sprezzante, rubricandolo sotto la voce ‘vicissitudini private’, se non fosse che DDC ha fama di studiosa attenta ed autorevole. E perciò una stroncatura, come quella che lei ha ritenuto di riservare al mio modesto esercizio di prosa, potrebbe essere preso da qualcuno per una critica fondata. E questo temo di non poterlo consentire.

    Perciò, chiedendo scusa a chi legge per il tedio cui lo sottopongo, provo a rispondere nel merito.

    La prima cosa da fare è sgombrare il campo dalla ricca aggettivazione che compare nella critica di DDC. Apprendiamo infatti che il mio titolo è “infelice”, le argomentazioni “fumose”, il linguaggio filosofico “impreciso”, il mio intervento “imbarazzante e avvilente”, i giudizi “sommari”.

    Ci fa naturalmente piacere venire a conoscenza delle opinioni dell’autrice, ma ovviamente questo florilegio di aggettivazione ingiuriosa ha il valore argomentativo di un emoticon.

    Veniamo alle obiezioni di sostanza, che, si suppone, dovrebbero giustificare la temperie emotiva della critica.
    Tali obiezioni mi pare siano riassumibili nei seguenti 5 punti:

    1) la traduzione di Menschentümlichkeit con ‘modo d’essere dell’umanità’ e di Machenschaft con ‘dominio manipolativo’ sono ‘improbabili’;
    2) l’uso di ‘fatale’ e ‘destinale’ come sinonimi è erroneo;
    3) Nei Quaderni Neri 1938-1941 compaiono quattordici occorrenze di Jude, jüdisch, Judentum e non otto;
    4) non possiamo metterci nella posizione di giudici di Heidegger e arrogarci il diritto di perdonarne o meno l’antisemitismo;
    5) Heidegger non soffrirebbe affatto di povertà delle sue categorie storiche perché negli Schwarze Hefte dedica grande attenzione agli avvenimenti storici, spesso riportandoli con cura e giudizio politico;

    Al meglio delle mie facoltà esegetiche non riesco a trovare altre obiezioni. Tutto il resto sono connotazioni allotrie, o considerazioni generali su Heidegger e i Quaderni Neri.

    Vediamo ora di replicare alle obiezioni.

    Ad 1). La traduzione di Menschentümlichkeit con ‘modo d’essere dell’umanità’ e di Machenschaft con ‘dominio manipolativo’ sarebbero ‘improbabili’.

    Quanto a Menschentümlichkeit, si tratta di un termine rarissimo, non ricorrente in Heidegger e non registrato come termine tecnico. Per quanto mi risulta nei Quaderni neri compare una volta sola, quella citata. Nelle discussioni recenti in cui è stato occasionalmente necessario tradurlo è stato spesso tradotto senz’altro con ‘umanità’, ‘humanity’, ecc., perdendone però la natura indiretta (Menschentum = essenza dell’umanità) e sovrapponendolo a Menschheit o Menschlichkeit. Ho perciò ritenuto di tradurlo con ‘modo d’essere dell’umanità’, per rimanere in linea con il senso del passo (“Art von Menschentümlichkeit”). Naturalmente, se DDC reputa che vi sia una traduzione alternativa che cambia il senso del passaggio citato è invitata a suggerirlo; ne usciremo tutti arricchiti.
    Quanto a Machenschaft, si tratta invece di termine tecnico nel linguaggio heideggeriano. In tedesco il termine compare per lo più al plurale nel senso di ‘intrighi’ o ‘macchinazioni’, ma in Heidegger l’accento è portato (come sempre) sulla radice etimologica, il Machen, cioè il ‘fare concreto’. L’affinità a questo proposito con il tema della tecnica e del suo dominio è stato rilevato frequentemente. Si tratta, anche in questo caso, di un termine di difficile traduzione. Tuttavia in un articolo di Fred Dallmayr (Continental Philosophy Review, 2001, 34), dedicato precisamente alla chiarificazione dei concetti di Macht e Machenschaft, lo studioso ne propone la traduzione in inglese con “manipulative domination”. E da ciò ho tratto l’ispirazione per usare ‘dominio manipolativo’. Nel dubbio ho riportato l’originale tedesco tra parentesi, in modo da consentire al lettore sospettoso di fare le proprie valutazioni in prima persona.

    Ad 2) L’uso di ‘fatale’ e ‘destinale’ come sinonimi sarebbe erroneo, e ciò sarebbe indice di un linguaggio filosofico impreciso.
    Nel passaggio, relativo al ‘secondo Heidegger’, in cui faccio uso di questi termini non c’è, con tutta evidenza, alcun tentativo di dar conto di uno specifico uso heideggeriano, e dunque l’intercambiabilità dei termini sarebbe eventualmente un problema semantico generale, e non di esegesi heideggeriana. In ogni caso, il senso di ciò che dico non è in alcun modo toccato da questa supposta ‘imprecisione’. – Ma ammettiamo che io abbia voluto gabellare questi termini come sinonimi in uno sforzo esegetico. I termini ‘fato’ e ‘destino’ in Heidegger corrispondono a Schicksal e Geschick. Sono termini che vengono distinti e contrapposti in Sein und Zeit, dove il primo ha una connotazione paradossale di ‘fato libero’, nel senso di un fato per cui ci si decide da sé, mentre il termine Geschick indica un destino in senso collettivo. Tuttavia, come scrive Michael Inwood (Heidegger Dictionary, 1999, 67): “Questa distinzione tra Schicksal e Geschick non sopravvive ad Essere e tempo. Essi [termini] sono spesso usati in modo intercambiabile.” (“This distinction between Schicksal and Geschick does not survive Being and Time. They are often used interchangeably.”)

    Ad 3) Nei Quaderni Neri 1938-1941 comparirebbero quattordici occorrenze di Jude, jüdisch, Judentum e non otto, come avrei sostenuto io.

    Già. Solo che il mio riferimento agli otto passaggi dipende dal soggetto della frase precedente, dove scrivo: “Il numero di passi in cui il tema dell’ebraismo è discusso nelle pagine in oggetto è piuttosto esiguo.” Dunque non stavo facendo una mera elencazione delle occorrenze della radice “Jud- (Jüd-)” nei testi in questione, ma menzionavo i passi in cui il tema è discusso. Ho perciò omesso di menzionare i passaggi i cui i termini compaiono in ruolo meramente appositivo, che non dicono nulla dell’ebraismo, tipo “des Juden Freud” (96, 218), “der Jude Litwinow” (96, 242), ecc. – Che poi, come scrive DDC, “la metafisica dell’Ebreo che Heidegger delinea [vada] letta all’interno di una più estesa rete speculativa”, mi va benissimo, solo che non collide in alcun modo con quello che ho scritto.

    Veniamo allora alle ultime due critiche, le uniche di valore contenutistico.

    Ad 4). Secondo DDC, da quanto si può evincere da un’espressione alquanto indiretta, non dovremmo metterci nella posizione di giudici di Heidegger e non dovremmo metterci nella posizione di perdonarne o meno l’antisemitismo.
    Sinceramente ho difficoltà a capire esattamente perché non dovremmo giudicare Heidegger. Se ci astenessimo entrambi dal farlo, saremmo rimasti probabilmente gli ultimi due a non farlo. O devo allegare la lista degli interventi, spesso pesantemente liquidatori, che si sono succeduti nel dibattito pubblico su Heidegger dell’ultimo anno?
    Forse però il punto cruciale per DDC è il secondo, e potrebbe essere formulato come segue: “Chi siamo noi per perdonare o meno l’antisemitismo (di Heidegger? in generale?).”
    Ecco, il problema è che qualcuno che predica ad altri l’“etica della lettura” dovrebbe dare il buon esempio, sforzandosi di leggere e capire ciò che si appresta a criticare: DDC riporta la mia seguente frase “Ciò che emerge con impietosa chiarezza dagli Schwarze Hefte non è semplicemente l’antisemitismo o il nazismo di Heidegger. Gli verrebbero perdonati”. Seguono punti esclamativi di sdegno. E in effetti, fuori contesto, uno potrebbe chiedersi da dove vengano fuori queste considerazioni ‘buoniste’ sul ‘perdono’. Solo che nel testo c’è un paragrafo intero dedicato a specificare in che senso l’antisemitismo (culturale) di Heidegger potrebbe essere ‘perdonabile’. Esso sarebbe perdonabile nel senso in cui nella cultura odierna tutti de facto abbiamo ‘perdonato’ i giudizi antisemiti di cui si sono macchiati personaggi come Carl Schmitt, Ernst Jünger, Konrad Lorenz, L.-F.Céline, D.H. Lawrence, T.S. Eliot, Ezra Pound, ecc., ecc. Abbiamo assunto cioè, con rammarico, che una forma di antisemitismo culturale in quel periodo storico era ampiamente diffusa, anche in ambiente intellettuale, senza che ciò abbia implicato una censura delle opere dei relativi autori. Non ricordo, per dire, nei documentari in cui Konrad Lorenz nuota seguito da tenere paperelle, grandi prese di posizione circa la sua attiva partecipazione al programma eugenetico del Terzo Reich. O sbaglio?

    Ad 5) Veniamo così all’ultimo punto, l’unico in cui si tocca un giudizio che ho provato effettivamente ad argomentare. L’accusa, che formulo, di povertà delle sue categorie storiche non sarebbe ascrivibile ad Heidegger perché “tutti concordano” che negli Schwarze Hefte egli dedica grande attenzione agli avvenimenti storici, spesso riportandoli con cura e giudizio politico.
    Ora, anch’io concordo sul fatto che Heidegger dedica ivi grande attenzione agli avvenimenti storici a lui contemporanei. E in effetti a ben vedere ciò accade anche su una media pagina Facebook. Ma ciò non garantisce proprio nulla della qualità delle categorie storiche con cui quegli eventi sono interpretati.
    Ma cosa mi farebbe dire che le categorie storiche che egli usa siano sconcertantemente povere? Beh, è molto semplice, e mi pareva di averlo detto nella maniera più trasparente possibile. Egli fa continuamente quel tipo di operazione culturale che noi tutti stigmatizziamo, quando la incontriamo al bar: egli si produce in generalizzazioni essenzialistiche di un pregiudizio corrente (tipo ‘gli immigrati sono così’, ‘i musulmani sono cosà’, ecc.) Solo che lui, essendo un filosofo, le trasforma in imponenti figure dello spirito. Così, il Nazismo non è più l’evento storico a noi noto, ma diviene una sorta di essenza eterna, che andrebbe al di là della sua forma ora visibile, e di cui si predica la necessaria affermazione per ragioni speculative. Lo stesso avviene per il Russentum, la Deutschheit, l’Amerikanismus, e via ipostatizzando. Chi vuole sostenere che si tratta di categorie storiche raffinate dovrebbe prendersi la briga di spiegare tale raffinatezza alla luce di giudizi heideggeriani come quello che ho citato sull’atavico “odio degli Italiani per i Greci”, et similia. Gli faccio tanti auguri.

    Ovviamente la dimensione del problema si amplifica, per ovvie ragioni, quando la stessa disinvoltura nelle ipostatizzazioni è adottata per definire l’essenza dell’ebraismo.

    Ora, l’associazione dell’ebraismo con il denaro ed il capitale è antico e consolidato per ragioni storiche troppo note per doverle ricordare. L’attribuzione a gruppi sociali ‘estranei’ o ‘sradicati’ di una preminenza nella gestione degli scambi monetari è anch’essa questione storica nota (dai Meteci ad Atene, ad Armeni e Greci a Costantinopoli, ecc.). E infine, che la pratica monetaria sia una pratica anonima, sradicante, reificante, pura ratio calculans è argomentato da numerose e consolidate analisi (cui nel mio piccolo ho contribuito). Molte precisazioni e approfondimenti si dovrebbero fare, ma restiamo sul semplice. È certo che la collocazione storica dell’ebraismo europeo e la sua associazione con una mentalità calcolante, strumentale e priva di radicamento si possa interpretare in più di un modo. Nei limiti in cui ne abbiamo discusso possiamo provar a spiegare la collocazione storica dell’ebraismo europeo adottando una lettura che ne vede la connessione strutturale (trasformatasi in pregiudizio popolare) con l’essenza del denaro. Oppure possiamo spiegare il medesimo fenomeno usando come chiave esplicativa “l’esclusione dell’Ebreo dall’Essere”.
    Lascio al lettore, così paziente da averci seguito fin qui, di fare le proprie valutazioni.

    Confesso, in conclusione, il mio sconforto per aver dovuto perder tempo a rigettare critiche gratuite di indole meramente polemica. Si tratterebbe di temi di enorme interesse, se affrontati con rispetto ed apertura. Davvero un’occasione perduta.

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  2. 13 febbraio 2015 @ 17:52 Paolo Fabbri

    Io trovo inattaccabili le argomentazioni di Donatella Di Cesare e mi verrebbe da rincarare quando penso a frasi di
    Heidegger come « bisognerebbe chiedersi su cosa si fonda la predestinazione particolare della comunità giudaica per la criminalità planetaria » . Frase che Peter Trawny cita nel suo libro “Heidegger et l’antisémitisme”. Frase che ha autorizzato e autorizza atti su cui non sarà mai bene tacere. Zhok si inerpica su specchi ustiorii ed è bene che si fermi lì se non vuol scivolare giù dal suo improbabile storicista facilone, fino al Vattimo che giustifica il “coraggio” dell’adesione di Heidegger al partito nazista.

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    • 15 febbraio 2015 @ 3:01 stefano tritto

      caro signor fabbri non capisco davvero il senso del suo intervento. Dove il prof. Zhok scivolerebbe verso il giustificazionismo delle posizioni di Heidegger? Decisamente l’accusa che Zhok muove alla modalità argomentativa heideggeriana rispetto alla questione dell’antisemitismo è indubbia e si fonda su concetti filosofici chiari.

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    • 15 febbraio 2015 @ 7:40 Andrea Zhok

      Paolo Fabbri, lei ha letto cosa ho scritto? Dal suo commento non sembrerebbe.

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      • 17 febbraio 2015 @ 11:18 Paolo Fabbri

        Un bel dialogo tra sordi nell’orgia benpensante della comunicazione.

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  3. 13 febbraio 2015 @ 18:55 I “Quaderni neri” di Heidegger | Rassegna 2015

    […] Donatella Di Cesare I “Quaderni neri” e l’etica della lettura […]

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  4. 20 febbraio 2015 @ 17:43 Gabriele Via

    Contro il vortice del battibecco.

    C’era una volta un mondo che se ne stava bene alle spalle (nel senso di oltre, e non più rivolto) dell’intima antica essenza fra le cose e i loro nomi; quando il pensiero era il pensare scatenato dalla rivelazione essente di ciò che è. Ed ogni essere dalla cosa stessa si produceva al pensiero, proponendosi appunto linguisticamente come pesce vivo che se ne guizzi d’un balzo fuori dall’infinito mare di polvere di apeiron, apparendo nel dovuto contrasto, che è il linguaggio stesso comprensibile.
    Ora non sappiano più né il come, né il perché, questa antica aurea età, di buoni ed epici racconti, si sia estinta… Contro quale cartello che indicasse il veicolo operativo della libertà… Non so, non si sa. Sta che noi, noi tutti, da Senofane a Montale, facciamo parte del lungo rammarico dell’altro mondo. Quel mondo appunto che se ne sta oltre e non rivolto, e che a tutto il resto può giungere con la devozione di un’arte misteriosa -e di cui non si dà esegesi- come amare, vivere, pensare; spesso scatenate insieme nel cristallizzarsi breve di una gemma poetica, che presto ogni altra manifestazione linguistica cercherà di imbrigliare. Prova ne sia non tanto il destino, quanto il livello medio di consapevolezza che governa il luogo del discorso filosofico attuale.
    In tal mondo c’è un padrone impersonale, un sistema -possiamo dire- che da tempo alleva proprie milizie proto linguistiche che operano come persone. Essi non sono più Adamo, appaiono invece come i signori col sigaro e vestiti di nero della storia di Momo. Ed ad ogni sollecitazione dialogica al risveglio del loro Adamo interiore ti risponderanno, invariabilmente, banalmente : “io faccio solo il mio mestiere; nulla di personale”.
    Fin qui nulla di nuovo, diranno i giovani, anziani, lettori. Ma il fatto è che tale ufficio si è da tempo inoculato in campi che non avremmo creduto attaccabili da questa cattiveria mercantile. Li vediamo tra gli educatori, fra gli amministratori, fra i giornalisti, nel clero, nei tutori della legge, negli artisti, nei filosofi, nei medici. Di recente si registrano casi in cui già verso i sette anni tali segni appaiono chiari.
    Ora, apparirà a tutti chiaro che se in un ambiente simile queste “milizie proto linguistiche che operano come persone” si mettono a discutere di storia, di essere, di linguaggio, di bene, di verità… Tutto ciò, a noi che -pur consapevoli di stare in un mondo non più rivolto- cerchiamo comunque di lanciare ponti di vita e di senso, apparirà falso. Se pure la tentazione appunto di prendervi parte sia pressoché irresistibile.

    Rasserena ricordare la vicenda di Pinocchio; conforta essere amici della metafora: davanti all’ago della bilancia, e al mare in cui, talvolta, riusciamo ancora a galleggiare. Non ci sono scorciatoie, prima di morire avremmo tutti voluto essere amici della vita.

    Gabriele Via

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  5. 27 febbraio 2015 @ 14:38 Mario Stratta

    Ho letto ‘Heidegger e gli ebrei. I “Quaderni neri”’ di Donatella Di Cesare, che considero utile, più che per l’analisi (per altro assai limitata) dei “Quaderni neri”, per l’inquadramento dell’antisemitismo di Heidegger in un contesto storico-filosofico (anche teologico) ampio.
    Ho peraltro l’impressione che la Di Cesare oscilli fra due posizioni, di fronte all’acclarato antisemitismo di Heidegger, di più alla sua banalizzazione della Shoah, quasi mero accadimento “industriale” al servizio della “purificazione dell’essere”. Da un lato lo sconcerto per la hubris della reticenza di Heidegger. Dall’altro, però, una non espressa (o mal espressa) domanda: non è che per caso Heidegger avesse intuito una necessità negli eventi storici? Addirittura una incompiutezza nel processo, di cui il popolo tedesco si faceva carico?

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  6. 23 marzo 2015 @ 23:20 Del mestiere di pensare. E dell’arte di discutere. Riflessioni augurali in vista del seminario all’Università Vita-Salute San Raffaele sui Quaderni neri di Martin Heidegger | Phenomenology Lab

    […] da un articolo di Donatella Di Cesare pubblicato su Scenari, con il quale la studiosa ha criticato un precedente articolo nel quale […]

    Rispondi

  7. 18 aprile 2015 @ 21:13 Francesco Zennaro

    A nessuno viene il dubbio che “l’uso di categorie povere” in Heidegger derivi dal fatto che egli non cerchi di stabilire un sistema analiticamente impeccabile o originale, ma di andare a fondo della sostanza reale delle cose, al di là e nonostante il linguaggio? Che forse “Das Mystiche” (Wittgenstein) può essere pensato, meditato, ma non definito, né analizzato, come invece pretende di fare la filosofia dominante (concettuale) di fronte a qualsiasi fenomeno? E allora, forse, l’uso della parola come immagine poetica (stimolata proprio dal pensiero di Heidegger), e di una “filosofia poetante” è l’unico modo per pensare l’uomo, in modo umano, nonostante i quaderni neri (sui quali non mi pronuncio, non avendoli letti, se non nelle sintesi della rete).
    In questo senso, l’antisemitismo di Heidegger pare nelle esternazioni di molti solo una scusa per tirare fuori lamenti di incomprensione del suo stesso pensiero; se si dovesse prendere sul serio l’antisemitismo heideggeriano, nessuno oggi leggerebbe il Platone “pederasta”, elemento di spicco in una società sfruttatrice di schiavi, o di Marx, o di Hegel (antisemita anche lui).
    Comprendere un grande pensatore, comprendere “lo spirito” dei suoi scritti (dicasi: il respiro dei suoi scritti, ciò che intendeva veramente dire, al di là della sua comunicazione esplicita, facilmente preda dei giudizi superficiali della ragione critica), sicuramente richiede troppa fatica: molta meno a criticarlo.

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  8. 6 agosto 2015 @ 16:57 Maurizio Borghi

    Il concetto di “antisemitismo metafisico”, coniato da Donatella Di Cesare sulla scia di P. Trawny e E. Faye, è un puro arbitrio interpretativo. Per un’analisi delle tesi espresse nel libro di Donatella Di Cesare mi permetto di rinviare al testo da me pubblicato sula rivista online eudia:
    http://www.eudia.org/home/51-anno-9-2015/260-saggi-qantisemitismo-metafisicoq

    Rispondi

  9. 9 luglio 2016 @ 9:41 Il buio oltre i Quaderni, Il dibattito sui Quaderni Neri di Martin Heidegger – InCircolo

    […] “I ‘Quaderni neri’ e l’etica della lettura”, Scenari Mimesis, […]

    Rispondi


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