“Io che farei fesso il Buon Dio”. Un film di Maria Pinto sulle lettere di Sade

desade_2786855k

Le celebrazioni per il bicentenario della morte di Sade (1814-2014) hanno prodotto, soprattutto in Francia, un nugolo di eventi – convegni, mostre, pubblicazioni. Il film di Maria Pinto Moi qui duperais le Bon Dieu si colloca sicuramente fra le cose più importanti e durature realizzate in occasione o in coincidenza di questa data. Maria Pinto racconta Sade partendo dalle sue lettere, selezionando alcune delle migliaia di epistole scritte da Sade nel corso dei 27 anni trascorsi in diversi, celebri luoghi di reclusione. Il film introduce in particolare lo spettatore nel castello di Vincennes, grazie a una finta visita guidata che permette al cicerone di contestualizzare qualche tratto della biografia di Sade e il luogo di precisa provenienza delle lettere che verranno recitate.

Recitare, il verbo è giusto: Maria Pinto sceglie di mettere in scena le prove per la lettura delle lettere, gli attori seduti a tavolino che si confrontano con la regista, prima e ancor più che la lettura scenica stessa. Pinto spiega ai suoi quattro attori (maschi) come vanno interpretati quei testi epistolari – sfumature, accenti, modulazioni, ritmi, riflessi. Il confronto con i testi di Sade è compiuto frase per frase, parola per parola. La restituzione passa attraverso una serie di ripetizioni. Il testo ritorna come un’ossessione, come una di quelle che Sade definisce “passioni”.

Le continue correzioni imposte dalla regista ai suoi attori sono basate su pur dolci imperativi. Ci troviamo quindi – volendo seguire il suggerimento deleuziano de Il freddo e il crudele – all’interno di una scena masochista, dove la regista svolge il ruolo della dominatrice (masochizzante o pseudo-sadica) e i quattro attori (che recitano anche en travesti) quello dei masochisti, ovvero delle vittime consenzienti e contrattualizzate. Oltre a subire i richiami della regista, gli attori – come spesso accade nei film che si rifanno a Sade – sono anche indirizzati a compiere gesti sconvenienti, ad esempio mostrare i culi. Una certa “scomodità” nella posizione dell’attore sembra imporsi come un requisito necessario a quel cinema (forse “pseudo-sadico”) che si dimostra interessato non solo alle dinamiche del racconto ma anche al rapporto tra corpo dell’attore e corpo del personaggio, sin nei suoi tratti psicoanalitici (basti suggerire i nomi di Godard, Herzog, Bertolucci, o, per restare su Sade, Pasolini).

Le scene vengono filmate all’interno di una sorta di torrione vuoto, con un carrello circolare che corre tutto intorno incanalando i movimenti di macchina. Pinto recupera così una figura libidinale ricorrente nei romanzi di Sade, quella del cerchio, ove il corpo di una vittima si pone al centro e i libertini sulla sua circonferenza. A fare la parte della vittima sono, ancora, gli attori, mentre nella posizione di osservatori, trasportati dal carrello circolare, si trovano la macchina da presa e quindi la regia e poi lo spettatore.

È dunque su tre livelli diversi (lettura, performance e riferimento ai romanzi di Sade) che Moi qui duperais le Bon Dieu colpisce i suoi attori: a livello intellettuale (le correzioni alla loro interpretazione), fisico (l’esposizione dei corpi) e simbolico (il ruolo di vittime sadiane che vengono a occupare). Questi tre diversi tipi di (metaforica) frusta costringono gli attori a una continua entrata e uscita dalla parte che interpretano: danno voce a Sade e poi vengono interrogati e si interrogano sulla correttezza di quella stessa voce; diventano personaggio e poi sono subito costretti a uscirne per confrontarsi con quell’“altro” (Sade? un personaggio che legge Sade? più genericamente un attore?) che hanno provato a diventare.

A dare ulteriore consistenza al film vi è l’idea di mostrare le lettere manoscritte di Sade mentre le sentiamo recitare. L’inchiostro è un indizio. All’indessicalità degli spazi (Vincennes, il castello provenzale di Lacoste) si aggiunge quella degli autografi, della scrittura precisa e calligrafica di Sade. Le lettere che Pinto sceglie di inserire nel suo film sono fra le più famose, ad esempio quella sull’“esprit de délicatesse” citata da Roland Barthes nel suo Sade, Fourier, Loyola e quindi da Pasolini in Salò. Oppure quella in cui Sade contesta il valore “correzionale” della detenzione: “Avete immaginato di produrre dei buoni risultati, non ne dubito, riducendomi a un’astinenza atroce riguardo il peccato della carne. Bene, vi sbagliavate: avete riscaldato la mia testa, mi avete fatto formare dei fantasmi che bisognerà che io realizzi. […] Quando si fa bollire troppo la pentola, sapete bene che finisce per spandere”. Fa inoltre riflettere, in particolare in giorni come i nostri, la (masochistica) caparbietà con cui Sade ha sempre insistito a difendere la sua libertà d’espressione: “Prepotente, collerico, impetuoso all’estremo in ogni cosa, sregolato nell’immaginazione erotica in modo che non ha il simile, ateo fino al fanatismo: eccomi in due parole, e ancora una volta: ammazzatemi o prendetemi come sono, perché io non cambierò”. Quell’“ammazzatemi” non è un artificio retorico ma implica un rischio reale.

È paradossale tale iniezione di “attualità” per un autore che giaceva sepolto dalla condanna dei secoli. In Francia, per difendersi nel corso di un processo, persino Dominique Strauss-Kahn si richiama alla lunga tradizione del libertinismo francese per giustificare (o storicizzare, o forse anche nobilitare) i suoi comportamenti. Sade scrive in una lettera che non è il suo modo di pensare ad aver fatto la sua sfortuna, ma quello degli altri. Questo ritiro al livello della “libertà individuale” non potrebbe però essere più ambiguo, permettendo ogni appropriazione e consentendo di leggere la figura di Sade (più che i suoi testi) ora come quella di un libertario anarchico ora come quella di un funereo fascista. Di fronte a tutti gli strattoni subiti, il modo più proficuo per avvicinarsi al nucleo bruciante del pensiero sadiano è un approccio filologico e riflessivo come quello di Maria Pinto. Se Sade è un paladino di qualcosa, lo è della liceità delle le passioni, persino quelle più perverse come dirigere, recitare o guardare.

Moi qui duperais le Bon Dieu è visibile in streaming per 4 euro e scaricabile per 6 euro su Vimeo: https://vimeo.com/ondemand/21399.


Condividi questo articolo:



Alberto Brodesco

Alberto Brodesco lavora al Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Trento. È autore di Sguardo, corpo, violenza. Sade e il cinema (Mimesis, 2014) e Una voce nel disastro. L’immagine dello scienziato nel cinema dell’emergenza (Meltemi, 2008). Ha inoltre contribuito ai seguenti volumi editi da Mimesis: La costruzione dell'immaginario seriale contemporaneo (a cura di S. Martin, 2014); Tetsuo: The Iron Man (a cura di M. Boscarol, 2013); Il cinema della convergenza (a cura di F. Zecca, 2012); Il porno espanso (a cura di E. Biasin, G. Maina, F. Zecca, 2011).


'“Io che farei fesso il Buon Dio”. Un film di Maria Pinto sulle lettere di Sade' has no comments

Commenta questo articolo per primo!

Vuoi scrivere un commento?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato

Scenari. Il settimanale di approfondimento culturale di Mimesis Edizioni Visita anche Mimesis-Group.com // ISSN 2385-1139