Laicità e guerra

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Colpisce l’ignoranza che i media diffondono in questi giorni, ignoranza che è pari solo all’orrore suscitato dalle stragi perpetrate presso la sede del settimanale satirico “Charlie Hebdo” e nel supermercato kosher “Hyper Cacher”, presso la Porte de Vincennes, a Parigi.

Colpisce perché in casi come questi fare chiarezza sarebbe quanto mai opportuno, per capire cosa sta succedendo e per non farsi cogliere impreparati qualora altri eventi di questo genere dovessero ripetersi.

Tale ignoranza rimanda molteplici fattori. Un ruolo importante viene giocato dall’assenza di un discorso condiviso circa la posizione geopolitica occupata dall’Europa. Privi di una politica di difesa comune, gli Europei, sia all’interno delle élite che nell’ambito della più vasta opinione pubblica, non sembrano al momento in grado di riflettere criticamente sul significato che hanno, da un lato, la necessità russa di “mostrare i muscoli”, e dall’altro la grande confusione che regna nel mondo arabo in seguito alle cosiddette “primavere arabe”. Possiamo far finta che la prima non ci riguardi in quanto contiamo sempre sul fatto che lo Zio Sam provveda a tener buono lo Zar Putin (tra qualche anno, per esempio, i primi F-35 stazioneranno in Europa, sempre che vengano risolti in tempo i problemi tecnici che rendono l’impiego dell’aereo una vera scommessa). Delle turbolenze nel mondo arabo dovremmo invece preoccuparci di più in quanto non abbiamo a che fare con nazioni a noi ostili, con le quali tentare di entrare in dialogo, ma con sommovimenti sociali e culturali di portata enorme che non possono non riverberarsi sulle comunità arabe che risiedono nei paesi europei (molte delle quali sono formate, giova ricordarlo, non da stranieri ospiti, ma da cittadini europei). Potrebbe avere un senso esercitare una qualche influenza su quanto accade all’interno del mondo arabo, in modo tale da favorire l’emergere di una nuova classe dirigente che sappia rispondere al crescente bisogno di democrazia e giustizia sociale che, se non soddisfatto, rischia di creare un’instabilità ingestibile. Ma non si capisce bene con quali strumenti tale influenza potrebbe venir esercitata: le armi della persuasione di cui dispongono gli Europei sono al momento alquanto spuntate. Altre armi, è bene che non vengano usate. Quando le potenze occidentali decidono di intervenire direttamente nello scacchiere arabo-musulmano per favorire un cambio delle dirigenze che si riveli vantaggioso non solo per i paesi in questione, ma anche per gli interessi occidentali lì in gioco, non sembra infatti che i risultati ottenuti dimostrino che l’opzione militare sia quella da preferire.

Cosa resta da fare? Chiarire bene la posta in gioco e adottare una strategia sensata e attuabile. Se la posta in gioco è, innanzi tutto, la convivenza pacifica con quanti professano il credo islamico e vivono in Europa (sia come cittadini, sia come stranieri), se cioè si vuole evitare che episodi come quello occorso a Parigi siano meno frequenti, bisogna capire che non ha nessun senso parlare di “guerra al terrorismo”. Nessun movimento terroristico può essere vinto con gli strumenti militari che si usano in guerra – con l’unica eccezione ovviamente dell’intelligence, che serve sia in guerra che nella lotta al terrorismo. Ma nella lotta al terrorismo anche l’intelligence ha i suoi limiti: la migliore intelligence poco può fare, per esempio, contro la possibilità che una cellula di terroristi in sonno si attivi dopo anni. Di fronte a un esercito di poliziotti pronti a spiare, a infiltrarsi nelle loro file, pronti anche all’uso della tortura se necessario, i terroristi (tutti i terroristi, di qualunque credo politico o religioso) hanno comunque a disposizione mezzi efficaci per resistere e continuare le loro attività, anche per periodi di tempo molto lunghi. Ciò accade soprattutto perché sono fortemente motivati. Il terrorismo, allora, si vince solo se alla cultura politica dei terroristi si oppone una cultura politica capace di eliminare alla radice la loro capacità di aggregare attorno al proprio progetto politico, culturale o religioso risorse umane disposte al sacrificio e alla lotta.

Sorge una domanda: nel caso di cui ci stiamo occupando, dovremmo mobilitare le forze di ciò che oggi molti chiamano “Islam moderato” e cercare di costruire con esso una cultura democratica e inclusiva? Qui dobbiamo intenderci bene, per evitare discorsi a vanvera. Bisogna capire che le religioni, in quanto sistemi di credenze che includono narrazioni tanto coinvolgenti dal punto di vista emotivo da condizionare le risposte cognitive di coloro che a quei sistemi di credenze aderiscono, non si “moderano” da sole, ma subiscono un processo di trasformazione in un senso o in un altro a seconda del contesto culturale, politico, giuridico in cui operano. I sistemi culturali (tra questi le religioni) non sono sistemi chiusi, monolitici, fissi, sempre uguali nel tempo. Hanno confini porosi, che permettono un’interazione costante con l’ambiente esterno (costituito da altri sistemi di credenze, dalla scienza, dalle teorie della società e della giustizia che i sistemi giuridici, implicitamente, incarnano).

Per capire ciò, consideriamo il caso della religione cristiana nei paesi occidentali. Nemico acerrimo della modernità e dell’autonomia morale su cui questa si basa, il cristianesimo ha saputo comunque adattarsi e trovare una propria collocazione entro la cornice delle democrazie moderne. Certo, ci sono ancora situazioni di attrito. Negli Stati Uniti, per esempio, le chiese cristiane fondamentaliste vorrebbero che a scuola venisse tolto ogni riferimento alla teoria darwiniana dell’evoluzione – ma almeno esiste il Primo Emendamento, il quale impedisce che gli Stati dell’Unione (e le scuole pubbliche, di conseguenza) promuovano una religione a scapito di altre. Altro esempio: è sempre forte la tentazione, per alcuni cristiani, di ingaggiare una lotta politica che conduca, nelle sedi parlamentari, ad abrogare le leggi che tutelano l’interruzione volontaria della gravidanza. Se tuttavia i partiti di ispirazione cristiana per lo più si astengono dal portare avanti una lotta politica su questo tema, ciò avviene anche perché i dirigenti di quei partiti sanno che la maggioranza di coloro che aderiscono a questa o quella confessione cristiana non sono fondamentalisti, non hanno bisogno, per vivere con coerenza la propria esperienza religiosa, di vivere in uno stato che impone per legge le loro convinzioni religiose anche a coloro che non le condividono.

Ora, non si dimentichi che se in occidente la convivenza tra cristianesimo e modernità si è potuta sviluppare sino a giungere a una situazione che esclude conflitti, sia nel foro interno degli individui, che nell’arena pubblica, ciò è dovuto a una lotta che per lungo tempo ha visto alcune chiese cristiane (quelle fondamentaliste americane e alcune componenti del cattolicesimo) resistere in tutti i modi all’avanzata dei valori sorti dall’Illuminismo che animano la modernità. Tutto ciò deve indurci a riflettere sul fatto che, molto probabilmente, anche con i valori promossi dalla religione islamica si giungerà a una convivenza che dovrà attraversare fasi conflittuali e problematiche.

Per molti aspetti si tratta di una situazione paradossale, in quanto la tradizione islamica di per sé presenta elementi che la rendono molto più compatibile con la modernità di quanto non avvenga con il caso del cristianesimo. Lo mostra bene l’opera di un filosofo come Mohammed Abed al-Jabri (morto a Rabat nel 2010, presso la cui università ha insegnato per anni), il quale ha mostrato, con ottimi argomenti, che per diventare moderni gli Arabi non hanno bisogno di imitare come pappagalli gli occidentali, ma non devono fare altro che riscoprire i classici della loro tradizione laica, come Averroé o Ibn Khaldun (ora sintetizzo in modo brutale, ma il nocciolo della questione è proprio questo). Purtroppo, è come se nell’ambito della tradizione islamica si fosse rotto il filo che collega il presente a un passato culturale che, in ambito filosofico e teologico, conteneva elementi simili a quelli che hanno portato, in Europa, all’avvento della modernità.

Che fare allora? Rimboccarsi le maniche e lottare, tutti assieme (quindi anche assieme ai musulmani che abitano in Europa), per la diffusione di una mentalità laica condivisa, che permetta di costruire – a tutti i livelli: europeo, nazionale e di quartiere – comunità in cui si praticano la tolleranza e il rispetto reciproco.

Non dovrebbe essere troppo difficile, basta volerlo. Ma anche qui, bisogna capire bene come funziona il discorso laico a cui sto facendo riferimento. Per certi versi, la laicità costituisce il mito fondatore della modernità, nel senso che è un valore non negoziabile. Non si può essere moderni e al contempo negare l’autonomia morale, il valore della libertà di espressione, la pari dignità di tutte le credenze davanti alla legge in quanto espressioni di questa o quella specificità culturale e storica (laddove l’espressione “davanti alla legge” pone dei limiti ben precisi: se una comunità professa credenze che sono incompatibili con l’ordinamento democratico della società, sono necessari interventi che limitano la libertà di azione e di espressione dei membri di quella comunità – lo sanno bene i tedeschi che da anni tentano di combattere, invano, una setta pericolosa come Scientology). Il discorso moderno insomma deve propagare la laicità delle istituzioni, ovvero dello spazio pubblico, pena il suicidio della modernità stessa come progetto politico e culturale. La propagazione della mentalità laica, tuttavia, non può avvenire con metodi coercitivi e violenti – ciò sarebbe in contraddizione con i fondamenti della modernità che si vogliono difendere. Ma deve avvenire tramite ciò che da sempre costituisce l’unica “arma” di cui può ragionevolmente dotarsi il progetto illuminista: l’educazione. Se si insegnasse la storia delle religioni come materia obbligatoria nelle scuole europee, il dialogo tra religioni e modernità ne trarrebbe un enorme giovamento. Detta così, la faccenda si presenta troppo astratta. Concretamente, l’insegnamento della storia delle religioni favorirebbe il dialogo tra cittadini europei di diversa confessione e permetterebbe a ciascun cittadino, sia che cerchi o meno di dare un senso alla propria esistenza tramite l’affiliazione a una comunità religiosa, di confrontarsi in modo critico con il patrimonio spirituale dell’umanità. Certo, ai bambini musulmani potrebbe dispiacere apprendere che Maometto non è l’autore materiale del Corano, ma la scoperta che Mosé non è l’autore dei primi cinque libri della Bibbia (scoperta che non è avvenuta ieri, ma già nel Rinascimento, cioè nel periodo in cui i saperi filologici e storici hanno iniziato ad affermarsi) non impedisce ai cristiani di tutto il mondo di professare con convinzione la propria fede, che si basa anche sulla lettura – teologica, e non storica – di quei libri.

Un’ultima osservazione, necessaria. Ma perché parlare di laicità, di religione, di rapporti tra Islam e modernità, a ridosso dei tragici eventi occorsi a Parigi? In fondo, cosa c’entra la religione con il massacro perpetrato nella sede di “Charlie Hebdo” e nel supermercato Hyper Casher? Ecco, pensare che la religione non abbia nulla a che fare con tutto questo è forse la peggiore delle idiozie messe in circolazione dai media in questi giorni. Fino a prova contraria, gli assassini brandivano i loro AK-47 al grido di “Allah è grande”. Non stavano invocando facilitazioni nell’accesso alle risorse da parte dei giovani disoccupati delle banlieues parigine. Tutto questo per dire che non esiste un “uso politico distorto” delle religioni. Esistono varie modalità di espressione della propria esperienza religiosa. E tra queste modalità, come detto sopra, prevarranno quelle maggiormente compatibili con una società laica e democratica se il discorso laico e democratico avrà modo di diffondersi e di far sentire la propria voce. Anche nella desolazione culturale delle varie banlieues, parigine e non.

 


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Giovanni Leghissa

Giovanni Leghissa (Trieste, 1964) è Ricercatore confermato presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’educazione dell’Università di Torino. Ha insegnato filosofia presso le Università di Vienna, Trieste, e presso la Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe. Redattore di “aut aut”, ha curato l’edizione italiana di opere di Derrida, Blumenberg, Husserl, Overbeck, Tempels e Hall. Tra le sue pubblicazioni: Il dio mortale. Ipotesi sulla religiosità moderna (Milano 2004), Il gioco dell’identità. Differenza, alterità, rappresentazione (Mimesis, Milano 2005), Incorporare l’antico. Filologia classica e invenzione della modernità (Mimesis, Milano 2007). Ha curato (con L. Demichelis) Biopolitiche del lavoro (Mimesis, Milano 2009). Le sue indagini hanno come punti focali: epistemologia critica delle scienze umane (con particolare riferimento all’antropologia, alla storia delle religioni e alla filologia), fenomenologia, psicoanalisi, rapporto tra religione e modernità, filosofia interculturale, Postcolonial e Cultural Studies. Da alcuni anni le sue ricerche mirano a indagare le trasformazioni del rapporto tra razionalità economica e razionalità politica nell’età neoliberale.


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