Meglio tardi che mai: l’intollerabile ritardo dell’analisi del Censis

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Il 48° Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese sostiene che gli italiani sono narcisisti e soli. Ai primi titoli lanciati dai media alla sua presentazione mi sono precipitata a verificare le argomentazioni e ho riscontrato che, nelle Considerazioni Generali e nel Primo capitolo dedicato alla Fenomenologia del paese, non solo si sostiene davvero questa tesi ma un paragrafo ha proprio come titolo La solitudine dei soggetti. I dispositivi di introflessione di un popolo di singoli narcisisti e indistinti. E così mi sono chiesta: ma come hanno fatto a non accorgersene prima? Ma dove hanno vissuto i ricercatori che vengono considerati fra i più prestigiosi e a cui è stato dato da sempre molto credito? Ma come è possibile che lo scoprano solo ora?
Il Rapporto argomenta che la pratica diffusa dei ‘selfie‘ sarebbe l’epifenomeno del narcisismo e della solitudine, sarebbe «l’evidenza fenomenologica della concezione dei media come specchi introflessi in cui riflettersi narcisisticamente, piuttosto che strumento attraverso il quale scoprire il mondo e relazionarsi con l’altro da sé» e così «la solitudine [sarebbe] oggi una componente strutturale della vita e delle persone». Ci troveremmo così davanti a un flusso di pulsioni senza regole e a comportamenti individuali improntati da un «egoismo autoreferenziale e narcisistico», che sarebbero il risultato dell’«evidente fatica del vivere e [delle] dolorose emarginazioni occupazionali». Assisteremo a manifestazioni di fragilità sia personali che di massa: comportamenti e atteggiamenti spaesati, indifferenti, cinici, passivamente adattativi, prigionieri delle influenze mediatiche, e saremmo di conseguenza condannati al presente senza profondità di memoria e futuro. Il tutto sarebbe il risultato della delusione per gli esiti del primato del mercato, della verticalizzazione e personalizzazione del potere, del decisionismo di chi governa, sostanzialmente saremmo di fronte a «una società ad alta soggettività», a «una società pericolosamente segnata dal vuoto, visto che ad un ciclo storico pieno di interessi e di conflitti sociali, si [andrebbe] sostituendo un ciclo segnato dall’annullamento e dalla nirvanizzazione degli interessi e dei conflitti». «Si [vivrebbe] senza norma, quasi senza individuabili confini della normalità, per cui tutto nella mente dei singoli [sarebbe] aleatorio vagabondaggio, non capace di riferirsi ad un solido basamento».
Sono anni che Massimo Recalcati nei suoi libri e nei suoi interventi mette in luce questo aspetto, senza dimenticare i lavori precedenti di Otto Kernberg (1975), di Christopher Lasch (1978) e Gilles Lipovetsky (1983). Quest’ultimo analizzava proprio il balzo in avanti dell’ideologia individualista e il vuoto sociale che da questo ne stava derivando. Solo come inciso rammento che Giacomo Leopardi argomentava che l’egoismo individuale non può che distruggere la società.
Colette Soler nel 2011, studiosa di Lacan, ha coniato il neologismo “narcinismo” per indicare il tratto sociale emergente costituito dal sincretismo di narcisismo e cinismo, con il quale indica un insieme di comportamenti che sono divenuti manifesti alla scomparsa delle grandi cause alle quali il XX secolo ha creduto e capaci di trascendere l’individualità. Da qui, sostiene Soler, la tendenza di ciascuno a trasformare in «causa» unicamente i propri interessi, tanto da minare i legami sociali.
Persino io ho scritto un testo di circa 450 pagine dal titolo Biologicamente sociali, culturalmente individualisti (2012) dove sostenevo che il narcisismo patologico è il tratto emergente della società contemporanea e che a mio avviso si accompagna al ‘concretismo’, la forma valoriale alla quale viene ridotto l’agire. Quest’ultima, un’immagine metaforica della società contemporanea che tende a ricondurre ogni aspetto del vivere alla quantificazione, alla classificazione e all’omologazione, dal che lo svuotamento della natura umana che invece è, di per sé, qualificativa, identificativa e differenzialista.
Un concretismo al quale non si sottrae neppure il Censis tanto che per supportare la tesi della solitudine dei singoli fa riferimento al numero di ore e minuti che le persone trascorrono senza la presenza fisica di altri, non distinguendo fra essere da soli e sentirsi soli.
Ed è questo riduzionismo che genera l’incapacità di astrazione, di simbolizzazione e la conseguente ristrettezza a considerare soltanto l’aspetto materiale e pratico dell’esistenza propria e altrui, nonché delle dimensioni sociali e comunitarie. Il deficit simbolico individuale si rispecchia di conseguenza in una dimensione sociale letta e vissuta come altrettanto asimbolica, quasi in una forma di epidemica psicosi diffusa, dove nella società tutto diventa lo specchio dell’io, di un io svuotato dei propri peculiari sensi dell’esistere. Da qui la grave crisi culturale che è di fronte ai nostri sguardi, tanto che ogni fenomeno non aderente alla realtà misurabile, ogni livello di astrazione non riconducibile a parametri di materialità deve essere ricondotto e abbassato alla sua percezione vegetativa e calcolabile.
È da tempo, circa 40 anni, che è cresciuta e si è affermata l’idea che sia possibile un solitario percorso egoistico di emancipazione da ogni legame, il che ha prodotto una rottura traumatica dell’identità in quanto questa è relazionale. Di conseguenza si è sviluppata una dimensione sociale fondata su un’effimera e fasulla idea di una pseudo padronanza di sè, dove ciascuno crede di volere liberamente senza vincoli mentre in realtà è costantemente scelto nelle sue decisioni da una continua mancanza di qualcosa, da un vuoto incolmabile di significati e di sensi che sono unicamente dati dalle relazioni, a partire dalla relazione primigenia, quella dell’atto fecondativo che ha dato origine a se stessi.
Sul piano sociale e politico gli effetti sono stati la sostituzione di una ‘visione’ con una pragmatica programmazione; il destino si è trasformato così da progetto sulla vita in società a gestione della vita, con una atrofizzazione della dimensione progettuale, poiché la gestione non fa che comparare gli utili quantificabili con il risultato pratico che tutto ha un prezzo e così non si immagina un futuro al di là della contingenza e si aderisce senza immaginazione, senza fantasia, senza creatività al solo presente.
La cultura narcisistica o all’interno di una cultura narcisista e narcinistica l’individuo è alienato da se stesso, il che consente un processo di reificazione di se stesso in quanto si riduce e si autoriduce a oggetto, a strumento del processo di valorizzazione economico, costituito dalla monetizzazione di sé o di parti di sé. Solo la dimensione narcisistica consente al capitalismo di essere dominante sulla vita individuale e partecipare della frantumazione della dimensione sociale, costituendo un’etica che genera sudditi consumatori.
La dimensione sociale del narcisismo è stata descritta per la prima volta dai filosofi della tarda scuola di Francoforte, ma è Heinz Kohut che in un testo del 1969, Il potere, costruisce la relazione fra narcisismo sociale e politica e la costruisce intorno all’ascesa di Hitler. Kohut attribuisce a Hitler e alla nazione tedesca una ferita narcisistica, tale che il rispecchiamento fra leader e popolo che lo elegge apre l’interrogativo circa il fatto di come le ferite private possano avere conseguenze devastanti sulla collettività, quando questa si riconosce in quelle stesse ferite. Attribuisce alla rabbia narcisistica di gruppo il fenomeno del nazismo: l’identificazione dell’ideale dell’io con il capo genererebbe in un gruppo compattezza, per effetto del riconoscimento vicendevole, e ridurrebbe le forme aggressive all’interno del gruppo stesso, costruendo motivazioni comuni. Questo capita ai tedeschi perché dopo la prima guerra mondiale avendo perduto l’orgoglio di gruppo e l’autostima a causa della disoccupazione e del declassamento sociale di ampie fasce della classe media.
Oggi il narcisismo viene socialmente incoraggiato perché viviamo in un contesto precario, dove si combatte la paura con l’omologazione e il conformismo. La maggioranza si compiace di piacere più che di sfidare il dissenso, poiché questo espone a un rifiuto di fronte al quale oggi non si vive solo un comprensibile dispiacere, ma una vera e propria crisi d’identità. L’insicurezza sociale alla fine ricade sempre sul singolo individuo, che cerca quindi il riconoscimento come garanzia di esistenza, il che genera una sorta di indifferenza dell’anima.
Nella contemporaneità il futuro quando apre le sue porte è solo per schiuderle come incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine, e così ciò che può capitare di terribile nella vita dei singoli è già accaduta, perché le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce, l’energia vitale implode. La perdita dell’immaginifico sul futuro è insieme causa e risultato di questa dinamica.
Il desiderio del futuro è desiderio di vita e la modernità ha fatto credere che il futuro è nelle nostre mani, lì alla nostra portata, e quindi può essere forgiato dalla nostra volontà. La realtà mostra che così non è, e così subentra la necessità di proteggersi dall’altro per sopravvivere, la relazione sociale viene liberata dai principi e dai divieti e sopraggiunge una sorta di barbarie e di anarchia e gli scontri di civiltà diventano scontri fra identità e funzionalità, poiché adorando il successo di sé l’Occidente scambia il mezzo col fine e diventa paradigmaticamente attuale la tragedia macbethiana che descrive l’uomo in preda al disorientamento incredulo di scoprirsi omicida, traditore, fratricida, usurpatore. Questo significa che le interazioni sociali possono agire come un balsamo ma anche come un veleno. Siamo dentro a uno smarrimento, a una incapacità di elaborare significati condivisi, a creare coesione, con la condanna all’isolamento e allo sconcerto.
In qualche modo il narcisismo sociale sta mettendo in discussione anche la democrazia così come è stata concepita dopo la seconda guerra mondiale, ed è per questo che i giovani sono per certi versi uomini senza futuro. La morale e l’etica si trasformano, l’utile diviene il criterio per eccellenza del buono, il bene è identificato con il ben-essere, ed è misurabile. Non vedo vie di salvezza se non in un sussulto di presa in mano del proprio destino e quindi del destino del mondo e il seguire la via della responsabilità collettiva. Non il mio destino ma il nostro destino e quindi anche il mio.
Tutto ciò è messo in scena dal film Lo sciacallo, il cui protagonista è un giovane privo di opportunità lavorative e figlio dell’idea che ciascuno è imprenditore di se stesso. Le prima battute del film sono stupefacenti per uno spettatore italiano che ritiene che alcune parole d’ordine costantemente ripetute circa il mercato del lavoro siano solo nostre, e invece vengono pronunciate da un giovane americano. Segno indelebile che i destini culturali sono comuni e globalizzati. Il giovane invasato di sogno americano, ormai mondializzato, parla con gli occhi spalancati, ascolta quel che gli viene detto, fa tesoro di ogni sconfitta e di ogni insegnamento per arrivare al proprio traguardo e trova su internet tutte le nozioni di cui ha bisogno: “Non sai quante cose si imparano su Internet”. Si conforma a modelli preformati senza accorgersene, si applica senza sosta e senza di scrupoli pur di affermarsi. Recita senza ritegno ogni luogo comune che quotidianamente ascoltiamo e leggiamo nei media. Porta a livelli estremi e patologici la spinta al successo, all’affermazione individuale e ci mostra come il frutto putrido di quella sempre più vasta subcultura diffusa dall’ampia manualistica sul come diventare famosi, rafforzare la propria autostima, diventare imprenditori di se stessi, pensare positivo, credere nelle proprie capacità e via egotizzando, che ci avvelena a partire dagli anni Ottanta. Il protagonista di questo film è maschera, spettro, ombra incarnata di quella visione del mondo che scambia il riuscire con l’abdicazione a ogni sussulto di coscienza. È da pelle d’oca la lingua semplificata, robotica, a una sola dimensione sull’affermazione di sé. La lingua dell’egolatria folle e farneticante del narcisismo, ormai diventato patologia collettiva.


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Maria Grazia Turri

Maria Grazia Turri, filosofa ed economista, insegna Linguaggi della comunicazione aziendale e Fondamenti della comunicazione all’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni La distinzione fra moneta e denaro (2009), Gli oggetti che popolano il mondo (2011), Biologicamente sociali, culturalmente individualisti (Mimesis 2012), Gli dei del capitalismo: teologia economica nell'età dell'incertezza (2014)


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