La scuola sarà davvero “buona”?

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Eh sì, la buona scuola, tanto pensata, tanto fortemente voluta.
Il luogo più bello del mondo, dove bambini e ragazzi progettano il loro futuro.
Il documento redatto dal nostro governo è finalmente stato progettato e scritto con un po’ di coraggio.
Da molto tempo abbiamo cercato di rintracciare nelle indicazioni nazionali qualche sfumatura di innovazione e sviluppo, ma abbiamo sempre dovuto usare la lente d’ingrandimento per reperire indizi significativi.
Abbiamo sempre pensato a una scuola in cui, appunto, innovazione e sviluppo potessero stare al centro dell’attenzione: luoghi in cui poter sbagliare, in cui pensare “in grande”, con docenti più o meno “innovatori silenziosi”, motivati ed entusiasti, aperti al nuovo, competenti, costruttori di competenze, capaci di mettersi in gioco e ad insegnare “modi di pensare” e non solo saperi disciplinari, di immaginare una carriera soddisfacente, di valutare in modo “formativo” e molte altre cose ancora.
Il documento, se davvero messo in pratica (ma su questo punto preferiamo incrociare le dita) potrebbe divenire simbolo e metafora di un nuovo miracolo italiano.
Un sistema di valutazione nazionale, un maggior uso sensato e funzionale delle nuove tecnologie dell’apprendimento, più orientato agli oggetti mobili (tablet) che a quelli fissi (LIM, seppur utilissima se usata bene), una maggiore apertura al territorio (quartieri, associazioni, università, musei, laboratori, redazioni giornalistiche, radiofoniche e televisive, e così via) renderebbero la scuola davvero il “filo forte di un tessuto sociale da rammendare”.
Un aspetto fondamentale, a parer nostro, è il tema dell’apertura e della sostenibilità: occorre dunque formare gli insegnanti alla “scelta” dei loro strumenti di lavoro. Negli ultimi decenni si sono sviluppate numerosissime iniziative di formazione ed è stata prodotta una grandissima quantità di strumenti hardware e software utili per la scuola. Oggi, con l’avvento del mondo mobile, possiamo sostenere che l’offerta non manca, ma si prefigura sempre più difficile e complicata la scelta che ogni scuola e insegnante deve operare per il miglioramento della propria didattica con un impatto positivo sull’insegnamento e della progettualità mediaeducativa. Il problema va tuttavia focalizzato su un sistema di scelte, non solo basato sullo strumento in sé, bensì attraverso un ragionamento che va molto al di là dell’oggetto mediale e digitale. Il problema di base è soprattutto il setting di apprendimento (locale e digitale contemporaneamente) combinato con l’atteggiamento dell’insegnante che lo progetta. Occorre dunque promuovere una formazione continua, sperimentale e laboratoriale di docenti interessati a compiere scelte didattiche in linea con gli obiettivi professionali, ma anche con gli interessi personali, nella direzione di una media literacy sempre più ampia ed efficace. Un insegnante insegna ciò che sa e sa fare, ma anche ciò che è o ciò che aspira ad essere.
In sostanza, risulta necessario stimolare la combinazione delle problematiche tecniche (standard, compatibilità, efficienza ed efficacia degli strumenti, integrazione tra attività di classe e ambienti di apprendimento etc.) con i talenti dell’insegnante (hobby, passioni, competenze trasversali, capacità relazionali, gestione della classe, gestione delle proprie emozioni etc.).
Ha ragione Edgar Morin (filosofo francese) quando sostiene che la scuola, prima di insegnare discipline, dovrebbe pensare a porre nelle condizioni i ragazzi di “conoscere la conoscenza”, vale a dire le modalità con le quali gli esseri umani imparano a conoscere il mondo. Perché non si fa? Non ci sono le competenze? Non c’è volontà? No, forse non è stata sviluppata davvero nei decenni una cultura del sapere fondata sul rapporto tra competenze, gioco e meta-cognizione. Questi tre aspetti che tradotti significano “saper risolvere problemi in situazioni nuove, applicare le regole del gioco per fare cose utili e divertenti allo stesso tempo e saper pensare ai propri pensieri e ai propri pregi e limiti cognitivi (attenzione, percezione, ragionamento, memoria, linguaggio e così via), dovranno essere i pilastri della scuola del futuro. Non lo diciamo noi, ma lo richiedono a gran voce la scuola e il mondo del lavoro. Il ritorno della musica e il rafforzamento delle scienze motorie daranno una grande mano in tal senso. Tutte le discipline possono essere imparate con differenti linguaggi e quello della musica e del corpo restano fondamentali e imprescindibili in ogni angolo del pianeta.
Dall’altro lato anche l’Università si deve attrezzare. Un secondo tema fondamentale e straordinariamente urgente è la capacità di concepire i profili formativi di coloro che andranno ad insegnare (in questi anni di innovazione se n’è vista davvero poca) e il collegamento forte tra le scienze cosiddette “dure” e le scienze umanistiche, dando spazio a incubatori di idee mediaeducative. Cosa intendiamo? Luoghi vivificanti, catalizzatori di esperienze, di collaborazione tra esperti, ricercatori e insegnanti per costruire ricerche, metodi e buone pratiche efficaci e scientificamente fondate, valutate e trasferibili. Vere e proprie “palestre di innovazione”, come indicato nel documento, nelle quali poter dialogare, discutere, confrontarsi e intraprendere attività e ricerche insieme, nell’ottica di una ricerca-azione di straordinario valore, con i politecnici, i dipartimenti di informatica e a tutti coloro a cui sta a cuore il tema della divulgazione scientifica, dell’inclusione e della produzione digitale. Solo così un insegnante può sviluppare competenze “in ricerca” direttamente spendibili in clase.
Due metafore ci autano a capire: la prima (pensata da Jenkins, professore presso la University of Southern California) riguarda il ruolo che gli studenti potrebbero occupare a seconda delle occasioni: dovrebbero imparare ad essere sia “contadini” che “cacciatori”: È proprio vero che i ragazzi di oggi non riescono più portare a termine una sequenza di compiti che richiedono un’attenzione focalizzata (semina e raccolto)? È proprio vero che scansionare un territorio complesso alla ricerca di segni e indizi per capire dove le prede siano nascoste (multitasking) rappresenti oggi un’attività confusiva e priva di profondità? Noi pensiamo che i ragazzi possano imparare ad essere dei bravi contadini e dei bravi cacciatori, soggetti che sanno cosa devono fare a seconda dei problemi che affrontano (e che quindi conoscono il loro personale modo di conoscere). Howard Rheingold (sociologo statunitense), inoltre, integra questi aspetti parlando dei cinque alfabeti che stanno cambiando il mondo: prestare attenzione all’attenzione (un po’ come dice Morin), sviluppare una cultura della partecipazione, imparare a collaborare (know-how social-digitale), essere in grado di consumare in modo critico le informazioni (riconoscendo quelle scorrette) e costruire un’intelligenza a misura di rete (conoscere le reti sociali).
Proprio i linguaggi (al plurale) sono il centro di questo cambiamento: la buona scuola è dunque una scuola che accoglie tutti i linguaggi, li insegna e con questi comunica, una scuola-editrice, appunto, che scrive, racconta e contribuisce ad aumentare la qualità della democrazia.


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Alberto Parola

Alberto Parola è docente di Pedagogia sperimentale (M-PED/04) presso il dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino (dal novembre 2002 a oggi), insegna anche Metodologia della Ricerca Educativa, Tecnologie dell’Istruzione e dell’Apprendimento e Docimologia. I suoi principali interessi scientifici includono la media literacy, la ricerca educativa in relazione alle tecnologie formative e ai sistemi mediali (in special modo televisivi e digitali), la formazione degli adulti e dei minori in contesto scolastico e sportivo. Dal 1995 ad oggi ha pubblicato 11 volumi (tra monografie e curatele), più di 30 saggi, una trentina di articoli scientifici, 6 prodotti multimediali (format televisivi e corsi di formazione a distanza), e ha svolto numerose relazioni presso scuole, convegni, meeting e conferenze, nazionali, e 12 internazionali. Negli ultimi anni, ha pubblicato Figli dei media (2005, monografia con B. Bruschi), Libro Vedere, guardare, osservare la Tv (2006, monografia con R. Trinchero), L’educatore come ricercatore (2007, curatela), Territori mediaeducativi (2008, curatela), Le trappole del verosimile (2009, curatela), Media education in action (2010, monografia con M. Ranieri), Regia educativa (2012, monografia), Media, Linguaggi, Creatività (2013, curatela), Paesaggi digitali (2013, curatela) e Sperimentare e innovare nella scuola (2014, monografia con D. Robasto) È stato Consulente scientifico del Piano Nazionale per la formazione degli insegnanti in servizio Logos del MIUR, Ideatore e manager del progetto europeo On Air - European Media Education Project (www.onair.medmediaeducation.it) e ha fatto parte del gruppo di esperti del progetto europeo Emedus – European Media Literacy Education Study (www.emedus.org). Ha svolto consulenza scientifica per la Rai-Radiotelevisione (Rai Tre) in relazione a sistemi di monitoraggio della Tv dei ragazzi. Attualmente è Vice Presidente del MED (Associazione Italiana per la Media Education), Presidente dell’Associazione Egò (Multimedialità e DSA), Co-Direttore della rivista scientifica Media education: studi, ricerche, buone pratiche (dal 2009), Direttore Educational del progetto Extracampus Tv e Referente Educational per il il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione (DFE) del Centro Interdipartimentale di Ricerca CinEduMedia dell’Università di Torino.


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