I Quaderni neri di Heidegger e l’idea di Europa

quaderni neri

È probabilmente un caso. Colpisce, tuttavia, che mentre in molti Paesi europei cresce il consenso attorno a formazioni politiche nazionaliste e xenofobe, mentre l’antisemitismo torna a colpire centri di cultura ebraici e sinagoghe e, lungo il confine che un secolo fa vide la dissoluzione dei tre grandi Imperi centrali euroasiatici, gruppi paramilitari neonazisti presidiano sia le piazze “antieuropeiste” della Grecia sia quelle “europeiste” dell’Ucraina, si assista a un riaccendersi dell’interesse e del dibattito attorno alle filosofie “nere” del Novecento: da Oswald Spengler, a Ernst Jünger, a Carl Schmitt fino a Martin Heidegger. Parlo di filosofie “nere” e credo di poterlo fare con qualche buona ragione. Nonostante questi Autori abbiano goduto dell’interesse e dell’apprezzamento anche di ambienti culturali e intellettuali liberaldemocratici, socialdemocratici e financo marxisti, essi sono sempre tradizionalmente appartenuti a un ideale Olimpo di destra, anche estrema, intrecciando generalmente nelle loro opere motivi antimoderni, antiliberali, antidemocratici e, non di rado, nazionalisti, razzisti e antisemiti. Al centro dello Streit è finito di recente ed una volta di più Martin Heidegger, in seguito alla pubblicazione in Germania, lo scorso marzo, dei Quaderni neri (Schwarze Hefte), attualmente in traduzione anche in Italia da Bompiani. In questa sorta di “zibaldone” heideggeriano, come ha scritto Donatella Di Cesare nel suo recente volume Heidegger e gli ebrei (Bollati-Boringhieri) vi sarebbe «quel non-detto che molti supponevano, o speravano, fosse anche non-pensato», ovvero, l’antisemitismo di Heidegger: un antisemitismo meditato proprio nel quadro filosofico del pensiero della storia dell’Essere. Non avendo ancora studiato gli Schwarze Hefte non entro nel merito più che tanto su una questione che, dalla Frankfurter Allgemeine a Le Monde al New York Times, ha suscitato un così grande dibattito. Mi limiterò a riassumere per sommi capi i termini della contesa. E a esprimere una sorta di auspicio.

Il caso Heidegger non è nuovo, naturalmente. Semplificando molto, negli anni abbiamo assistito al fronteggiarsi di due atteggiamenti estremi di fondo. Il primo riguarda quelli che chiamerò i minimizzatori, ovvero, quanti sostanzialmente non rilevando nell’opera più nota ed edita di Heidegger significativi elementi a suffragio della sua adesione al nazismo, salvo forse un motivo “attualistico” rinvenibile nella sua concezione dell’esistere autentico come Essere-per-la-morte, hanno teso a confinare quell’accadimento a episodio biografico, frutto o di piccine ambizioni accademiche o dell’insipienza politica del filosofo, la cui luna di miele con il regime, d’altronde, non sarebbe durata che qualche anno. Il partito opposto, invece, che chiamerò dei liquidatori, ha sempre teso a rintracciare e a enfatizzare il ruolo che la riflessione di Heidegger avrebbe svolto nel gettare le premesse della sua decisione politica, in particolare in forza di una aperta, marcata ed esibita svalutazione di ogni forma fondata di conoscenza morale, in favore dell’idea di una comunità di destino basata su un rinnovato radicamento del popolo tedesco nella terra e nel sangue sotto la guida di Adolf Hitler. Le difficoltà più rilevanti i minimizzatori le incontravano quando erano chiamati a giustificare non soltanto appunti o corrispondenze, di natura privata o accademica che tradivano, oltreché l’iniziale, entusiastica adesione al regime, anche una chiara avversione verso gli ebrei, ma soprattutto il silenzio degli anni seguenti, privi di un serio ripensamento da parte del filosofo. Per i liquidatori, invece, risultò sempre difficile dar conto non soltanto dell’innumerevole schiera di allievi ebrei di Heidegger, legati al maestro benché costretti dalle leggi razziali a lasciare la Germania, ma della stima e dell’amicizia che molti di loro continuarono negli anni a tributargli, da Hannah Arendt, che a Heidegger fu legata anche sentimentalmente, a Karl Löwith, che ritenne sempre Heidegger alieno, per esempio, da ogni forma di antisemitismo.

Tra questi estremi, si possono trovare una molteplicità di chiavi interpretative intermedie.

Ora, per quanto posso dire di avere letto sinora, mi pare difficile che la lettura degli Schwarze Hefte lasci semplicemente inalterati i termini del problema. Al riguardo si possono citare, riprendendoli per esempio dal libro di Di Cesare, passi heideggeriani di questo tenore: «La questione riguardante il ruolo dell’ebraismo mondiale [Weltjudentum] non è una questione razziale [rassisch], bensì la questione metafisica [metaphysisch] su quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall’essere il proprio “compito” nella storia del mondo». L’impressione, insomma, è che minimizzare il nazismo di Heidegger e ancor più il suo antisemitismo come estrinseci alla sua vicenda intellettuale sia ormai definitivamente insostenibile. Sarebbe tuttavia un gravissimo errore, e qui inizia il mio auspicio, se questo significasse “chiudere i conti” con Heidegger, quasi che compito della filosofia fosse compilare liste di proscrizione e non, anzitutto, comprendere le cose, a partire dai filosofi e dalle loro filosofie. Provo a spiegarmi meglio. Uno dei meriti del libro di Di Cesare, al di là della tesi che tende a fare dell’antisemitismo di Heidegger un componente centrale non solo delle sue scelte politiche, ma della sua stessa filosofia, è mostrare i passaggi di fase che nel corso della storia del pensiero filosofico quella che oggi chiamiamo “questione ebraica” ha assunto, non soltanto in Germania, anche se in modo particolare in Germania: da Lutero, a Kant, a Fichte, a Hegel, a Nietzsche, a Frege. Si tratta di una ricognizione storica e teorica che risponde alla “voglia di capire” prima che alla preoccupazione di giudicare, non perché non si giudichi o non si sia già giudicata moralmente la condotta di Heidegger o di altri, ma perché si ritiene che per ben giudicare si debba anzitutto ben capire e che ancora qualcosa da capire, nonostante tutto, ci sia. Il nazismo e l’antisemitismo di Heidegger, probabilmente non più contestabili o minimizzabili, non possono infatti essere semplicemente dedotti dalla sua “critica” al primato fenomenologico husserliano della soggettività trascendentale in favore di una “fondazione” ontologica più radicale. A partire di lì, infatti, molte altre strade sarebbero state percorribili. Eppure non lo furono. Perché? E perché fu invece imboccata e mai davvero ridiscussa (non “rinnegata”, giacché rinnegare sarebbe stato facile e tanti l’hanno fatto a buon mercato) una strada che oggi appare a noi tutti sconcertante, in particolare per un pensatore che dell’ebreo Husserl fu allievo e della ebrea Hannah Arendt maestro. La questione va ben oltre la vicenda biografica del filosofo di Messkirch, oltre le sue megalomanie, meschinità accademiche, velleità politiche, oltre i suoi provincialissimi pregiudizi e le sue banalità intellettuali, che pure ci furono. C’è stato un terreno, infatti, in quel torno d’anni a cavallo della prima guerra mondiale e oltre, in cui la modernità ha raggiunto il punto suo più alto di fiducia in se stessa per poi precipitare ben due volte nell’abisso, sul quale sono variamente fiorite (e naufragate) le “titaniche” imprese intellettuali – titaniche a volte fino al ridicolo – non soltanto di Heidegger, ma di Spengler, Jünger, Schmitt e molti altri. Esplorarne in profondità le ragioni è allora necessario. A partire da una notazione importante, messa in luce da Di Cesare. Che uno dei passaggi critici del rapporto tra pensiero filosofico ed ebraismo, ha riguardato in realtà l’epoca della storia d’Europa più trionfalmente moderna, razionalista e progressiva, l’Illuminismo, il cui sorgente ethos, impegnato a districarsi ed emanciparsi idealmente e realmente da ogni forma di tutela religiosa, ha incontrato non poche difficoltà nel ricavare uno spazio di legittimità civile e politica a quell’enigmatico e sempre sospetto impasto di teologia e politica, religione e sentimento nazionale che era l’ebraismo. Nacque così la famosa “questione ebraica”. Nacque sotto i Lumi della ragione, non sempre così sereni, come anche Heidegger, Spengler, Jünger, Schmitt e, prima di loro Nietzsche, in radice sostenevano.

Perché tutto questo ci riguarda? Perché non è materia soltanto di filologi, storici della filosofia, critici oziosi del pensiero? Forse perché l’Europa, che sotto i migliori auspici ha cercato di ripensare se stessa unita dopo la catastrofe bellicista innescata dalle spinte egemoniche regressive del Terzo Reich, oggi pare avere perso ogni fiducia in una propria koiné. E con la stessa disinvoltura con cui, un Paese dopo l’altro, fa a gara per riconoscere lo Stato palestinese, l’Europa si astiene dal pronunciarsi, sotto lo sguardo dell’ingombrante alleato americano, su una risoluzione russa proposta alle Nazioni Unite che condanna qualunque glorificazione di fascismo e nazismo e ogni forma di xenofobia e razzismo. Non è solamente, io credo, questione di un modello di economia sociale di mercato da superare o all’opposto da difendere o rilanciare. E neppure è solamente questione di un ruolo geopolitico smarrito nelle nebbie di un ipocrita soft power dopo una guerra, la Seconda, dalla quale in fondo a uscire vincitori furono americani e russi. È anche questione di un’incapacità di raccogliersi attorno a un’idea di Europa, che oltre che vagheggiata nei siderei spazi degli auspici e delle raccomandazioni filosofiche, abbia e sappia mettere radici nella propria storia, facendo criticamente memoria di quell’immane sconcerto, di quello sgomento, di quello smarrimento di fronte al travolgente avanzare del “moderno” da cui presero le mosse anche certe titaniche imprese filosofiche dagli esiti catastrofici. Non dovremmo, quindi, proprio ora, “liberarci” di Martin Heidegger. Così come non dovremmo “liberarci” di Spengler, Jünger, Sombart, Schmitt ecc. Non dovremmo per non rischiare di divenire incapaci di cogliere con la indispensabile profondità teorica e storica il senso di parole come Europa, Asia, Russia, Occidente, Oriente, valori europei, cristiani, occidentali, diritto di cittadinanza, diritto d’asilo, diritto internazionale, polizia internazionale, guerra totale, guerra di distruzione, guerra di sterminio, sradicamento, disumanizzazione, mercificazione, ecc. Termini, tutti, che ricorrono in modo quasi automatico nel dibattito pubblico, ma senza che se ne riesca a riflettere il significato ancora vivo, se c’è, per noi. La pubblicazione dei Quaderni neri, quindi, sarebbe auspicabile non dovesse servire a “chiudere” la questione Heidegger. Bensì a farci riaprire con più onestà, rigore e consapevolezza storica la questione Europa: della sua identità, dei suoi valori fondativi, ovvero, dei suoi limiti, oltreché geografici, ideali. In un recente libro dedicato alla Russia come frontiera dell’Europa, Vittorio Strada ha scritto: «L’Europa, al di là di banali eurocentrismi e antieurocentrismi, più che spazio è Tempo: Modernità». Da questo punto di vista, essa sembrerebbe non avere confini, proprio come la nazione “infelice” della diaspora ebraica che, guarda caso, proprio i padri del moderno ritennero un enigma, un inciampo da rimuovere. Lo spazio, tuttavia, reclama sempre, a un certo punto, le sue ragioni. E lungo la frontiera che a oriente da sempre separa e collega la penisola europea al tavoliere asiatico, lì dove storia e geografia si confondono, un limite ancora si rivela e ribolle. Come ribolle a sud, verso quel mondo islamico che, nonostante i suoi straordinari apporti, non è Europa. Sono limiti di reciproche identità, tra emulazioni e risentimenti. Ma che non sappiamo pensare. Forse dovremmo provarci.

 

 


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Stefano Cardini

Stefano Cardini, giornalista presso Mondadori, si è laureato in Filosofia Teoretica alla Statale di Milano sotto la guida di Giovanni Piana. Dal 2009 è coordinatore della community Phenomenology Lab (www.phenomenologylab.eu) del Centro di Ricerca in Filosofia e Scienze della Persona dell’Università San Raffaele di Milano, ed è vicedirettore di Phenomenology and Mind (www.phenomenologyandmind.eu). Nel 2012 ha curato per Mimesis il volume: Piazza Fontana. 43 anni dopo. Le verità di cui abbiamo bisogno.


'I Quaderni neri di Heidegger e l’idea di Europa' 6 commenti

  1. 13 dicembre 2014 @ 1:56 giuliano leoni

    Interessante, ma se dobbiamo servirci di Schmitt, di Spengler, di Heidegger per definire radicalmente un confine geografico e storico (sol che si pensi al confronto fra lingue ove ve ne sarebbero alcune che sono più “filosofiche” di altre), non facciamo un buon servizio alla verità. Sono convinto che con Heidegger bisogna fare i conti, ma è necessario ribellarsi alla linea di cancellazione che necessariamente lui inizia a tracciare in misura originaria, nel momento stesso in cui individua la emersione dell’Essere come problema. Lasciamo che i morti seppelliscano i loro morti. Pensando al miscuglio meticcio del mediterraneo braudeliano, i freddi teorici dello stato incarnante un destino, debbano necessariamente fare un passo indietro. E siamo noi a doverglielo far fare. Non è un caso che al di là do questo ribollente confine a oriente, condivido più di  qualcosa con Tolstoj, Dostoevskij, Cechov e con Grossmann . Siamo certi che non sia più fecondo interessarci ad altri filoni per fare i conti con queste linee di confine? Jankelevitch , tanto per fare un nome fra tanti potrebbe ad esempio tornare utile?

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    • 16 dicembre 2014 @ 14:36 Stefano Cardini

      Le perplessità di Giuliano sono comprensibili. Ma forse mancano il bersaglio. Non si tratta, secondo me, di far fare passi avanti o indietro. Bensì di non rimuovere e di valutare se “con” o “contro” questi Autori vale ancora la pena di confrontarsi anche e proprio alla luce delle loro biografie (tra l’altro non semplicemente sovrapponibili). Con o contro Heidegger, vale o no la pena di ritornare sui limiti di un certo ideale moderno di razionalità tecnica e scientifica, di cui anche la Crisi delle scienze europee di Husserl, per dire, è stata matura espressione? Si può non condividere (come non lo condivido) l’idea che l’impresa scientifica e tecnica odierna sia destinata al nichilismo e tuttavia rintracciare nei temi della perdita di un senso ultimo, dello sradicamento, dello spaesamento e della svalutazione del relativi ordine di valori (parola che, diversamente che al sottoscritto, credo avrebbe fatto orrore a Heidegger) un residuo non adeguatamente tematizzato nell’orizzonte di verità filosofico-scientifica a cui Husserl riconduce, con trasporto comprensibilmente anche un poco retorico, la civitas europea. Con o contro Juenger, vale o no la pena di chiedersi quanto di eventualmente penetrante vi sia stato nella sua lettura dello stato di pace alla luce dello stato di guerra dopo l’avvento della moderna meccanizzazione degli eserciti, con la distruzione dell’epica dell’eroismo del singolo e l’inizio della farsesca retorica con cui oggi si traveste di propaganda l’operaio impersonale della distruzione? “Eroi” costretti all’anonimato e nel giro di pochi anni ridotti a paria dalle loro stesse comunità? Con o contro Schmitt vale o no la pena di chiedersi se dietro all’ideale liberal-social-democratico di molte attuali Costituzioni programmatiche (tra le quali, la nostra) non si trovi ancora una eco della sua idea delle fondamenta contingenti di ogni diritto pubblico? O se in certe critiche dalle estreme della sinistra e della destra all’ipocrisia, se non alla strumentalità, del diritto internazionale e delle missioni di polizia internazionale, non si trovi la sua concettualizzazione della fine dello ius publicum europeo, peraltro rintracciabile anche sul fronte avverso nelle tesi occidentaliste che evocano lo scontro di civiltà? Se l’alternativa è lasciare Schmitt esclusivamente nelle mani di insegnanti e allievi delle scuole militari e degli esperti di geopolitica, tenderei a non rimuoverlo dal nostro orizzonte. Quanto a Spengler, nella teoria e retorica corrente, ormai un luogo comune giornalistico, sul nostro bisogno di nuove “narrazioni”, non occhieggia forse il suo radicale relativismo storicistico, abile a liquidare ogni altra narrazione tranne la propria, naturalmente (guarda un po’) l’ultima? Sono soltanto alcuni esempi che dimostrano che non c’è alcuna necessità di “scegliere” tra Jankelevitch ecc e questi Autori, perché non si tratta di prendere o non prendere parte, ma di comprendere per prendere meglio parte. Preferisco sapere che sono, volente o nolente, sulle determinate orme, piuttosto che ritrovarmici inconsapevolmente rischiando di non sapere eventualmente come cambiare strada. E infine, quando elenchiamo Tolstoj, Dostoevskij, Cechov, Grossmann ecc dobbiamo essere consapevoli che non facciamo che evocare il nostro più o meno personale Olimpo di alti spiriti, convinti che potendoci ritrovare tutti in allegro simposio avremmo quanto meno un’umana e saggia disponibilità e una certa condivisa unità di metodo per appianare le nostre eventuali controversie. Ma è un ideale di repubblica cosmopolita dei dotti difficile da maneggiare. La Russia non di rado slavofila e reazionaria dell’Autore dei Demoni, il pacifismo cristiano-orientale di Tolstoj o quello liberal-democraticamente sionista di Grossmann, per dire, sono molto lontani, rispettivamente, dall’Europa federale liberal-socialista di Altiero Spinelli o dalle radici giudaico-cristiane (tacitamente “cattoliche e protenstanti”, come rivela con quell’ambiguo trattino dopo l’aggettivo giudaico) alle quali ancora molti vorrebbero ancorare la Costituzione europea. Basta scavare e i problemi subito affiorano. Per questo sono prudente nel compilare liste.

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  2. 13 dicembre 2014 @ 12:45 I “Quaderni neri” di Heidegger | Zanzibar

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  3. 14 dicembre 2014 @ 19:24 Nicola

    Sì, dobbiamo provarci…per ripensare ad una nuova, ancorché antica, “koinè” europea!

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  4. 19 gennaio 2015 @ 4:53 I “Quaderni neri” di Heidegger | Rassegna 2015

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  5. 27 novembre 2015 @ 17:01 Mauro la Spisa

    Gli intrecci ideologici e teoretici sono molti e complicati dal frasario heideggeriano.Come mettere insieme Duns Scoto,Holderlin ,Nietzsche e Husserl? Il Nostro v’è brillantemente riuscito ma a scapito della comprensibilità nel dire la verità sul mondo e sull’uomo.Non per caso Scoto,Kant,Hegel e Nietzsche (dal xiii al xx sec.) squalificano l’analogia come puro gioco di parole quando esprime il punto di intersezione tra noi e l’esistere rimosso il quale resta solo quella ‘gettatezza’ o desolazione traducibile in cieco destino dove tutto non ha più senso ed allora ogni gesto assurdo assume valore epico….

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