Tanto rumore per nulla, ovvero Thomas Piketty

piketty

Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty è un libro che a sinistra fa tendenza citare, ma non è detto che chi lo fa lo abbia anche letto, visto che la versione italiana consta di ben 928 pagine e richiede molta pazienza per addentrarsi nella notevole quantità di grafici e tabelle sulla distribuzione del reddito di cui è infarcito. Il reale valore del volume. Su Scenari ne ha già parlato con appropriate argomentazioni Andrea Zhok, il quale non mette però in discussione l’impianto analitico del testo, ed è questo aspetto che può per qualche verso giustificare questo mio contributo sul tema.
Piketty propone un’analisi – nei metodi, nei contenuti, nelle conseguenze e, in parte, nelle ricette – simile a quella avanzata negli anni ’70 da John K. Galbraith e ora da suo figlio James K. Galbraith, da Amartya Sen in La diseguaglianza (1992) e da Joseph Stiglitz in Il prezzo della diseguaglianza.Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro (2012), tanto che poco più che alla metà del volume l’economista francese fa un’affermazione che evoca persino il sottotitolo di quest’ultimo testo: «l’imprenditore tende inevitabilmente a diventare un rentier sempre più dominante su coloro che non posseggono altro che il proprio lavoro, il capitale si riproduce più velocemente dell’aumento della produzione e il passato divora il futuro» (p. 571).
Per tutti questi economisti la questione è la dismisura del capitale, cioè quando il capitale si fa rendita, non il capitale in quanto relazione sociale e le conseguenze che da questa relazione derivano per i soggetti che lo istanziano e per la struttura sociale nel suo complesso. L’eguaglianza diventa così il parametro morale a cui fare riferimento e il suo contrario la disfunzione a cui porre rimedio, e viene denunciato il dato che le diseguaglianze economiche aumentano fino a poter risultare «incompatibili con i valori meritocratici e i principi di giustizia sociale su cui si fondano le moderne società democratiche» (p. 26). Per Piketty il “capitale” è uno strumento a disposizione degli esseri umani, ai quali compete unicamente la responsabilità del suo cattivo o buono utilizzo.
Il successo commerciale di questo libro, rispetto alle precedenti elaborazioni sulla diseguaglianza, si deve unicamente al titolo evocativo del Capitale di Marx e alla trappola mediatica che da questo fatto si è innescata.
Piketty ha concentrato il suo lungo lavoro, durato più o meno quindici anni, su una sola delle disfunzioni del sistema capitalistico e sulle medicine per correggerla; non affronta da nessun punto di vista la natura di questo peculiare sistema di produzione e sulla correità fra le molteplici disfunzioni e il sistema stesso.
È indubbio che le iniquità nella distribuzione del reddito e della ricchezza siano insieme una delle cause e uno degli effetti della profonda crisi che da alcuni anni attraversiamo. Ma se ci si riferisce a Marx questo non è il punto.
Marx non focalizza mai la sua attenzione sull’eguaglianza dei redditi, poiché ciò che è intrinseco al sistema sono i para¬me¬tri, il ritmo e la defi¬ni¬zione del lavoro, di ciò che di esso è van¬tag¬gioso e di ciò che non lo è. Il miglioramento delle condizioni, se avvengono, sono funzionali al sistema, anche se possono modificare la percezione dello sfruttamento, allentandola o intensificandola, ma non modificarla, rendendo comunque sempre più pervasivo e senza limiti il potente processo di alienazione.
La sperequazione dei redditi è empiricamente rilevabile, ed è una tendenza storica, tale per cui il tasso di ritorno del capitale è generalmente superiore al tasso di crescita dell’economia, e dunque al ritorno dei redditi da lavoro. Un processo che vede una sola grande eccezione storica (1945-1975), quella del trentennio successivo alle due Guerre Mondiali e nelle sole aree coinvolte nella ricostruzione. Si tratta di dati a cui anche la teoria mainstream – quella alla quale Piketty vorrebbe opporsi – attinge per dimostrare la spontanea capacità del mercato di ridistribuire ricchezza. Una tesi che la mainstream estende a ogni epoca, mentre Piketty dimostra che questo fenomeno è circoscrivibile unicamente al periodo storico post bellico.
In riferimento a due categorie centrali di Marx, l’alienazione e il feticismo, è significativo che la fase espansiva dei redditi abbia prodotto soprattutto riflessioni concentrate sul “feticismo delle merci” e generato una certa marginalizzazione del pensiero intorno all’alienazione, in qualche modo a dimostrazione che una più equa redistribuzione dei redditi modifica la percezione dello sfruttamento, della sua natura e pervasività.
Secondo Marx più i rapporti di produzione si strutturano e inglobano le varie dimensioni della vita, più il fascino del feticismo dei beni si rafforza, non tanto per ragioni di natura psicologica, come il desiderio ossessivo di possedere merci, quanto per l’inammissibilità di avere accesso all’oggetto senza transitare per il suo valore, che è artificiale, perché nel feticismo comunicare non sono le cose, ma il sistema di simboli che tutte le esprime, il denaro. E’ l’alienazione che genera il feticismo e non viceversa. Cosicché possiamo affermare che la “dimensione monetaria” rappresenta il punto di partenza e il punto di arrivo dell’intera riflessione teorica di Marx, cioè il denaro nella sua forma monetaria.
L’analisi del denaro consente così di svelare quali siano i rapporti sociali che si celano dietro quei «rapporti cosali tra gli individui». Il denaro, nella funzione di capitale, mostra la sua vera natura di deus ex machina dei rapporti sociali, sia in quanto simbolo reale e ideale di relazioni di potere, sia come strumento necessario per la genesi e il fine dei rapporti di produzione che stanno a fondamento di tali relazioni.
Un aspetto significativo del libro di Piketty è indirizzato alle rendite e viene sottolineato il fatto che dopo le due guerre mondiali, e in particolare quando l’Unione Sovietica viene individuata come il competitor rispetto al modello capitalismo, la gran parte dei Paesi europei introduce politiche economiche di welfare e favorisce la redistribuzione della ricchezza, il che conduce a una contrazione delle rendite (nota la proposta del 1974 di Claudio Napoleoni di un’alleanza fra capitale e lavoro per ridurre le rendite, quelle che vennero definite come le “riforme grano”). Per Piketty una volta scomparsa per implosione politica l’Unione Sovietica – qui l’economista francese si dimostra meno marxiano di molti osservatori conservatori che riconoscono che l’implosione politica è stata determinata da cause principalmente economiche – la rendita ritorna a trionfare e così il libro denuncia l’esagerata disparità di rendimento fra i singoli capitali, il che avrebbe dato vita ai “super-ricchi”, alle differenze di salario per i singoli lavori generando i “super-manager” e infine avrebbe agevolato il meccanismo di successione ereditaria che trasferisce le “grandi fortune” da chi le ha accumulate, alle volte con genialità e fatica, a discendenti, molto spesso, “senza qualità”. Una tesi che ricalca quella avanzata dal filosofo politico liberal Ronald Dworkin. Per Piketty il tutto porta verso una «società ereditaria», che è l’opposto di una società meritocratica (p. 351).
L’economista francese si concentra sulla distribuzione, Marx sulla natura del processo produttivo, tanto che per Marx è un’utopia quella proposta da Proudhon, di voler riformare il processo di circolazione conservando inalterato il processo di produzione capitalistico, dato che la forma del primo dipende dalla natura del secondo. Marx destina gran parte della sua riflessione al carattere necessariamente contraddittorio dello sviluppo capitalistico, lo stesso fenomeno è, nelle diverse fasi del ciclo economico, sia causa di sviluppo che causa di crisi, per poi riconvertirsi nel suo contrario, infatti per lui la stessa crisi mostra i limiti dell’accumulazione capitalistica ma ne è anche il tipico «processo di risanamento».
Anche la rendita si inquadra in questa ottica marxiana: senza questa non avremmo avuto sviluppo e occupazione. Un’argomentazione che vale anche per la rendita finanziaria, che proprio in questa crisi ha mostrato il suo ruolo cruciale nel rendere disponibile reddito spendibile, ed è infatti grazie alla iperbolica inflazione di prodotti legati sia la mercato mobiliare che al mercato immobiliare che è stato possibile alimentare i consumi privati e pubblici in molti paesi, a fronte di una perdita significativa del potere d’acquisto dei salari.
A dimostrazione che la crisi attuale è sostanzialmente culturale – si intrecciano infatti crisi politica, economica e filosofica – sta il fatto che la sinistra sembra ignorare totalmente il dibattito che ha visto, sin dai primi anni dell’Ottocento, confrontarsi su questioni molto simili a quelle che abbiamo ora di fronte. I protagonisti erano, da un lato, i socialisti utopisti, gli anarchici socialisteggianti e gli economisti classici, e dall’altro Marx. Il nocciolo della critica di Marx verso tutti costoro consisteva nel fatto che il rapporto capitalistico, il capitale, veniva assunto come un dato e non come una questione da indagare.
Il testo di Piketty vorrebbe collocarsi non solo nella tradizione di David Ricardo ma anche in quella di Adam Smith e di Marx, ma in realtà si riferisce unicamente al primo, infatti viene marginalizzata la dimensione storica, in quanto la forma del capitale per lui sarebbe sempre esistita (p. 327) e il processo capitalistico non entra come dimensione storica nei corpi degli individui, non si fa bios praktikos, bios theoretikos, bios politikos e non istanzia il zo’on politikon, in quanto potere ideologico, psicologico, economico e politico.
Per Piketty scompare magicamente la sostanza che conferisce ai mezzi di produzione, al lavoro, alle merci e al denaro la loro esistenza in qualità di capitale: il rapporto sociale capitalistico non appartiene ed è inesistente per Piketty. Del resto ha lui stesso ammesso di non averlo letto  ed è per questo che nella sua riflessione è ininfluente e fa affermazioni che rivelano la sua totale ignoranza sulle argomentazioni del pensatore di Treviri, come quella dove afferma che: «Come gli autori a lui precedenti, Marx ha del tutto trascurato l’eventualità di un progresso tecnico durevole e di un costante aumento della produttività» (p. 24). I soli concetti marxiani di plusvalore relativo, di composizione organica del capitale e il suo Frammento sulle macchine testimoniano il contrario.
Piketty con il suo libro dà man forte a coloro che hanno indicato nella sperequazione nella distribuzione del reddito la causa sovrana di questa lunga e prolungata crisi – tesi che si è alternata a quella che sostiene che sul banco degli imputati c’è la finanza e la produzione di denaro tramite denaro -, ma avendo a disposizione per analizzarla strumenti molto modesti ancor più modeste sono le misure che vengono indicate per farvi fronte. Le medicine identificate sono funzionali all’aumento dell’efficienza del mercato e alla riduzione delle rendite: si tratta di aumentare le regole e di favorire un keynesismo privato, cioè attuare misure che spingano gli investimenti privati e/o l’introduzione di un salario minimo in modo da incoraggiare la domanda interna.
Onde evitare che anche in futuro ci attendano gravi scompensi nel sistema economico poiché «la prossima crisi o la prossima guerra … sarebbero veramente globali» (p. 471), Piketty chiede d’intervenire consapevolmente sulla propensione al risparmio riducendola mediante una «imposta progressiva mondiale sul capitale accompagnata dalla massima trasparenza finanziaria internazionale» (p. 515). Questo viene presentato come lo strumento fiscale più adatto «per rispondere alle sfide del XXI secolo rispetto alla tassazione progressiva del reddito ch’è stata propria del XX secolo» (p. 473). Si tratta, a suo avviso, «di fermare prima di tutto la crescita indefinita della diseguaglianza della ricchezza e poi d’imporre una regolazione effettiva del sistema finanziario e bancario che ne eviti le crisi» (p. 518). Consapevole del carattere utopico della sua proposta consiglia di tentarne almeno una introduzione a livello locale, «in particolare in Europa a partire dai paesi meglio disposti ad adottarla» (p. 471).
Ma perché mai, resta da domandarsi, dovrebbe esserci convenienza capitalistica a una riduzione del rapporto capitale/reddito che andrebbe anche a danno dei rentier? Esso è infatti l’inverso del “saggio massimo del profitto”, da intendersi come quel saggio di rendimento capitalistico che si avrebbe «se i lavoratori vivessero d’aria» e che nessun altro saggio di rendimento può superare perché ai lavoratori viene in realtà pagato qualcosa. È questa la tematica introdotta da Piero Sraffa in Produzione di merci a mezzo di merci (1960).
Piketty è convinto della sostanziale primazia del politico sull’economico e questo gesto “radicale” è il gesto più antimarxiano che si possa compiere. Propone un capitalismo dal volto umano, una Glasnost’ a cui deve seguire una perestrojka, che, come questa, si deve porre l’obiettivo della trasparenza, della lotta ai privilegi e alla corruzione in modo da riequilibrare la ripartizione dei beni. Le misure proposte sono tutti provvedimenti normativi e fiscali imposti dall’alto e infatti dalle 928 pagine emerge un totale disinteresse, e direi una sostanziale indifferenza, verso i movimenti sociali. Affiora piuttosto l’assillo per l’incapacità delle istituzioni di ridurre privilegi e diseguaglianze, che l’assillo per le diseguaglianze propriamente dette.
Marx, al contrario, si pone sul terreno delle merci, del lavoro e dell’alienazione: vuole abolire queste relazioni e trasformare la società. Del resto Walter Benjamin constatava che: «Quando Marx si accinse all’analisi del modo capitalistico di produzione, questo modo di produzione era ai suoi inizi. Marx orientò le sue ricerche in modo tale che esse vennero ad assumere un valore di prognosi. Egli risalì ai rapporti fondamentali della produzione capitalistica e li espose in modo che da essi risultava che cosa ci si potesse aspettare in futuro dal capitalismo» (Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, 1955, p. 19).
Per uscire da questa crisi – che non ha precedenti e si manifesta con aspetti e volti del tutto nuovi ma già indicati ne Il Capitale – si tratta di capovolgere la logica e cominciare ad avere un pensiero dal respiro lungo. Si tratta di far fronte alla crisi sul piano culturale, in modo che vengano messi in campo argomenti che conducano alla messa in comune degli investimenti, cioè a una creazione di valori d’uso immediatamente sociali e a una socializzazione dell’occupazione; argomenti che abbiano al centro il lavoro e la sua fuoriuscita dalla dimensione individuale e che si prendano in carico il suo farsi immediatamente dimensione sociale non alienata.
La questione davanti ai nostri occhi è quindi quella di immaginare, sia come bios theoretikos che come bios praktikos, una forma sociale oltre il capitalismo; si tratta di iniziare a immaginare le forme del conflitto e i soggetti incarnino la rappresentazione di un possibile nuovo modo di vivere.


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Maria Grazia Turri

Maria Grazia Turri, filosofa ed economista, insegna Linguaggi della comunicazione aziendale e Fondamenti della comunicazione all’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni La distinzione fra moneta e denaro (2009), Gli oggetti che popolano il mondo (2011), Biologicamente sociali, culturalmente individualisti (Mimesis 2012), Gli dei del capitalismo: teologia economica nell'età dell'incertezza (2014)


'Tanto rumore per nulla, ovvero Thomas Piketty' 11 commenti

  1. 5 dicembre 2014 @ 10:52 Bernardo

    Cosa pensa dell’analisi di chi dice che Piketty spaccerebbe per “leggi del capitalismo” delle semplici tautologie? Io non ho competenze di economia, ma mi sembra di capire che vi sia una presunzione teorica nel testo dell’economista francese. Ad esempio c’è questo lungo articolo su cui, se possibile, mi piacerebbe avere il commento chiarificatore di una persona competente:

    http://noisefromamerika.org/recensione/fundamental-laws-of-capitalism-dio-mio

    Grazie

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    • 6 dicembre 2014 @ 10:50 Maria Grazia Turri

      Gentile Bernardo,
      non so chi ha detto e in quale contesto che Piketty spaccerebbe per “leggi del capitalismo” delle semplici tautologie. Nel testo di Piketty non c’è molto teoria esplicita, ce n’è molta implicita e che si affida a tesi keynesiane molto semplicisticamente interpretate, perché nell’interpretazione che va per la maggiore si attribuisce al neoliberismo la tesi che non preveda l’intervento dello Stato, mentre questo lo fa il liberismo. Anzi il neoliberismo, come ho sostenuto in un mio libro, è una teoria che nasce in ambito politico e non economico e che chiede un forte intervento dello Stato in campo normativo. Così non scorgo in Piketty nulla di così significativo che non avessero già detto alcuni economisti che lo hanno preceduto e i cui rimedi di politica economica non hanno sortito un’uscita dalla crisi attuale che è molto, ma molto più grave delle precedenti. Non so se ho risposto al suo quesito e se è così mi dispiacerebbe ma mi mancano gli elementi iniziali.

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    • 6 dicembre 2014 @ 11:26 Maria Grazia Turri

      Mi scusi non avevo visto il link. Ho letto il testo di Debraj Ray. si tratta di osservazioni che sono fatte sulla base delle variabili che la teoria dei giochi inserisce nei modelli econometrici e in più utilizzando una terminologia in cui il concetto di “capitale” come fattore produttivo non è facile accostarlo a quello che appare sottotraccia da parte di Piketty, il quale, ribadisco, utilizza senza precisare bene molta terminologia di una parte della tradizione classica che nulla ha a che fare con quella di Ray, il quale di conseguenza ha buon gioco a ricondurre alla sua accezione le argomentazioni di Piketty. Fra l’altro anche in Italia molti economisti ortodossi hanno formulato critiche dello stesso genere. Alle quali però non mi associo perchè non sta nei presupposti che la distribuzione del reddito e la propensione al consumo siano strutturalmente determinati, tanto che sia le tesi di Simon Kuznets che il modello di Harrod-Domar sono stati inglobati dalle teorie neoclassiche. Nonostante ciò Ray ne dà una visione ancora più ortodossa.
      Tutte le teorie economiche hanno comunque il medesimo difetto: molte delle ipotesi iniziali devono poi essere oggetto di dimostrazione. E’ come se non potesse che essere tautologica. In questo Ray ha ragione.
      Mi scusi del fatto che non avevo visto il link

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      • 6 dicembre 2014 @ 15:01 Bernardo

        La ringrazio molto del suo commento all’articolo di cui avevo messo il link, mi consente di “capire” (a grandi linee) qualcosa di più dei temi trattati.

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  2. 5 dicembre 2014 @ 16:15 Andrea Zhok

    Se non ho frainteso le tesi qui sopra sostenute da Maria Grazia Turri, il mio disaccordo potrebbe difficilmente essere maggiore.

    Il disaccordo è tale non tanto per singoli giudizi di merito, talvolta condivisibili, quanto per l’atteggiamento culturale che mi sembra animare l’intero articolo. Tale atteggiamento è ciò che vorrei chiamare ‘benaltrismo marxista’, ed è, a mio avviso, una delle principali ragioni storiche della caduta nella marginalità culturale della nobile e potente tradizione marxiana.
    Il ‘benaltrismo marxista’, ridotto al suo nocciolo essenziale, procede così: esso prende una proposta di analisi sociale e/o economica recente, la soppesa alla luce delle ambizioni che il marxismo ha avuto, sospira, e la cestina con sufficienza in quanto pateticamente inadeguata rispetto alle altezze del vate di Treviri. E così, per generazioni, mentre la socialdemocrazia scandinava migliorava fattivamente le condizioni di vita dei loro cittadini, o mentre Keynes e i keynesiani proponevano le loro ricette correttive, il benaltrismo marxista faceva spallucce guardando dall’alto a tutte queste iniziative come insufficientemente radicali: “E dov’è la creazione dell’uomo nuovo? Dove la rimozione dell’alienazione umana? Dove la terra promessa dove si darà a tutti secondo i loro bisogni e da tutti secondo le loro capacità, e dove i lupi si coricheranno pacificamente accanto agli agnelli?” – Ecco, dove non lo so, ma è certo che chi ha passato il tempo a chiederselo non ha contribuito molto all’avvento della lieta novella.

    Ciò che mi pare di vedere in questa critica al testo di Piketty è una volta di più questa logica all’opera. Piketty, che non è un filosofo, né un antropologo, non mira ad una palingenesi del genere umano (non ne ha né le capacità, né l’ambizione), ma si limita a dimostrare in dettaglio alcune tesi, incidentalmente tesi che minano frontalmente le politiche economiche mainstream negli USA e in Europa. Queste tesi sono semplici:
    1) la diseguaglianza economica è una tendenza storica consolidata e crescente;
    2) la diseguaglianza è un problema anche per la sopravvivenza di un sistema di libero scambio;
    3) la diseguaglianza mina la nostra sopravvivenza democratica;
    4) la diseguaglianza è concentrata sul piano della capitalizzazione finanziaria;
    5) i modi per invertire questa tendenza, economicamente esistono (e li elenca), politicamente vanno creati.

    È certo che risolvere queste questioni, se e quando ciò avvenisse, non genererà automaticamente alcuna palingenesi antropica, ma c’è da chiedersi se questa sia mai stata davvero un’opzione concreta nella tradizione marxista, e non piuttosto un desideratum ideologico che poggiava su basi teoriche (ad es. antropologiche) piuttosto fragili.

    In quest’ottica sarebbe interessante capire quali proposte maggiormente fattive, precise e spendibili sarebbero sul tavolo. Ma se dobbiamo affidarci di ciò che le notazioni di Maria Grazia Turri lasciano trasparire, non mi pare davvero un’alternativa promettente:

    “Si tratta di far fronte alla crisi sul piano culturale, in modo che vengano messi in campo argomenti che conducano alla messa in comune degli investimenti, cioè a una creazione di valori d’uso immediatamente sociali e a una socializzazione dell’occupazione; argomenti che abbiano al centro il lavoro e la sua fuoriuscita dalla dimensione individuale e che si prendano in carico il suo farsi immediatamente dimensione sociale non alienata.”
    Se la risposta/proposta che ci viene consegnata è questa, beh, mi pare che le nostre speranze palingenetiche siano piuttosto malriposte. Sarebbe questa la prospettiva alternativa dalla cui altezza potremmo valutare sovranamente la pochezza della proposta di Piketty?
    A occhio e croce direi che questa è, nel migliore dei casi, la piattaforma per esercitarsi nell’ennesima tavola rotonda, o nell’ennesimo convegno autoreferenziale (ma, naturalmente, nel nome di ‘ben altro’ radicalismo).

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  3. 8 dicembre 2014 @ 18:53 Il Capitale di Thomas Piketty. Un libro da leggere o un feuilleton? Una bella discussione su Scenari | Phenomenology Lab

    […] la lettura dell’articolo di Maria Grazia Turri: Tanto rumore per nulla ovvero Thomas Piketty, sulla rivista […]

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  4. 13 dicembre 2014 @ 12:54 Segnalazioni | Zanzibar

    […] Maria Grazia Turri su Tanto rumore per nulla, ovvero Thomas Piketty […]

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  5. 20 dicembre 2014 @ 10:09 Antonello Sciacchitano

    Delle 928 pagine del trattato di Piketty mi sembrano più importanti le prime 254, dove l’autore stabilisce il suo teorema dinamico, secondo cui il rapporto capitale/reddito (beta) cresce in proporzione diretta con il tasso di risparmio (s) – ovvio – e in proporzione inversa al tasso di crescita del reddito nazionale (g) – men ovvio. Tradotto per i non matematici, il teorema ha un profondo significato politico. Volete ridurre l’accumulazione capitalistica? dice. Volete inibire la trasformazione del capitale in rendita? prosegue. “E’ semplice”, risponde: “Aumentate lo sviluppo, non solo quello economico, ma anche quello demografico”.
    A sinistra l’hanno capito in pochi. A sinistra bisogna rottamare certe veterodottrine. Quali? Riferisco solo un particolare filologico: nel primo libro del “Capitale” di Marx non ricorre il termine “probabilità” (Wahrscheinlichkeit). Il diavolo è nei dettagli, dicono i tedeschi. Come può essere scientifica una dottrina economica, che non usa questo ingrediente fondamentale della scientificità moderna? che rompe con il determinismo prescientifico del principio di ragion sufficiente, per cui ogni effetto ha una causa (nel caso, i fattori di produzione), ed esclude i fenomeni spontanei? Gli antichi Romani giocavano a dadi ma non sapevano calcolare le probabilità di vincere o di perdere al gioco. Noi vogliamo prolungare questa vecchia ignoranza, magari per giocare al Lotto puntando sui numeri ritardatari?

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  6. 22 gennaio 2015 @ 21:58 BERNARDO

    Non vorrei insistere, però pur non capendo di economia ho un sospetto pregiudiziale verso i grandi tomi che vogliono riassumere il mondo sulla base di presunte leggi e tendenze univoche.
    Ora vedo che è uscito un articolo che mi sembra molto interessante e che critica molti aspetti del libro di Piketty. Si può scaricare da questa pagina:

    http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2543012

    Lo vorrei segnalare soprattutto alla Professoressa Maria Grazia Turri, e mi piacerebbe da Lei un ulteriore commento, se può e vuole farlo. Sarebbe interessante credo per la discussione che qui state continuando.

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    • 23 febbraio 2015 @ 23:12 Maria Grazia Turri

      Gentile Bernardo mi scuso della mancata risposta. Non sono più tornata a guardare se qualcuno aveva scritto rispetto all’articolo originale. Mi spiace. L’articolo che mi suggerisce non lo conoscevo e lo trovo anche io molto interessante,
      Prima sui tomi: Marx ha scritto un tomo che è Il Capitale e a mia volta ho scritto un libro che ha una lunghezza simile a quella del libro di Piketty, quindi non ho nulla contro i tomi, dipende dal contenuto.
      Inserisco alcune considerazioni molto schematicamente:
      nel ben argomentato articolo c’è un punto inoppugnabile che è quello relativo alla riduzione di capitale in URSS, ma qui non c’è nesso con Marx perchè Marx non si occupa in questo modo di distribuzione del reddito. la distruzione di capitale avviene inesorabilmente come argomentò Rosa Luxemburg se una parte cospicua degli investimenti avviene in settori che non hanno sbocco nella domanda anche perché si riduce il moltiplicatore keynesiano e questo è il caso di paesi che investono considerevolmente in armamenti come la vecchia URSS e l’attuale Russia.
      Piketty non prende in esame paesi come Cina e India, dove il meccanismo non è quello descritto nel suo libro.
      Per quanto riguarda i paesi in esame, che poi nel testo del Nostro sono poi sostanzialmente tre, quasi quattro, i dati a seconda del metodo e alle variabili in esame possono leggermente cambiare di segno. La concentrazione della ricchezza è incontrovertibile.
      Ribadisco però che il tutto rientra in un processo di analisi che non ha nulla a che fare con Marx che some nessun altro ha descritto i punti nodali delle crisi e dei processi capitalistici, che hanno bisogno di essere però attualizzati e confortati da dati. I dati di Piketty e di questo articolo tendono solo a dimostrare che più o meno la questione è sul reddito e non sulla creazione di valore e di capitale.
      I dati e le obiezioni dell’articolo sono in apparenza convincenti, ma non tengono conto della disoccupazione, dei dati non ufficiali delle remunerazioni. In somma su questo piano molto è opinabile, sia Piketty sia nell’articolo di Magness e Murphy. Non so se questa risposta la soddisfa, ma sono disponibile a continuare questo interessante dialogo

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  7. 13 aprile 2015 @ 10:12 il capitale nel XXI secolo

    […] […]

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