Transparent. La rivoluzione del genere

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“E così il nostro è stato un matrimonio gay prima che diventasse di moda”
Shelly a Mort/Maura

Da poco Amazon (Amazon Studios, la sezione del colosso che si occupa di produzione) ha lanciato Transparent, il suo primo tv-show. Li chiamiamo ancora tv-show, ma– in verità – l’elettrodomestico non c’entra più nulla, si tratta invece di una web-serie. Presto ci abitueremo a dare i giusti nomi a questi nuovi prodotti audiovisivi dato che stanno rivoluzionando completamente il panorama seriale, si veda per esempio il caso noto ai più di House of Cards, prodotto da Netflix, vincitore di numerosi premi importanti e ora in onda in Italia su Sky, dato che nel nostro Paese siamo ancora impossibilitati ad accedere alla piattaforma web Netflix e ad altre. Ci adegueremo e ci abitueremo alle nuove forme di fruizione, speriamo non troppo lentamente visto che anche il più grande divulgatore di serie high-quality, HBO, ora getta il cuore oltre l’ostacolo e va in streaming. Non siamo più schiavi né del palinsesto né dell’oggetto-tv. Oggi le serie si guardano nel numero di episodi che si desidera: tutti assieme voracemente, uno al giorno, uno a settimana, durante il week end, durante la notte… e sui supporti che ci sono più comodi: smart-phone, tablet, computer, televisore. Ma se questa pratica di fruizione libera era diffusa anche in passato grazie ai cofanetti dvd delle serie, o alla visione online più o meno legale, oggi gli show-runner, i produttori, gli sceneggiatori ne sono consapevoli e di conseguenza anche le serie stanno elaborando strutture narrative formati e strategie di fidelizzazione adeguate.
Ma torniamo a Transparent. Oltre alle nuove modalità di visione (Amazon ha messo online contemporaneamente tutti i 10 episodi da 30 minuti ciascuno della prima season) ci troviamo di fronte a una straordinaria rivoluzione nell’ambito della dark-comedy di ambientazione famigliare.
La serie racconta le vicende di una famiglia upper class di Los Angeles composta da tre fratelli adulti e due genitori separati da diversi anni. Il padre, Mort, è un professore universitario ebreo, sui settant’anni. Si è sempre vestito segretamente da donna, ma ora ha deciso di fare coming out e di essere per tutti e per sempre Maura. I figli, uno con problemi di dipendenza dal sesso, una lesbica nonostante un matrimonio e due figli, e la più piccola con un’identità sessuale piuttosto libera che ricorda da vicino (o forse cita) il personaggio di Hannah della serie HBO ideata da Lena Dunham Girls, accettano la trasformazione di Mort in Maura, non senza qualche scossone al loro fragile equilibrio. E da ora in avanti chiamano il genitore Mapa. La madre, alle prese con un secondo marito in fin di vita, ha sempre conosciuto il lato femminile dell’ex marito e, se in passato è riuscita a sostenere il peso di una relazione “diversa”, ora la vive il rapporto con il suo ex marito, diventato donna, con magnifica e disarmante naturalezza. Fuori dalla famiglia, ovviamente, tutto è più complicato, giudicato, travisato. I comprimari sono personaggi di contorno per la famiglia, unico centro gravitazionale della storia. Mariti, mogli, Amanti-lesbiche, amanti-trans, amanti-amiche, amanti-oggetto, amanti-rabbino, amanti-vecchie, amanti-giovani, tutti ruotano attorno al nucleo famigliare senza potervi realmente accedere, senza aver diritto di entrare in quel cerchio che, per quanto inusuale, è un luogo di protezione, di comprensione e di amore incondizionato (emblematica è la sequenza finale dell’ultimo episodio, 1×10)
Lo show è ideato e diretto con straordinario talento da Jill Soloway, già sceneggiatrice del capolavoro di Alan Ball prodotto da HBO Six Feet Under e poi writer anche per Dirty Sexy Money, Grey’s Anatomy, Tell Me You Love Me, e showrunner per United States of Tara prodotta da Showtime. La Soloway, racconta una storia, in parte con spunti autobiografici (il padre è transgender), che tratta il tema della libertà di genere come mai si era visto prima. Transparent, che ha ottenuto un successo di critica straordinario come si può leggere su Metacritic e Rottentomatoes, parla di sesso e di intimità, di amore filiale e fraterno, parla di una donna che sta nascendo e di una nuova madre generata dal lato femminile di un padre con una ironia e una delicatezza travolgenti.
La scelta di dare visibilità a questo nuovo show prodotto da Amazon vuole in un certo modo ricollegarsi e commentare il tema dei diritti civili che affronta la rivista Scenari in queste settimane, con contributi che coinvolgono diverse discipline. Il ragionamento sul concetto di sesso e di genere comunicato da Transparent, che si oppone nettamente – come è naturale che sia in un dibattito – ad alcune posizioni già esplicitate su questa rivista e che, mi par di poter affermare, si accosta invece perfettamente ad un pensiero come quello espresso da Maria Grazia Turri nel suo articolo: “L’incertezza come timone dei diritti” – credo sia riassunto benissimo nelle parole di Ivan Ilich che seguono e chiudono questo breve intervento: “La parola sesso deriva dal latino “sexus” ed è collegata al verbo “secare”, dalla radice “sec-” che indica divisione, esempio segmento. (…) Solo nell’ultimo quarto dell’Ottocento la parola passò a indicare qualcosa di comune a uomini e donne, pur presupponendo tra loro una differenza di peso, di forma e d’importanza. Per entrambi era però una sorta di impianto idraulico che canalizzava una forza neutra cui, alla fine del secolo, Freud avrebbe dato il nome di “libido”. Il nuovo significato neutro del sesso moderno risulta con chiarezza da parole come sessualità. Quando diventa parola chiave, il sesso è paradossalmente neutro. (…) Genere e sesso sono concetti limitativi, ideali, che indicano una polarità: la trasformazione industriale della società da sistema generizzante a sistema sessualizzante. Per entrambi, genere e sesso, l’anatomia è solo una materia prima. Trasformano entrambi gli organi genitali in realtà sociali. Il genere trasforma il pene in tipi innumerevoli di falli; il sesso si limita a “produrre” l’unico pene, internazionale, minaccioso e invidiabile.” (Genere. Per una critica storica dell’uguaglianza).


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Sara Martin

Sara Martin è dottore di ricerca e assegnista presso l’Università degli Studi di Udine. Insegna Storia e Tecnica della Televisione e dei Nuovi Media presso il Dams dell’Università degli Studi di Udine. È caporedattore del semestrale “Cinergie. Il cinema e le altre arti” e nel comitato scientifico-organizzativo di Filmforum . Ha pubblicato saggi e articoli su volumi e riviste nazionali e internazionali. È autrice del libro Scenografia e Scenografi (Il Castoro, Milano, 2013) e del libro Gino Peressutti. L’architetto di Cinecittà (Forum, Udine, 2013).


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