Il futuro dell’Unione Europea tra interessi nazionali e difesa comune

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Se in Europa si parla di interesse nazionale, le reazioni possono essere le più disparate.
I Francesi sanno di avere degli interessi nazionali, ma pensano che questi siano in qualche modo legati a un passato coloniale che va gestito oggi con altri mezzi. Posizione comprensibile, ma miope. Gli Inglesi se necessario fanno le guerre per difendere gli interessi nazionali, come ogni paese che si rispetti. Non diversamente dai Francesi, però, pensano che tutto questo non riguardi le relazioni che il Regno Unito mantiene con il resto dell’Europa. I Tedeschi sono divisi: alcuni pensano che se difendessero davvero i propri interessi nazionali, che non possono non portare la Germania a giocare il proprio ruolo di leader in Europa cercando il consenso di cui ogni leader ha bisogno per governare, verrebbero tacciati di essere sempre i soliti megalomani desiderosi di allargare a dismisura il proprio spazio vitale. Altri pensano che difendere l’interesse nazionale coincida con la difesa delle proprie banche, che, se usassimo altri criteri di valutazione, non supererebbero i vari stress test a cui le banche europee di tanto in tanto vengono sottoposte. I polacchi non hanno bisogno di grandi discorsi circa l’interesse nazionale: ogni mattina si svegliano con l’incubo di venir invasi dai Russi.
Solo gli Italiani sembrano ignorare cosa significhi la questione dell’interesse nazionale e cosa comporti il fatto di occuparsene seriamente. Ci siamo accorti di avere un esercito nel 1982, quando mandiamo i bersaglieri in Libano (e li vediamo tornare, cosa non scontata). Quando qualcuno cerca di far capire che l’interesse nazionale non può essere confuso con una gestione mercantile delle relazioni internazionali, che provoca vantaggi a chi è coinvolto nelle stesse ma scarsi vantaggi alla nazione, fa una brutta fine  sembra sia il caso Ilaria Alpi, nel 1994. Durante le operazioni militari in Iraq, tra il 2003 e il 2006, a Nasiriya trovano la morte parecchi soldati italiani, che cadono vittime di attentati. Così ci siamo accorti che le operazioni di peace keeping  indispensabile strumento di una politica estera attenta all’interesse nazionale  possono provocare dei morti, ma a quel punto mostriamo lo stupore di chi scopre che se cucini qualcosa col fuoco puoi anche scottarti le mani.
In quanto segue non mi è possibile mostrare le cause storiche e culturali che ci hanno portato a una situazione in fondo paradossale: di fatto l’Unione Europea esiste, e non solo perché esiste l’euro, si avanza verso una sempre maggiore integrazione europea pur tra mille difficoltà, ripensamenti e ritardi, eppure ogni singolo Stato membro continua a perseguire i propri interessi nazionali come se non esistesse un interesse nazionale europeo. Saltando direttamente a quello che mi sembra il nocciolo della questione, cercherò di argomentare a favore della tesi secondo cui il solo modo oggi per gestire la questione dell’interesse nazionale europeo passi attraverso la creazione di un esercito europeo. Forse in modo troppo ottimistico, lo farò ipotizzando che non occorra spiegare perché occuparsi dell’interesse nazionale non coincida né con l’incoraggiamento di una vocazione imperialista, né con la difesa degli spazi di mercato occupati da un gruppo di corporation.
Dico subito che invocare ragioni meramente economiche a favore della tesi che intendo sostenere non ci aiuta poi tanto a capirne il senso. Certo, se vi fosse un esercito comune, ciascun paese dell’Unione Europea vedrebbe ridursi le spese che sostiene per la difesa. Vi sarebbe maggior razionalità nella gestione di un budget che, essendo collettivo, permetterebbe di evitare sprechi, doppioni, usi impropri delle risorse disponibili. E non sarebbe possibile che alcuni paesi spendano, come fa l’Italia, più della metà delle risorse devolute al bilancio della Difesa per pagare gli stipendi dei dipendenti del Ministero. Ricordo che la ratio va così suddivisa, per avere un senso in termini militari: metà per gli stipendi, un quarto per innovazione e ricerca, un quarto per il mantenimento degli effettivi in condizioni di ingaggio (esercitazioni insomma).
Tuttavia, la questione della difesa comune europea non è una questione di bilanci e di razionalizzazione delle spese. La questione è geopolitica. Dopo la seconda guerra mondiale il termine ha goduto di una pessima fama. Eppure, la geopolitica è uno di quegli ambiti della vita che i conspecifici della specie homo sapiens conducono assieme sul pianeta Terra che non riguarda le interpretazioni, ma i fatti. Certo, le decisioni geopoliticamente rilevanti e cariche di conseguenze sono il risultato di una interpretazione di alcuni fatti presi in esame avendo una carta geografica sotto gli occhi. Ma questi ultimi pongono vincoli ben precisi. Tali vincoli rimandano alla posizione geopolitica di un paese, o di un gruppo di paesi, come è il caso dell’Unione Europea. Qui bisogna intendersi bene. Non intendo riferirmi alla posizione geopolitica come se questa fosse un elemento che si aggiunge, nell’ordine della comprensione, a un elemento fisico primitivo, inderivabile, che coincide con l’intreccio tra la posizione geografica di un territorio e la sua conformazione geografica. No, la geografia non precede la geopolitica, ma coincide con essa. Se dico geografia, infatti, mi riferisco immediatamente alla rilevanza strategica che ha la comprensione del significato di un fiume, di un mare, di un monte, di una valle, o della distribuzione di una popolazione su un territorio. Mari monti fiumi isole penisole eccetera, insomma tutti gli oggetti descritti dal sapere del geografo, sono grandezze che certo possiamo studiare per soddisfare la nostra curiosità scientifica; ma si tratta di grandezze che hanno acquisito un’importanza scientifica nello stesso momento in cui esse sono divenute importanti agli occhi di un soggetto che le misura in vista della gestione di un insieme di flussi, i quali non esistono se non in relazione alla conformazione geografica del medium che ne permette la circolazione. Concretamente, ecco i flussi qui in questione: flussi di individui che si spostano entro un territorio o da un territorio a un altro, flussi di beni e denaro, flussi di informazioni, flussi di micro-organismi patogeni, flussi di rifiuti, flussi di quelle rappresentazioni collettive che usualmente chiamiamo cultura. Insomma: le grandezze geografiche non sono elementi statici, che mutano al ritmo delle ere geologiche. Prese come un insieme coerente e unitario, esse costituiscono la nicchia ecologica entro cui evolvono le collettività di homo sapiens  collettività che producono dei geni come Dante e Omero, ma anche quei Dottor Stranamore alla cui follia è opportuno che si oppongano staff militari preparati e coscienziosi.
Ecco che ora possiamo tornare con maggior cognizione di causa alla questione dell’interesse nazionale. La domanda che porta a chiedere quale sia il mio interesse nazionale, che mi porta a formulare i termini generali di una qualsivoglia posta in gioco geopolitica, è una domanda che nasce solo quando mi chiedo cosa posso fare per governare i flussi sopra ricordati in modo tale da non restare travolto da una gestione degli stessi sulla quale non posso esercitare alcun controllo. Detto in maniera ancora diversa: agire in modo geopoliticamente rilevante e sensato significa poter gestire tali flussi a vantaggio di una collettività che è capace di esprimere, con coerenza e razionalità, un insieme di interessi condivisi  sia essa uno stato-nazione, o una corporation transnazionale.
La storia qui ci viene in aiuto. Per capire ciò che ci è vicino, consideriamo come esempio una situazione da noi distante. Tra i secoli XIV e XV dell’era volgare, l’ammiraglio cinese Zheng-He, con le enormi navi che componevano la sua enorme flotta, riuscì ad allargare la sfera d’influenza cinese in tutto l’Oceano Indiano. Tuttavia, nel 1433 l’imperatore Hung Hsi ordinò che si ponesse fine ai viaggi. Erano questi poco redditizi, al punto da ritenere troppo dispendioso il mantenimento di una flotta? La mentalità cinese non permetteva di giudicare positivamente qualsivoglia espansione oltre i confini del Celeste Impero, essendo questo il centro del mondo? Entrambe le risposte hanno un senso. Ma non si dimentichi la componente geopolitica della faccenda. Tenere unita la Cina è impossibile, tenere unita la Cina è necessario: nessuna azione che prenda in considerazione l’interesse nazionale dei Cinesi può prescindere da questo moto oscillatorio, da questa apparente contraddizione. Ed è ovvio che si tratta di un’oscillazione che dipende da come è fatta la Cina, da come essa, nel corso dei secoli, si è spalmata su un territorio la cui integrità non può essere garantita in modo semplice. Geopoliticamente, sarebbe folle se i Cinesi pensassero di espandere il proprio impero; prima, devono fare in modo che non si sfaldi. Oggi, per esempio, per l’interesse nazionale dei Cinesi sarebbe di vitale importanza avere il controllo delle Spratly Islands (un minuscolo arcipelago di isolette disabitate poste tra le Filippine, il Vietnam e l’Indonesia). Ma i paesi del continente, nessuno dei quali vedrebbe di buon occhio simili mire cinesi, sanno bene che, prima di pensare di solcare i mari, i Cinesi devono tenere assieme un Impero che si è costruito attorno al Fiume Giallo e al Fiume Azzurro.
Dall’esempio si ricava una morale: se sei troppo grande, bada a fare i modo che il vincolo geografico non risulti troppo pesante. Devi renderti leggero. E questo ci aiuta a capire la situazione europea, che è esattamente opposta. L’Europa è così leggera che non ci si accorge nemmeno che esiste. Certo, come detto sopra, quando le maggiori nazioni europee intendono far valere i propri interessi nazionali in aree che ritengono di vitale importanza hanno la capacità di far sentire la propria voce, anche in termini militari se necessario. Ma il fatto che non esista un’Europa geopoliticamente capace di presentarsi in modo unitario di fronte al resto del mondo rende in fondo vana l’azione dei singoli paesi europei. Questi infatti sono uniti da una geografia che non lascia margini di interpretazione: ogni singolo paese europeo viene percepito come parte di quella penisola asiatica che chiamiamo Europa. Cosa c’entra qui evocare la percezione dell’altro? Eccome se c’entra. A nessuno viene in mente di contestare l’azione di un paese europeo al di fuori dei propri confini perché è noto che alle spalle di esso ci sta la potenza militare americana. È come quando un bambino fa la voce grossa con i compagni sapendo che se qualcuno osa dirgli qualcosa lui poi chiama il papà, che è un omone grande e grosso che tende pure a menare le mani. Ma la potenza militare americana, non dimentichiamocelo, serve a proteggere gli interessi americani. Che sia coerente con la difesa degli interessi globali americani il sostegno all’Europa è un fatto. Né si deve pensare che sia probabile uno scenario in cui la differenza tra interessi europei ed interessi americani (che pure esiste) sia tale da rendere problematica la gestione del rapporto tra Stati Uniti ed Unione Europea. Tuttavia, gli Stati Uniti e l’Unione Europea non sono la stessa cosa. Dirlo ricorda la scoperta dell’acqua calda. Eppure, pare che nessuno sembri accorgersi della necessità di rendere esplicita l’esistenza dell’Unione Europea in quanto realtà geopoliticamente autonoma. Per ancora lungo tempo si può continuare a ritenere che la coincidenza (quasi assoluta) degli interessi europei e americani esenti l’Europa dal porsi il problema di come esprimere in maniera autonoma la propria specificità geopolitica: ogni paese europeo si fa i fatti suoi, finché si tratta di proteggere i propri interessi; se poi entrano in gioco gli interessi collettivi dell’Europa, allora tutti in riga dietro gli Stati Uniti tanto, qualunque cosa vada bene a questi ultimi, deve per forza andare bene a ciascun membro dell’Unione. Ma come negare che la fiducia che noi Europei nutriamo verso l’Europa, intesa come progetto culturale e politico, verrà minata in maniera irreversibile se non siamo in grado di mostrare che crediamo fino in fondo al progetto europeo? Come pensiamo che nessuno si accorga che stiamo fingendo di crederci, se non ci mostriamo capaci di sorreggere le politiche europee dal punto di vista geopolitico?
Non si prenda il riferimento alla fiducia appena compiuto come un salto argomentativo. Chiunque studi la vita delle organizzazioni (siano esse un gruppo di grandi scimmie antropomorfe nella foresta, una corporation transnazionale o uno stato nazionale) sa che sulla fiducia si basa la coesione di ogni sistema complesso. E dunque: perché qualcuno dovrebbe fidarsi dell’Europa se questa non crede a se stessa? È una domanda, si badi, che riguarda non solo coloro che guardano verso l’Europa a partire da una posizione esterna, siano essi nostri alleati o nostri potenziali nemici. Anche gli Europei che non credono (più) al progetto europeo sanno che possono minarne le basi in qualunque momento facendo leva sul fatto che le istituzioni europee  in primis gli Stati che compongono l’Unione  non investono, in termini simbolici (cioè militari), sul futuro dell’Europa. Aver fiducia nell’Europa significa non solo preparare la strada ai futuri Stati Uniti d’Europa o difendere l’euro. Infatti, quale forma dovranno avere i futuri Stati Uniti d’Europa, quanta burocrazia imporranno ai cittadini, quanto saranno disposti a frenare gli interessi delle corporation europee, che ora agiscono indisturbate ovunque e minano alla base ogni processo di decisione democratico, è una questione che riguarda il futuro politico dell’Europa. Ma non potrà esserci nessun futuro politico dell’Europa se non si garantisce a questa un’esistenza geopolitica. E un’esistenza geopolitica dipende dalla capacità di articolare un interesse europeo comune (che definirei “nazionale” se si considera la penisola europea quale “entità nazionale” in termini geopolitici). Questo esiste, cioè è visibile, è percepibile da tutti gli attori, se c’è un esercito. Altrimenti stiamo parlando di aria fritta. Gli attori di cui parlo includono chiunque tratti con l’Europa da un punto di vista geopolitico e la giudichi come un’entità geopolitica: i governi di tutte le nazioni del mondo, Fitch e Moody’s, le grandi corporation, includendo ovviamente anche i gruppi armati come l’Isis. Ed evocando questi ultimi, non mi riferisco al fatto che può divenire sensata un’operazione militare che miri a impedire loro di continuare a tagliare teste di giornalisti e persone impegnate in missioni umanitarie (aspetto per altro non irrilevante). Un esercito comune europeo servirebbe a mostrare a tutti, e a noi europei per primi, che ci sono valori che si possono difendere anche senza tagliare le teste di chicchessia. I primi pacifisti, lo ricordo, sono i generali che compongono uno staff di comando.

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Giovanni Leghissa

Giovanni Leghissa (Trieste, 1964) è Ricercatore confermato presso il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’educazione dell’Università di Torino. Ha insegnato filosofia presso le Università di Vienna, Trieste, e presso la Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe. Redattore di “aut aut”, ha curato l’edizione italiana di opere di Derrida, Blumenberg, Husserl, Overbeck, Tempels e Hall. Tra le sue pubblicazioni: Il dio mortale. Ipotesi sulla religiosità moderna (Milano 2004), Il gioco dell’identità. Differenza, alterità, rappresentazione (Mimesis, Milano 2005), Incorporare l’antico. Filologia classica e invenzione della modernità (Mimesis, Milano 2007). Ha curato (con L. Demichelis) Biopolitiche del lavoro (Mimesis, Milano 2009). Le sue indagini hanno come punti focali: epistemologia critica delle scienze umane (con particolare riferimento all’antropologia, alla storia delle religioni e alla filologia), fenomenologia, psicoanalisi, rapporto tra religione e modernità, filosofia interculturale, Postcolonial e Cultural Studies. Da alcuni anni le sue ricerche mirano a indagare le trasformazioni del rapporto tra razionalità economica e razionalità politica nell’età neoliberale.


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