Homer Simpson e la spettacolarizzazione della comunicazione – parte II

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Homer Simpson e la spettacolarizzazione della comunicazione – parte II
di Andrea Rabbito

Nel precedente numero di Scenari abbiamo lasciato Homer Simpson uscito vincente dalle elezioni di commissario comunale dell’igiene pubblica, battendo il suo concorrente politico Roy Patterson attraverso una vincente campagna elettorale fondata sulla comunicazione spettacolarizzata. Slogan e promesse, verve e dissacrazione dell’avversario, superficiale immediatezza dei propri argomenti e fascinazione dell’elettorato, attenzione al coinvolgimento del piano emotivo dell’uomo immaginario, usando l’espressione di Morin, e uso della funzione scenica dell’attore politico: queste sono le principali armi usate da Homer che caratterizzano la prassi di una politica in cui l’ideologia della pubblicità, come scrive Pasolini, e della mercificazione hanno preso il sopravvento. E proprio questa forma e concezione della politica sono risultate individuabili non solo in Homer ma anche nel panorama italiano degli ultimi vent’anni. Il potere, infatti, in Italia ha dimostrato di volersi sempre più avvicinare ad una forma di interazione con il proprio elettorato in cui le idee, la riflessione, la critica hanno lasciato e stanno continuando a lasciare spazio alle réclame di tradizione berlusconiana, alle invettive più di stampo grillino e agli annunci più caratteristici dell’attitudine renziana. Il contenuto delle idee esposte e i programmi con cui il candidato si è proposto all’elettorato sono stati sempre più soffocati all’interno di forme e strutture che prevedono l’immediatezza e la fascinazione; la suggestione della parola, del concetto nella sua espressione contratta, ha prevalso sull’articolazione di una tesi; si pensi anche in questo caso alla triade offerta dalla “libertà” di Berlusconi, dal “vaffa” di Grillo, dalla “rottamazione” di Renzi: ad una singola parola viene attribuito il compito di dare voce alla linea politica che si intende portare avanti. E lungo questo crinale la contrazione con l’hashtag usato nei social network, in particolare su Twitter, risulta il perfetto approdo di questa tendenza pervasa dall’ideologia dello slogan: #vinciamonoi e #italiariparte sono alcuni dei numerosi tweet che hanno connotato l’operazione mediatica condotta da Renzi e Grillo e che racchiudono in una sola espressione ciò che si vuol raggiungere e promuovere. “Tutte le forme attuali d’attività tendono verso la pubblicità”, osserva Baudrillard, e la politica, come stiamo vedendo, ha fatto propria questa tendenza modificando il suo contenuto secondo una “forma pubblicitaria” che modifica il contenuto stesso, in quanto si mira ad “un modo operativo semplificato, vagamente seduttivo, vagamente consensuale” che giunge al risultato in cui i “contenuti particolari si annullano”. Citavamo nella prima parte di questo lavoro un passaggio di un’analisi di Baudrillard nel quale la sua riflessione risultava ancora più radicale, spingendosi a delineare la possibilità della scomparsa non solo del contenuto particolare ma del contenuto in toto; si dimostra rilevante il solo “essere collegati” da parte del comunicatore, scrive il filosofo francese, non più il contenuto delle sue argomentazioni. L’importante risulta non tanto ciò che si esprime ma il farsi sentire e vedere, il far percepire la propria esistenza e rimarcare la propria immagine nella comunità; il valore di ciò che si comunica diminuisce drasticamente e l’attenzione viene semmai posta sulla presenza scenica dell’attore politico. Vuol dire che basta esprimere qualsiasi concetto e mostrarsi? Non proprio; ed è dalle vicende politiche di Homer che anche su questo punto possiamo desumere spunti per fare maggiore chiarezza. Prendiamo il momento in cui il personaggio dei Simpson, nell’intento di promuovere la sua candidatura, decide di irrompere sul palco durante un concerto degli U2 e dinnanzi alla sorpresa di tutti gli astanti riesce ad ottenere l’attenzione di Bono che concede all’intraprendente la possibilità di parlare al pubblico delle sue proposte sulla gestione dei rifiuti; “perché dovrebbero votare per te?” chiede la pop star e Homer, ammiccando al pubblico, risponde: “perché sarei il commissario pubblico più strafatto e strippato mai esistito! Vi piace questo?”. Il silenzio tombale che ne succede fa capire che la comunicazione di Homer è stata fallimentare e a nulla potrà servire il balletto che improvvisa per sciogliere il ghiaccio; un’ondata di fischi e insulti lo sommergeranno e con forza verrà trascinato via dalle guardie del corpo che lo pesteranno a dovere durante l’esecuzione di Pride (In the name of love) da parte del gruppo irlandese. Esserci ed esprimere un qualunque concetto non si dimostra dunque sempre funzionale. Possiamo allora osservare come la scomparsa del messaggio denunciata da Baudrillard non vada intensa in una prima fase in maniera puramente letterale: è da intendersi semmai come lo svilimento che il contenuto subisce, in quanto viene ridotto sempre più all’osso e si trova prevalso dalla forma, dal come si comunica quel messaggio. Il politico intende infatti trovare, come suggerisce Boe a Homer, degli slogan graditi, proponendo spunti fulminei di informazione, resi attraverso una modalità e una forma che risultino vincenti, in modo che vengano immediatamente recepiti e accolti dal pubblico, soddisfacendo il loro interesse e le loro attese. L’uso del blog, e dei vari social network che a quest’ultimo rimandano, da parte di Grillo risponde, ad esempio, a questa ricerca di una nuova forma di comunicazione politica spettacolarizzata, che non a caso vede proprio nella figura di un comico e grande intrattenitore il protagonista principale (in Italia) di questa tendenza sviluppata mediante i media digitali. Sebbene la struttura del blog potrebbe consentire una forma di articolazione attenta e approfondita delle proprie idee e i propri obiettivi, la modalità e il linguaggio usati da Grillo invece fanno rimanere su uno stato superficiale i suoi contenuti che puntano maggiormente a coinvolgere il malcontento e la disillusione del proprio utente attraverso continue accuse e irrisioni; le anticipazioni proposte su Facebook di ciò viene pubblicato sul blog seguono la formula di un trailer e le invettive che affastellano lo spazio del comico genovese sul web rimangono prive di un’adeguata progettualità, e una perfetta concretizzazione di questo atteggiamento mostrato da Grillo sul blog è stata data dalla rinuncia del M5S a dare supporto nel governare il Paese dopo il successo elettorale ottenuto. Il blog di Grillo in questo modo si dimostra essere molto vicino a ciò che ha espresso David Lyon nel suo dialogo con Zygmunt Bauman in Sesto potere, ovvero una “réclame di se stessi”, “una forma di pubblicità, o quanto meno di presenzialismo”. Giunto in un momento successivo Renzi non è certo rimasto indietro rispetto a Grillo nell’uso del web, trovando nella sintesi e nel tag di Twitter un sostituto perfetto alla prosa sarcastica e corrosiva proposta dal comico sul suo blog. La forma ancora più stringata del tweet è risultata la forma più vincente per il presidente del Consiglio, che la sceglie molte volte per proporre in anticipo scelte e proposte che dovranno essere concertate dal governo. Nel salto dal blog al tweet, la comunicazione risulta ancora più spettacolarizzata e diretta in una perfetta aderenza con l’ideologia pubblicitaria. Se invece Berlusconi, riguardo la scelta dell’uso del web, ha dimostrato scarso interesse – anche perché nell’ultimo periodo ha deciso di attrarre un bacino elettorale che risulta distante dal mondo di internet per questioni sia culturali sia di età anagrafica (si ricordi che cani e dentiere sono stati i temi al centro della sua ultima campagna politica) – il suo modus operandi è stato precursore di questa nuova forma di politica e ha dettato le regole per un intero ventennio. L’uso della televisione e delle proprie reti televisive come canale mediante il quale dialogare con i propri elettori e la diffusione nell’intera nazione dei propri messaggi tramite settori dell’editoria di sua proprietà, hanno costituito i presupposti per una continua campagna mediatica: l’invio alle case degli italiani della sua biografia raccontata nel volume Una storia italiana, il contratto con gli italiani nel salotto di Vespa, gli show con le figure politiche internazionali, le barzellette, le canzoni composte e suonate con Apicella, la denigrazione di organi dello stato e di obblighi del cittadino; tutto questo ha aperto le porte alla comunicazione spettacolarizzata; e Renzi e Grillo non stanno facendo altro che prendere il testimone. I tour di Grillo in giro per l’Italia per promuovere il Movimento 5 Stelle che si confondono con i tour del suo spettacolo a pagamento Te la do io l’Europa o la sua traversata a nuoto dello stretto di Messina per dare inizio alla sua campagna elettorale in Sicilia, la presentazione tramite slide proposta da Renzi o la sua partecipazione in veste di Fonzie nel programma di Maria de Filippi o in veste di oratore indefesso nel pomeriggio domenicale della Mediaset condotto da Barbara D’Urso per presentare le sue riforme, sono degli esempi particolarmente eloquenti che dimostrano come si intenda spettacolarizzare la politica e i suoi contenuti. “Le notizie devono avere un che di spettacolo” spiega il personaggio interpretato da Faye Dunaway a William Holden in Quinto potere aggiungendo inoltre che “se devi prostituirti almeno fallo bene”; era il 1976 e ciò a cui si riferiva Dunaway era lo stile e il registro che doveva assumere il telegiornale, ma le sue parole possono benissimo essere declinate per il tipo di atteggiamento che assumerà la politica e si dimostrano lungimiranti, capaci di descrivere perfettamente ciò che sta accadendo in questi anni. “La realtà sorge nello spettacolo”, sottolineava ancora prima del film di Sydney Lumet il filosofo Guy Debord, e la conseguenza di tale “nascita” del mondo reale è che “lo spettacolo si presenta […] come la società stessa”. Che tale condizione si sia delineata in maniera particolarmente marcata nei nostri giorni lo hanno ben percepito e descritto due importanti osservatori satirici: da un lato Vauro che evidenzia in una sua vignetta come stia tramontando il talk-show per essere sostituito dal solo show – e rappresenta Grillo, Renzi e Berlusconi in veste di clown augusti intenti a intrattenere il pubblico con attività circensi –; dall’altro lato Maurizio Crozza il quale, riguardo all’atteggiamento dimostrato da Renzi di annunciare in televisione le manovre che intende realizzare, osserva come per il premier “l’agenda di governo è un palinsesto televisivo: per conoscerla devi leggere TV sorrisi e canzoni”. E fuori dall’analisi satirica ma pur sempre dentro ad una situazione alquanto comica, offerta però dalla realtà stessa, possiamo citare la pungente critica a Renzi espressa dallo scrittore Michael Dobbs, autore del libro House of cards da cui è stato tratta l’omonima e celebre serie televisiva, il quale dopo la dichiarazione del premier secondo cui “la formazione politica può avvenire anche attraverso le serie tv”, lo scrittore ha voluto evidenziare pubblicamente che il suo libro e la serie non sono manuali, ma solo intrattenimento. Ma non c’è niente da fare: nell’era della spettacolarizzazione la distinzione tra intrattenimento e realtà, tra finzione e mondo concreto si dimostra essere molto labile. “Tutto un settore di scambi fra il reale e l’immaginario, nelle società moderne”, afferma Morin, “si effettua sul piano estetico”; nel bene o nel male possiamo infatti cogliere come “l’immaginario mim il reale, e il reale assum[a] il colore dell’immaginario”.
Se ciò che abbiamo descritto è la prima fase di quel fenomeno comunicativo a cui fa riferimento Baudrillard, la seconda fase consisterà in una radicalizzazione della contrazione e spettacolarizzazione del messaggio da trasmettere, fino a giungere all’espressione di un senso minimo che combacia con la semplice dichiarazione dell’esserci da parte dell’uomo politico. Esserci in un posto, in una comunità, in compagnia di qualcuno; basterà offrire questa informazione. E non si tratta, osserva Baudrillard, di un fenomeno iscrivibile alla “sfera narcisistica” (“con tutti i suoi effetti di profondità”) ma è semmai un “corto circuito che riporta immediatamente lo stesso allo stesso e lo fissa su di sé”. E cosa c’è di più efficace a riguardo dell’uso delle nuove immagini, foto e audiovisivi, che immortalano un evento, sfruttano il noema “è stato” descritto da Barthes, e grazie al loro notevole “valore di esponibilità”, analizzato da Benjamin, possono diffondersi facilmente, fluttuando adesso, nella loro forma digitale, anche all’interno della rete per accrescere ancora di più la loro diffusione e visibilità? Foto e video messi in relazione alle possibilità offerte dalla rete, e ancora di più dai social network, creano un connubio perfetto che accentua vertiginosamente la sensazione e volontà, espressa da Baudrillard nell’83, di “essere collegati”. “La cultura del video”, continua Baudrillard, o ancora, più in generale, possiamo dire la cultura delle nuove immagini, “serve a fissarsi su di sé” e ad orientarci a creare una nostra “identità pubblicitaria”, un’identità in immagine da promuovere. Fenomeno in perfetta sintonia con ciò che osserva Debord, secondo il quale lo spettacolo, che caratterizza la nostra società, non è altro che “un rapporto sociale tra persone mediato dalle immagini”. Immortalarsi ed essere immortalati: non comunicare altro che esserci con qualcuno, in dato momento e in un dato posto, nient’altro. “«Io esisto, ci sono, sono un’immagine, guarda, guarda!»” questo è il solo messaggio che si vuole esprimere, ed è un messaggio che nasce da quella che Baudrillard definisce come “una sorta d’ingenuità pubblicitaria in cui ciascuno diventa l’impresario della propria apparenza”. È l’essenza della spettacolarizzazione che è stata completamente interiorizzata ed è quell’essenza che spinge Homer a riconoscere, come abbiamo visto nella scena in cui dialoga per la prima volta con Patterson, la presenza di telecamere, a cogliere insomma la presenza dello spettacolo in ogni situazione ordinaria durante la quale importante è apparire, perché il Truman Show è sempre potenzialmente attivo e pronto a trasmettere le riprese della nostra realtà.
Questa tendenza è assorbita dagli attori del mondo politico per i quali foto e video divengono i mezzi utilizzati per esprimere il grado minimo del loro messaggio, e come abbiamo scritto il selfie a riguardo non può che divenire simbolo emblematico di questa nuova concezione della politica: i selfie di Renzi in compagnia della D’Urso, di Grillo con Vespa, di Berlusconi con Vladimir Luxuria, non rappresentano un momento importante da fissare per sempre, non immortalano un evento storico degno d’essere ricordato, non comunicano un messaggio profondo, descrivono solo semplici azioni ordinarie per una figura politica, dicono solo che sono stati in quel determinato posto con quelle determinate persone, ma quelle persone e quel posto non sono di particolare rilievo per l’azione, il lavoro e la progettualità dell’attore politico: ecco allora che si raggiunge il grado minimo della comunicazione politica.
Emerge a questo punto che in parte Homer aveva ragione nella sua scelta di mostrarsi sul palco assieme agli U2; l’informazione di essere in compagnia del gruppo musicale, godendo della loro immagine per promuovere la sua candidatura è un’idea che rientra perfettamente nella prassi della politica attuale (non a caso, come abbiamo osservato, come Homer sia particolarmente in sintonia con le regole della spettacolarizzazione); scarso, invece, risulta il suo non promuovere punti d’effetto del suo programma politico e dichiarare solo che sarà il più “strafatto e strippato” dei commissari (agirà in maniera diversa successivamente quando progetterà assieme a Boe lo slogan “Non può farlo qualcun altro?” e la linea politica da esporre al suo elettorato).
Quella seconda fase indicata da Baudrillard, il grado minimo della comunicazione, proposto da Homer tramite la sua presenza con gli U2, deve essere preceduto da una prima fase, una diffusione di slogan mirati e vincenti; solo allora l’uomo politico si potrà permettere di annullare quasi del tutto il contenuto del suo messaggio.
Certo che l’idea di Homer di stare sul palco in compagnia del celebre gruppo musicale è perfetta per descrivere sia l’attenzione al vedere sia alla reclamizzazione di se stessi che si registra nell’era della spettacolarizzazione. In questo momento infatti emerge che è considerata esigenza importante lo spectare: vedere ed essere visti è un bisogno a cui rispondere in maniera sempre più decisa. E se le nuove immagini, a partire dalla fotografia, hanno sempre più soddisfatto questo desiderio, ora nella loro “rimediazione”, usando il termine coniato da Bolter e Gruisin, avvenuta con internet, la resa di questo obiettivo risulta raggiunta in termini enormemente più soddisfacenti. L’ideologizzazione del linguaggio dello slogan di cui scriveva Pasolini si è infatti reso ancora più concreto con l’ingresso dei social network mediante i quali, come osserva Bauman, le persone si sentono indotte a “vendersi sul mercato”, “spronate a pubblicizzare una merce”, loro stessi: “essi sono promotori di merce, e al tempo stesso le merci che promuovono”. E per far questo si accetta di “mandare al massacro il nostro diritto alla privacy”: dobbiamo mostrarci e dunque accettiamo di mettere in mostra la nostra intimità, il nostro mondo privato. Accolto questo concetto non faremo altro che promuoverci mostrandoci e nello stesso saremo indotti a voler vedere le immagini degli altri e la loro reclamizzazione. L’attenzione è dunque posta sul vedere ed essere visti. E questo concetto è stato compreso perfettamente dalla politica che mira a vendersi e a vendere le sue idee per ottenere il maggiore consenso e il numero maggiore di “acquirenti”. Per tale motivo l’attore politico sceglie di mostrarsi, di proporsi in immagine, di giocare quel grado minimo della comunicazione spettacolarizzata. E sceglie una forma di comunicazione che risulta molto più facile da attuare e che gli offre la possibilità di mettere in secondo piano la progettualità, la trattazione di contenuti pregnanti. “La visibilità diviene una trappola”, osserva correttamente Bauman; trappola perché non solo ci spinge ad annullare per nostra volontà la nostra privacy, ma perché ci spinge a volere da parte del mondo politico la loro visibilità; e questo si traduce nel fatto che ci basta poter ricevere dagli attori politici la loro comunicazione più superficiale per appagare le nostre esigenze. Ci accontentiamo perché è quello il tipo di comunicazione che realizziamo noi stessi per promuoverci; ed è questa una trappola, perché ci orienta ad accettare solo il grado minimo della comunicazione, quella appunto dello show. A noi basta guardare: “le nuove tecnologie”, afferma Morin, “creano un tipo di spettatore puro, cioè distaccato fisicamente dallo spettacolo, ridotto allo stato passivo di chi sta a vedere”. Diveniamo insomma dei voyeur, sedotti dallo spettacolo e partecipi al mondo esterno mediante il solo nostro atto di vedere, optando inoltre, il più delle volte a visionare solo ciò che risulta essere più spettacolare. E quali sono le conseguenze di questo fenomeno? Che l’uomo politico può produrre perfette forme di intrattenimento e promozione senza giungere alla resa di nessun obiettivo, nascondendo dietro immagini d’effetto le proprie operazioni meno gradite, sicuro che per lungo tempo potrà sviare le critiche e i malumori dei cittadini perché troppo impegnati ad osservare gli spettacoli che gli vengono offerti e farsi trascinare dalle emozioni di slogan e azioni promozionali vincenti. Un caso emblematico a riguardo è l’ice bucket challenge di Renzi, messo in luce da Bechis su Libero: il premier si è sottoposto anche lui alla secchiata gelata per promuovere la ricerca contro la Sla, e la ripresa video che documenta il gesto di versarsi l’acqua ghiacciata sul capo di Renzi ha suscitato molto interesse e stima nei riguardi di una figura politica che mostra tale sensibilità. La comunicazione spettacolarizzata è servita. Ma a chi? Poco ai malati di Sla e molto, dal punto di vista di visibilità e consensi, al premier, per il quale inoltre il gesto compiuto e lanciato nella rete è stato considerato sufficiente per la causa tanto che in termini concreti ha poi deciso di ridurre, nella manovra di stabilità, di 100 milioni di euro gli stanziamenti per l’aiuto ai malati. Ma questa informazione al cittadino riesce ad essere appresa e colpire molto meno rispetto alla potenza comunicativa del gesto di buttarsi dell’acqua fredda addosso a favore delle persone colpite dalla Sla; all’uomo immaginario, come osserva Morin, l’immagine si incide nella sua mente e lo influenza; la notizia del decurtazione di 100 milioni per la ricerca ha un effetto invece di gran lunga meno spettacolare e risulta di minore incidenza.
Homer comprende benissimo che potrà reggere come commissario dell’igiene pubblica fino a quando manterrà viva la fascinazione del suo spettacolo creato per suggestionare il suo elettore. Le sue promesse dovranno continuamente essere sostituite da nuove promesse spostando sempre più in là la data di un’ipotetica realizzazione degli obiettivi; solo così i cittadini potranno mantenere vivo il loro entusiasmo e non uscire dallo stato di spettatori di un suggestivo spettacolo. Ma le capacità di Homer di protrarre un’adeguata azione spettacolare si rivela insufficiente; sogna in una scena da musical di riuscire a far pulire le camicie appena si macchiano dallo spazzino, di far portare subito via il pannolino maleodorante degli infanti fuori di casa, di far splendere tutta la città con le operazioni da lui concertate a suon di musica e giri di danza; ma la realtà gli si affaccerà dinnanzi in tutta la sua complessità e non solo non riuscirà a gestirla ma in più non sarà in grado attraverso un’adeguata comunicazione spettacolarizzata di nascondere le deficienze del suo operato ai cittadini. Risultato? Tutta Springfield si troverà così sommersa dai rifiuti che sarà costretta a trasferirsi in un’altra area geografica lasciando dietro di sé una vallata deserta e inquinata, nella speranza di aver capito la lezione e di non lasciarsi più sedurre da promesse e da suggestioni di bravi imbonitori. Ma se questa è la fine che fa Springfield, quale sarà quella a cui giungeremo noi in Italia? Saremo costretti anche noi ad abbandonare il nostro territorio per resettare i nostri errori e per ricominciare adeguatamente dall’inizio? Questo certamente i Simpson non ce lo dicono; spetta invece solo a noi e alla classe politica decidere quali azioni e quali comportamenti scegliere, compiere e assumere per il bene del nostro futuro e dell’intera nostra nazione.

 

 

 

 

 


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Andrea Rabbito

Andrea Rabbito è professore associato di Cinema, fotografia e televisione presso l’Università degli studi di Enna “Kore”. È autore di una tetralogia sull’illusione e i rapporti tra il cinema e l’arte della modernità, tetralogia di cui è appena stato pubblicato l’ultimo volume: L’onda mediale. Le nuove immagini nell’epoca della società visuale (Mimesis, Milano-Udine 2015). Gli altri capitoli sono costituiti dai volumi: L’illusione e l’inganno. Dal Barocco al cinema (Bonanno, Roma-Acireale 2010), Il cinema è sogno. Le nuove immagini e i principi della modernità (Mimesis, Milano-Udine 2012), Il moderno e la crepa. Dialogo con Mario Missiroli (Mimesis, Milano-Udine 2012). È autore inoltre de La violenza del sacro e il disordine del dolore. Il mito di Medea secondo Pasolini, in F. La Mantia, S. Ferlita. A. Rabbito, Il dramma della Straniera (Franco Angeli, Milano 2012) e di diversi saggi riguardanti particolari aspetti della storia del cinema e sull’ermeneutica filmica. È direttore, assieme a Steve della Casa, della collana Videns presso la Mimesis.


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