Promesse da sballo

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Quasi qualsiasi cosa dica Ignazio Marino è probabilmente destinata ad avere un qualche genere di spropositata risonanza per l’incarico pubblico che ricopre, indubbiamente, e perché fare il sindaco di Roma è di per sé un compito che penso ecceda qualsiasi proposito razionale.
Il numero enorme di dipendenti, il numero enorme di partecipate dall’amministrazione comunale: sembrerebbe che siano più di 60mila i lavoratori che, direttamente o indirettamente, dipendano dal comune di Roma o dalle sue partecipate per mettere insieme il pranzo con la cena. Aggiungete il fatto che Roma è la capitale di una nazione in piena decadenza e capirete come molti descrivano la situazione della macchina comunale della capitale come incancrenita. È anche questa situazione complessiva che amplifica qualsiasi cosa Marino dica.
Io della sua amministrazione, di come abbia governato, di quali interessi abbia toccato, di quali interessi abbia invece eventualmente protetto non so nulla di più di quello che ogni tanto leggo sui titoli dei giornali. L’amministrazione di Roma di solito per me ha un interesse pari a quello della filologia mesopotamica o alla scoperta di ghiaccio su una remota luna di Giove. Però ogni tanto sono interessato alle sue prese di posizione e, talvolta, qualche rara volta, anche agli atti della sua amministrazione. Così mi era piaciuto che il Circo Massimo venisse affittato, sebbene a un prezzo ridicolo, per il concerto dei Rolling Stones. Io penso che i monumenti si conservino vivendoli e non impacchettandoli, azione quest’ultima che poi, in Italia, di solito è la strada maestra di un ulteriore disinteressato degrado.
In questi giorni, poi, un’altra sua dichiarazione ha attirato la mia attenzione. Marino ha espresso una sua attrazione per le sostanze psicotrope, aggiungendo di non averne mai provate perché nutre dei timori dal punto di vista medico (che rappresenta poi la sua professione fuori dalla politica, come si sa). Onestamente, Marino ha spiegato come sia difficile convincere i propri figli che occorre stare lontani dalla droga e poi portarli a vedere un concerto dei Rolling Stones dove Charlie Watts a 73 anni di età è in grado di suonare per due ore e mezzo di seguito. Marino ha fatto un’inferenza indebita, come credo molti, perché ha implicato che Charlie Watts sia stato un consumatore di droga per gran parte della sua esistenza e che questo sia a sua volta il derivato di una vita eccessiva e maledetta da rockstar. Così pare non essere, almeno a leggere l’inarrivabile autobiografia di Keith Richards, Life. Charlie Watts assomiglia più alla figura del dandy, che sceglie tessuti a Savile Row per i suo abiti sartoriali, che non a quella del ribelle. Il suo esordio è stato come musicista jazz e non come batterista rock. Keith Richards e Mick Jagger lo incontrano agli inizi degli anni Sessanta e pensano di non poterselo permettere in base ai loro introiti di allora, ma alla fine riescono ad ingaggiarlo. In questa band, che ha segnato la musica del secondo dopoguerra del secolo scorso e larga parte della cultura pop anglofona e globale, il personaggio maledetto è Keith Richards, naturalmente, che ha fatto un viaggio lungo ed estremo nella tossicodipendenza – soprattutto eroina. Anche Watts ha avuto un problema di dipendenza, ma è stato vissuto in maniera più discreta, in linea con il personaggio, del quale Richards riporta i gusti raffinati e borghesi e i rarissimi sbalzi di umore.
Il legame tra droga e rock ‘n roll non è così diretto come si lasciava intendere da quelle dichiarazioni di Marino. Ovvero, ovviamente c’è, ma coinvolge vari piani e può essere descritto con molte sfumature. A cominciare dalla definizione dei generi musicali. Keith Richards, infatti, descrive spesso gli Stones come una blues band e quello che molti considerano il loro capolavoro, Exile on Main Street, ne è una eccezionale testimonianza. In fondo, Exile potrebbe anche essere letta come un’opera d’arte totale, che deve essere ascoltata, 38 anni dopo la sua pubblicazione, sulle immagini del film del 2010, Stones in Exile di Stephen Kijack, e sulle parole di Richards in Life.
Gli Stones lo produssero in parte in Francia, dove erano emigrati per motivi fiscali, in una enorme villa che Richards aveva affittato a Nizza. Nella swinging London e anche negli States di allora la tassazione per le fasce di reddito più alto poteva raggiungere aliquote tali da essere per noi del tutto impensabili (un giovane Paul Newman, in un’intervista degli anni Sessanta, ricordava, come un semplice prezzo che si paga al successo e al privilegio, che parte significativa del suo reddito era tassata al 90% – sic! -), a testimonianza di un’epoca dove lo Stato era parte attiva di processi redistributivi, i quali hanno prodotto un benessere per la popolazione generale mai conosciuto prima nella storia dell’umanità.
Exile testimonia la consapevolezza propria di chi si trova al centro focale di un’epoca, poiché l’esilio avviene ironicamente sulla strada principale, ossia cavalcando lo Zeitgeist. E giunti allo Zeitgeist tocchiamo un altro punto fondamentale, ossia The Great Rock ‘n’ Roll Swindle, la grande truffa del rock ‘n’ roll. È questo il titolo di un film che narra l’ascesa dei Sex Pistols e del movimento punk. La tesi del film, illustrata dal punto di vista del loro manager, è che i Sex Pistols, sono una furba mossa di mercato, fatta, creata, prodotta e consapevolmente maneggiata per intercettare consumi di nuovi segmenti di mercato. Non è importante che la tesi del film sia vera nelle intenzioni esplicite, che costituiscono il suo tessuto narrativo, perché molto semplicemente ha una sua importante componente di verità, del tutto indipendente dalle intenzioni dei Sex Pistols, del loro manager e di chiunque altro.
Questa porzione di verità, forse preponderante, non è difficile da comprendere. Si sa, la nostra epoca viene descritta come quella che ha prodotto il politeismo dei valori, ossia un’incertezza generalizzata sui fini condivisi, dapprima, e una condivisione, poi – soltanto presunta, per altro –, unicamente sulle procedure (quelle che l’ex presidente della camera, Gianfranco Fini, chiamò, con espressione sfortunata, alla luce delle sue disavventure immobiliari, ‘le regole del condominio’).
Questa insistenza sul politeismo dei valori e su una estetica della libera creazione delle identità che ci sarebbe permessa in maniera universale, confondendo qualche ricca élite, magari vista su Californication (un serial che prende il titolo da un fortunato album dei Red Hot Chili Peppers), con la popolazione mondiale, nasconde una realtà semplice, ossia che noi non viviamo affatto nell’epoca del politeismo dei valori, bensì nella fase in cui la merce si dispiega e diviene un valore globale e universale, appunto quel valore che può assumere qualsiasi forma. Questa capacità prometeica di essere conformismo e trasgressione, tradizione e anarchia, Orietta Berti ed Eminem è appunto la negazione del politeismo, ovvero il politeismo è solo la metamorfosi finale della merce.
Il politeismo è l’occupazione forzata di tutti i segmenti di mercato e la creazione di nuovi che non esistevano. La libertà, in tutto questo dove è finita? Trovo difficile crederci ancora. Ho letto qualche tempo fa un libro – splendido – sull’industria alimentare di M. Moss, Dolci, grassi, salati. Apparentemente è un libro che si occupa di cibo, il quale però può essere letto alla luce delle brevi notazioni che Leibniz fa nella Teodicea sulla libertà. Per Leibniz noi siamo automi spirituali e pensare che possiamo avere un qualche controllo sulle nostre inclinazioni, equivale a svalutare l’ordine divino, a farsi beffe dell’etica della creazione e a non comprendere l’ordine delle menti tra di loro. Moss disegna un universo dove il cibo non è mai una questione di gusto individuale, ma di scaffali riempiti di cibo, dove naufraga miseramente la traduzione economica dell’idea filosofica di libertà – alla quale Leibniz fa mostra di non credere –, che ha assunto la forma della sovranità del consumatore. Non c’è nessuna sovranità del consumatore, l’individuo non è libero.
Si narra che Gustavo Bontadini a uno studente che gli chiedeva, provocatoriamente, che cosa pensava dell’affermazione di Feuerbach che l’uomo è ciò che mangia (Der Mensch ist was er isst; che ha una bella assonanza con Der Mensch ist was er ist, entrambe sconsolate constatazioni) rispose che evidentemente aveva appena mangiato salame. Bontadini, forse inconsapevolmente, riprendeva una critica che Antonio Gramsci aveva fatto ad Amedeo Bordiga, che aveva sostenuto che sapere cosa uno ha mangiato è condizione indispensabile per comprendere i suoi discorsi successivi. In realtà, Moss direbbe che i discorsi non sono importanti, a patto che si mangi quello che le industrie agro-alimentari decidono. Le sue bellissime pagine sulle strategie di occupazione degli scaffali nei supermercati, attraverso la moltiplicazioni di uno stesso prodotto – strategia che si chiama ‘estensione di linea’, dove la linea è proprio il metro lineare da accaparrare negli espositori – sono una nemesi dell’idea liberale della sovranità del consumatore.
Nulla di cui stare eccessivamente allegri, perciò, e piuttosto qualcosa che contribuisce a rafforzare l’idea di fondo della grande truffa del rock ‘n’ roll, se ci pensate: non importa quello che mangi, ascolti, guardi, basta che sia qualcosa che si possa vendere e comprare. E che cosa si può comprare e vendere? Be’… tutto, dai beni materiali ai beni esperienziali. Puoi pure continuare ad urlare Anarchy in the U.K., ma i profitti che produci con il tuo consumo di quella musica ribelle non servono a sovvertire quell’ordine.
È proprio questa l’ultima parola? Penso che una medaglia abbia sempre tre facce, contando anche il bordo. A me piace pensare che nell’eterogenesi dei fini, dove il fine diviene merce e la merce diviene qualsiasi cosa, ci sia anche la possibilità della negazione della negazione, a voler parlare dialettichese. E quando penso a questo mi viene in mente un evento di poco più di un anno fa. Era fine luglio e Mick Jagger compiva gli anni. Ne faceva 70, gli stessi di Mario Monti. Ci si ricorderà che i social si scatenarono in confronti impietosi. Da una parte, un animale da palcoscenico che ha influenzato tendenze e vite per quasi mezzo secolo; dall’altra un professore universitario, i cui meriti scientifici sono oscuri, la cui carriera accademica è stata rapidissima (professore ordinario a 26 anni), le cui entrature presso le élite economiche internazionali sono solidissime. È perfino inutile interrogarsi con chi vorremo identificarci.
Non so se esistono ricerche al riguardo, ma credo che Mario Monti siano uno dei politici più detestati degli ultimi anni. Privo di legittimazione popolare tentò di acquisirne una con un neo-partitino che prese alle elezioni cifre da prefisso telefonico, facendo piccoli mercimoni della sua già non entusiasmante immagine in comparsate televisive dove lo costrinsero ad adottare cagnolini per dimostrare la sua propensione a una qualche forma, ancorché primitiva, di solidarietà verso altri esseri viventi, capace di emozionare platee elettrici. Gli andò male, come è noto, ma questo gli ha permesso di dedicarsi a tempo perso non alla ricostruzione del proprio personaggio pubblico, ché mai ne ha avuto uno di un qualche interesse emotivo o intellettuale, bensì ai piccoli commenti colmi di risentimenti per chi gli è succeduto.
Sono un sin troppo facile profeta a dire che quasi nulla rimarrà di Mario Monti tra 10 anni: solo una voce su Wikipedia. Quale persona comune potrà dire che l’esistenza di Mario Monti ha avuto un effetto positivo o negativo sulla sua? Forse dovrai essere stato colpito, direttamente o immediatamente, proprio da un suo provvedimento per ricordarti di lui, ma il primo volto che si può supporre verrà alla mente in questo caso è piuttosto quello di Elsa Fornero, la politica forse attualmente più detestata, perché ha dalla sua il supporto di un momento iconico del tutto improponibile per Mario Monti, quello del pianto televisivo impiantato nei neuroni di pensionati ed esodati, quando annunciò tra le lacrime che sarebbero stati fregati. Si tratta di un endorsment emotivo che a priori non entrerebbe nella descrizione definita, come l’avrebbe chiamata Bertrand Russell, dell’esangue Monti. Per lui al massimo l’impacciata carezza a un incolpevole cagnolino. Dunque: nessuna grandezza neanche nel ricordo negativo che ha lasciato.
A commentare il confronto tra Mick Jagger e Mario Monti, uno emblema di creatività e l’altro del più grigio conformismo eterodiretto, alcuni hanno pensato, come Oliviero Toscani, che una vita di eccessi, condita da sballi e groupies, faccia bene. Se le persone si giudicano dalle azioni e le azioni dai risultati è difficile pensare altrimenti; ma è difficile avere un’opinione diversa, anche se invece crediamo che le persone si giudicano non dalle azioni e dai risultati, bensì dalle intenzioni. Insomma: anche se cambiamo l’ordine dei fattori morali ciò che ne viene fuori rimane identico.
Tuttavia, per quale motivo, intuitivamente non riusciamo a trovare nulla di positivo in Mario Monti, o almeno riteniamo questo confronto così palesemente svantaggioso per lui? Uno dei motivi credo sia da ricercare nel supplemento d’anima che gli Stones promettono. Poiché pensiamo che la nostra vita non può essere soltanto le bollette da pagare, lo stipendio a fine mese, il mutuo per la casa, le noiose vacanze con il partner, interpretiamo le parole di You can’t always get what you want (You can’t always get what you want/ But if you try sometimes you might find/ You get what you need) come il saldo futuro di un debito che abbiamo con l’esistenza, mentre queste stesse parole sembrano renderci migliori proprio ora, nello stesso momento in cui le stiamo ascoltando o le recitiamo tra di noi, associandole a immagini che pensiamo possano specchiare le nostre aspirazioni profonde.
È chiaro: queste stesse esperienze aprono mercati e producono merci. Ma l’idea di ciascuno è che il contenuto di queste aspirazioni che artisti eccezionali fanno salire a una qualche forma di coscienza immaginativa non si esaurisce né nel suo contenuto di merce né nel suo acquisto come bene esperienziale. È una promessa di futuro, naturalmente indeterminata, mentre non è indeterminata la sua promessa di renderci migliori. Nessuna di queste promesse può essere nemmeno formulata da Mario Monti, tanto quanto la maschera che egli è epitomizza e grigiamente realizza l’assenza di qualsiasi aspirazione elevata, ossia l’assenza di qualsiasi demone, che pure per lui, come per moltissimi di noi, deve esserci stato in un qualche momento dell’esistenza, per poi scomparire. Allora, ha ragione Marino: non può essere questa assenza a farci provare una qualche Sympathy for the Devil. Prima o poi se hai dei figli e desideri dire la verità dovrai pure spiegarglielo.

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Pierpaolo Marrone

Pierpaolo Marrone è professore associato di filosofia morale all’Università di Trieste. Oltre che di numerosi articoli, è autore dei volumi: Studi sul pensiero di Paul Ricoeur (1986), Consenso tacito (1996), L’io delle passioni. Indagini su Hume (2000), Un’introduzione alle teorie della giustizia (2003), Nomi comuni (2007). Dirige la rivista on line Etica & Politica/Ethics & Politics.


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