UN FINALE PICCOLO PICCOLO

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In Le premier homme di Camus, da cui Gianni Amelio ha tratto con qualche libertà, ma fedele nello spirito, il suo ultimo film, il protagonista Jacques Cormery torna nell’Algeria della sua infanzia e della sua giovinezza: siamo nel 1953 e la durissima lotta di liberazione, con le sue feroci rappresaglie governative, è appena agli inizi. Alla ricerca di testimonianze sul padre, morto nella Grande guerra e praticamente non conosciuto, Cormery, che è di famiglia francese discendente da coloni, fa un sopralluogo nella ferme di Solferino dove quarant’anni prima è nato: spera – inutilmente – che il fattore gli sappia dire qualcosa su suo padre. Perché il fattore, algerino “francese”, resta in una terra che sta per esplodere (mentre i suoi genitori sono già andati via e risiedono a Marsiglia)? Perché l’anziana madre di Cormery non lascia la sua casa di Algeri, nel cuore di un quartiere popolare, abitato in prevalenza da algerini? Le risposte che i due personaggi danno sembrano elusive (la madre laconicamente si limita a dire che in Francia fa freddo; il fattore con più enfasi dichiara che vuole restare lì sino alla fine, qualunque cosa accada); in realtà in forme diverse vogliono dire la stessa cosa: la nostra terra è questa (non la Francia dei nostri padri); qui siamo stati trapiantati, qui abbiamo vissuto, qui moriremo quando e come sarà.
Ho pensato alle sequenze finali del romanzo postumo di Camus e del bel film di Amelio quando ho terminato la lettura del libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti (l’ultimo Strega, si sa).
Nelle ultime due pagine Piccolo introduce uno scarto improvviso: ha abituato il suo lettore a un tono serio e “impegnato” – guastato da qualche eccesso didascalico – per le evocazioni della nostra storia repubblicana (la contestazione, il terrorismo, il sequestro Moro, Berlinguer prima e dopo, il ventennio berlusconiano) e nel contempo a un tono leggero, “narrativo”, umoristico (in linea con un segmento nobile della tradizione delle autobiografie, vere o romanzate) non proprio da anti-eroe ma da eroe “medio”, da uomo “qualunque” (da “Edipo uomo qualunque”), quando si tratta di dare una rappresentazione dell’“io” – prima bambino, poi adolescente, poi adulto – nella Storia. Un tono prossimo ad altri scrittori brillanti di questi anni, come il Pascale de Le attenuanti sentimentali. L’insieme funziona, il libro di Piccolo si fa leggere pur con qualche caduta – qualche ovvietà di troppo, quasi che l’autore volesse costruire una sorta di specchio in cui senza troppo disagio possa ritrovarsi un italiano, moderatamente di sinistra, moderatamente sensato, moderatamente ottimista malgrado tutto: l’italiano renziano che affonda fiducioso.
Il finale, dicevo, all’improvviso, cambia la prospettiva. L’autore protagonista abbandona i panni del sorridente uomo medio, a cui proprio perché “medio” si perdona facilmente, per aspirare a un ruolo esemplare: «In questi venti anni ho sentito un numero incalcolabile di persone dire che l’unica cosa da fare è andarsene da questo Paese …».
Lui invece, eroicamente, ha deciso di restare: «Posso pensare che anche se le cose peggiorano, sono interessanti – forse addirittura più interessanti. E voglio restare qui a viverle, a guardarle, e a provare a raccontarle». Con la chiusa a effetto: «… io non mollo mai. Quelli che decidono di andarsene da questo Paese, o semplicemente dicono per tutta la vita di volerlo fare, è perché si vogliono salvare. Io invece resto qui. Perché non mi voglio salvare».
Piccolo come il fattore franco-algerino? Lo scrittore sceneggiatore caparbiamente non se ne va, come la mamma di Cormery, malgrado i grandi pericoli che incombono sul suo destino… Quelli che vanno via, s’intende, sono invece gli Schettino che vogliono restare asciutti, prima che sia troppo tardi: vogliono, addirittura, «salvarsi».
C’è un limite a tutto. Incontro tutte le settimane, qui a Bruxelles, legioni di connazionali che hanno fatto e farebbero di tutto per restare nel loro Paese, ma hanno trovato davanti a loro solo porte chiuse o proposte indecorose.
Si adattano, all’estero, a molti lavori e hanno la sensazione che, in fondo, solo chi sia già in “salvo” – non certo gli eroi – possa permettersi il lusso di restare in patria (d’altronde: che potrebbe mai fare Piccolo all’estero?). Per loro – ma anche in generale per tutti quelli che come me sono all’estero in una posizione privilegiata –, per tutti noi che amiamo l’Italia vedendola da lontano, il finale del libro di Piccolo suona irridente: ci sono molte occasioni in cui restare dove si sta è molto più facile, più comodo, più esente da rischi.


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Claudio Gigante

Professore di Letteratura italiana all'Università di Bruxelles (ULB). Tra i suoi libri: Esperienze di filologia cinquecentesca (Roma 2003), Tasso (Roma 2007), La nazione necessaria. La questione italiana nell'opera di M. d'Azeglio (Firenze 2013). E' nel comitato direttivo di Filologia e Critica e Studi tassiani; nel comitato scientifico del Centro Pio Rajna; dirige la collana "Resoconti di letteratura italiana" (Cesati) e condirige "Il secolo lungo" per Peter Lang.


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