“Social” o “sociofugal”? Gli spazi della rete

sociofugal

Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini è visibile nella sua integralità su YouTube. Pasolini, ci pare di poter dire con sicurezza, non ne sarebbe affatto contento. La (voluta) difficoltà del film non è compatibile con una simile facilità di reperimento e di fruizione. Critici vicini alla sensibilità del poeta di Casarsa (ad esempio Serafino Murri e Alberto Pezzotta) già si indignavano per la messa in vendita del VHS di Salò come allegato a l’Unità e l’Espresso. Ora Salò è ancora meno di un gadget: è un collegamento a portata di clic di ogni più o meno sprovveduto navigatore della rete. Ma non solo è semplice e immediato vedere Salò o dei suoi pezzetti. Anche la reazione che il film produce può essere istantaneamente elaborata e condivisa. La visione diventa subito commento. Seguire su YouTube il filo dei thread di commenti a Salò restituisce un’impressione abbastanza angosciante di asfissia intellettuale.
Il tema dell’interazione aggressiva all’interno dei Social Network occupa con costanza il dibattito culturale contemporaneo. In un articolo pubblicato recentemente su Lo Squaderno (www.losquaderno.professionaldreamers.net/?cat=166) mi interrogo, partendo dalla presenza di Salò su YouTube, proprio sui motivi per cui molti spazi di discussione in rete finiscono per essere intasati dalle forme più violente di espressione del pensiero. A proposito delle motivazioni che spiegherebbero l’«infantilizzazione automatica» (Geert Lovink) cui costringono i Social Network, butto lì tre ipotesi (che sono poi quelle di tanti altri): 1) gli spazi virtuali permettono di esprimersi mantenendo l’anonimato e spesso in apparente assenza di autorità repressive – filtri, moderatori o censori. Il potere di controllo della rete stessa, altrettanto anonimo, non è stato ancora introiettato come tale; 2) la necessità di urlare per farsi sentire in mezzo alla folla è figlia di alcune caratteristiche ontologiche del web 2.0: la “cultura dell’algoritmo” e la conseguente logica del ranking e della competizione, che premia il numero di visualizzazioni, “mi piace”, condivisioni, retweet; 3) la visibilità offerta dai Social serve da valvola di sfogo per una frustrazione sociale che in passato trovava altre forme di manifestazione e di affollamento (proteste in spazi urbani, cortei, scioperi, etc).
Più che di ribadire queste idee volevo però chiosare un follow-up a questo articolo, un pezzo di Andrea Mubi Brighenti che segue a ruota il mio sullo stesso numero de Lo Squaderno. L’autore ragiona attorno al concetto di «sociofugal space», un termine sociologico coniato da Robert Sommer che designa la circostanza in cui degli individui scelgono di collocarsi in uno spazio pubblico (ad esempio una biblioteca) cercando però al suo interno intimità, privatezza e fuga dalla socialità. Applicato al web e alle sue dinamiche, il concetto di sociofugal space rivela in modo efficace una strana contraddizione: il commento, scritto per essere letto, esprime a tutti gli effetti una volontà comunicativa, ma questo impulso assume spesso un carattere sociofugo, visto che serve a esternare il fastidio dello scrivente nei confronti di chi gli sta attorno. Se negli ambienti reali (pensiamo ancora alla biblioteca) esiste un certo tasso di tolleranza nei confronti di comportamenti devianti (parlare a voce alta, mangiare, debordare dal confine della scrivania…) e la rabbia (fino a una certa soglia) viene taciuta, in rete la verbalizzazione sociofuga trova uno sfogo istantaneo.
Il concatenarsi di thread sociofughi produce un effetto ipnotico, come una spirale che, pur ferma, pare girare su se stessa e inghiottire lo sguardo.
La sensazione di essere circondati da centinaia o migliaia di commenti provoca in molti utenti una trance da sovraffollamento che induce a uno sgomitare iroso. Il commento che consegue a questa rabbia assume la forma metaforica di una mitragliatrice. L’ambizione di chi scrive è sterminare i precedenti commenti avversi e gettare sale sul terreno del confronto.
Il troll – chi si propone sistematicamente di rovinare o disturbare una discussione online – più che come singolo soggetto sembra così costituirsi come “folla”. Se la folla è composta di individui che diventano qualcosa di diverso dalla loro somma, anche l’individuo – sostiene Mubi – è composto di folle, quelle in cui ci immergono i meccanismi di socializzazione. Il troll si può quindi intendere come un organismo sovraindividuale forgiato dall’habitat in cui vive, un individuo-folla che nasce dalle nuove forme di socializzazione digitale, una creatura perfettamente mcluhaniana prodotta dalla laguna nera del web.

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Alberto Brodesco

Alberto Brodesco lavora al Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Trento. È autore di Sguardo, corpo, violenza. Sade e il cinema (Mimesis, 2014) e Una voce nel disastro. L’immagine dello scienziato nel cinema dell’emergenza (Meltemi, 2008). Ha inoltre contribuito ai seguenti volumi editi da Mimesis: La costruzione dell'immaginario seriale contemporaneo (a cura di S. Martin, 2014); Tetsuo: The Iron Man (a cura di M. Boscarol, 2013); Il cinema della convergenza (a cura di F. Zecca, 2012); Il porno espanso (a cura di E. Biasin, G. Maina, F. Zecca, 2011).


'“Social” o “sociofugal”? Gli spazi della rete' 1 commento

  1. 10 ottobre 2014 @ 19:53 alessandro cutrona

    Questo tipo di atteggiamento “sociofugal” è un aspetto connaturato del web 2.0 ma che non si discosta più di tanto, dalle piazze reali. Non a caso il reale reprime forme e atteggiamenti che il virtuale rende manifesti; la sintesi tra queste due polarità comporta una certa isteria nel web 3.0.

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