Fusaro e la miseria dell’anticapitalismo romantico


In una certa misura sono grato a Diego Fusaro di aver ispirato questa mia risposta con il suo provocatorio testo sul presunto superamento, in età contemporanea, della contraddizione fascismo-antifascismo che ha aperto il dibattito di «Scenari» sulla questione. Il suo scritto lo considero ovviamente in modo molto negativo. Ma ha senz’altro il pregio di esternare teorie che da oltre mezzo secolo hanno libero corso anche a sinistra e che ultimamente stanno dilagando, complici anche l’oblio della memoria storica.
Nel caso di Fusaro, tali teorie hanno la peculiarità di non essere presentate come mera eredità del Nazional-bolscevismo tedesco degli anni venti del novecento, dei movimenti comunitaristi di destra ispirati dall’ex-volontario belga delle Waffen-SS Jean Thiriart nel 1960, dei nazi-maoisti italiani alla fine degli anni Sessanta, delle teorie di Armando Plebe degli anni settanta o di quelle di Costanzo Preve che ispirarono i Campi antimperialisti di qualche anno fa, con la partecipazione congiunta di elementi ultrasinistri e fascistoidi.
Ora, la galassia della nuova destra dichiaratamente fascista o post-fascista degli anni sessanta, fino alla fine del Secolo breve, si è resa protagonista, soltanto in Italia di centinaia di omicidi, è stata coinvolta in quattro mistreriosi tentativi di golpe militari, nonché in quasi tutte le tristementi note Stragi di Stato, dal 1969 al 1980. Ancor oggi non passa giorno che i Fascisti del terzo Millennio non ripropongano raid anti-emigrati o anti-rom, assalti a sedi di sinistra, omicidi, azioni antisemite e affini. Per essere un fenomeno del lontano passato, mi sembra una pratica politica quanto meno vivace.
Particolarmente fastidiosa è la peculiarità di Fusaro, che è notoriamente un serio studioso delle teorie marxiane, di utilizzare il linguaggio peculiare del filosofo di Treviri per difendere le teorie proprie della destra più retriva e reazionaria. Eppure proprio Marx, nel Manifesto, aveva messo in guardia i suoi lettori dalle lusinghe di un anticapitalismo aristocratico, che criticava il presente alla luce delle vecchie tradizioni del passato reinventato ideologicamente. Un altro grande marxista sicuramente ortodosso, György Lukács, aveva autocriticato un suo stesso anelito giovanile di quel tipo, negli anni dieci del Novecento, definendolo come “anticapitalismo romantico”. La definizione mi pare calzante a pennello.
Ora, Fusaro non me ne voglia per il tono esacerbato, ma chi scrive si sente tirato in causa come da un pugno nello stomaco. Alcuni dei miei parenti, infatti, hanno terminato la loro esistenza terrena in un luogo chiamato Mauthausen e ho avuto l’onore di avere per padre partigiano combattente. Gli dedico volentieri queste poche righe. La sua prematura scomparsa, nel 1990, gli ha almeno evitato di aver sentore di questa miseria.
“Se fossi vissuto ai tempi del Ventennio, sarei con ogni probabilità stato antifascista”. Così Fusaro, dotato di macchina del tempo si rilegge, come Gramsci e di Gobetti, oppositore in una sua altra vita parallela nel Ventennio nero dell’Italietta del Novecento. 
Posso nutrire qualche dubbio? Oggi il narcisismo mediatico, nella produzione dello spettacolo diffuso, lo spettacolare integrato (Debord) può vestirsi da opposizione radicale ed essere accolta con successo dai talk-show, a fianco dei dibattiti sui segni zodiacali delle casalinghe cornute o sui miracoli di Padre Pio. Più una tesi è altisonante, più è mediaticamente diffusa. Quando c’era Lui, caro Lei, predominava invece, direbbe sempre Guy Debord, uno spettacolare contentrato, con un regime che gestiva tutti i media, radio, giornali e cinegiorrnali. Per poter emergere come commentatore e opinionista, in un mondo desolatamente privo di Internet, il nostro Fusaro avrebbe dovuto sforzarsi di aderire al regime, anzi, avrebbe avuto grande successo estremizzando, magari con accenti un po’ marxisti, le direttive del Minculpop. Avrebbe potuto rifarsi a esempi illustri di inizio secolo: nel 1911, il grido pascoliano sulle “nazioni borghesi” come l’Inghilterra, “perfida Albione” contrapposta alle “nazioni proletarie” come l’Italia. Oppure, Fusaro avrebbe potuto insistere sull’idea, assai cara ai camerati d’Oltralpe, del complotto demo-pluto-giudaico e massonico. In fondo, la regia delle forze oscure del Capitale, cui il nostro Diego tanto ama contrapporsi, e che per lui s’incarna nell’imperialismo Usa, passa proprio per i perfidi ebrei del cimitero di Praga, nonché in tempi più recenti, ma non meno tragici, per il Sim (Stato imperialista delle multinazionali) che piaceva tanto alle Brigate Rosse negli anni Settanta.
Fusaro ci avrebbe aggiunto sicuramente un linguaggio marxianamente adeguato. Sdoganare Marx come precursore del fascismo nel Ventennio, che idea… Magari non sarebbe dispiaciuta al buon Benito, in fondo anche lui era stato socialista. Se non altro, è quello che Fusaro fa oggi.
Un esempio: la destra radicale sostiene da tempo che è in atto un’invasione di migranti extracomunitari, che inquineranno la nostra bella civiltà cristiana e toglieranno lavoro ai lavavetri autocnoni. Quindi, bisognerebbe respingere i barconi, lasciarli alla deriva e lasciar affogare quei profughi (cosa che in effetti già si fa, ne sono morti a migliaia…). Fusaro invece cosa ci dice? La stessa cosa, solo che per lui, i migranti sono chiamati in Italia dalla cabina di regia del capitalismo americano e multinazionale, che vuole indebolire la classe operaia autoctona, ricattandola con l’esercito industriale di riserva rappresentato dai migranti stessi.
Altro esempio: La destra tradizionale lamenta la crisi dei valori famigliari, e rivendica la diade uomo-donna che esclude tutte le forme di sessualità alterative e condanna al manicomio o alla clandestinità omosessualità e sensibilità sessuali differenti. Fusaro ce la racconta così: è il capitalismo che, ancora una volta, vuole un unico soggetto bisex, prono al consumismo, per poterlo meglio dominare, mentre i sessi, nonché la corretta scelta sentimentalsessuale sarebbero, ovviamente, per “natura”, solo due. Strano che Fusaro, che è un buon marxista, abbia dimenticato la lezione di Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato (1884), in cui si teorizza l’origine sociale e non certo biologica di ogni forma di famiglia, frutto di una serie di rimodulazioni in cui l’attuale coppia monogamica non è evidentemente che un ulteriore passaggio.
Riassumendo, la destra estrema fa il suo mestiere: è razzista, omofoba, nazionalista, antisemita e sciovinista. Fusaro pure. Però con tante belle citazioni di Marx.
Tra parentesi, trovo disdicevole che Fusaro non sia andato a dibattere con i suoi sodali di CasaPound. Se li giudica soggetti utili per la sua campagna anticapitalista e antimperialista, non dovrebbe farsi spaventare da minacce di presunti anarchici e quant’altro. Personalmente, un centro che ha tra i suoi accoliti noti picchiatori e sicari di tifoserie avverse, assassini di ambulanti senegalesi e sprangatori di militanti antifascisti non lo frequenterei neanche per un caffè, ma chi ritiene che nel nome dell’anticapitalismo si possano sdoganare anche i fautori del “Fascismo del terzo millennio” ha il diritto-dovere di andare a conoscere i suoi nuovi alleati.
Fusaro, che è un marxista di ben larghe vedute, saprà certo collocare storicamente e reinterpretare il livore e il dolore che mi provocano le sue posizioni. L’idea bislacca che i milioni di morti causati dal nazifascismo siano un accidente della storia da rottamare, e che oggi i combattenti per la libertà siano di volta in volta gli oligarchi russi, i fondamentalisti islamici o la Corea del Nord non mi lascia solo qualche ragionevole dubbio, mi rivolta lo stomaco.
Il dissidio con le tesi sul superamento dell’antifascismo che propugna Fusaro non sarà mai riconducibile ad una questione accademica. Si tratta di carne e sangue. E il sangue è stato versato da intere etnie, come gli ebrei e i rom, da chi aveva impulsi sessuali differenti, da socialisti, comunisti, anarchici o semplicemente liberaldemocratici.
Chi sostiene la fine della contraddizione radicale con il fascismo è un “utile idiota” (termine che a Fusaro stesso piace molto, lo rifila a destra e a manca) che apre le porte al vaso di Pandora del male.
Certo, i fascismi storici del primo Novecento sono stati sconfitti, anche se ci è voluta una guerra mondiale, e il contributo decisivo, oltre che dell’Urss, dei “terribili” imperialisti anglo-americani. Ma è il caso di ricordare che, solo in Europa, regimi analoghi sopravvissero in Spagna, Portogallo e Grecia, col beneplacito degli Stati uniti e dell’Europa, fino a metà degli anni Settanta. Fusaro è giovane, e nonostante il suo materialismo storico sembra un po’ confuso sulle date della storia reale, fa bene Andrea Zhok – nel suo intervento sulla questione – a ricordargliele. Ma Zhok concorda in fondo con la tesi fusariana dell’antifascismo da rottamare, in assenza di fascismo. Per Zhok, la cui critica “liberale” mi sembra per certi versi persino più conservatrice di quella di Fusaro stesso, il problema sarebbe piuttosto la discriminante anticapitalista e antimperialista propugnata il rivoluzionario Diego. Per la verità il liberal-progresso americano si è alleato benissimo in tutto il mondo con le Nazioni più retrive e autoritarie, dall’Arabia Saudita, alle monarchie assolute del Golfo, ai regimi più sanguinari del continente africano e così via. Niente di strano, del resto è ben nota l’interdipendenza del consumismo americano con la produzione capitalistica cinese (la prima del mondo)…
Anche Fusaro dovrà concordare con me, peraltro, che la fine dei Fascismi con la F maiuscola nella seconda metà del Novecento lasciò spesso spazio a forme di governo fascisteggianti, tollerate, protette e spesso fomentate proprio dagli Usa e dall’Occidente democratico, nel quadro della cosiddetta “guerra fredda”, in realtà molto calda, contro il blocco socialista. Cosaltro erano i regimi militari e autoritari dell’America latina, delle Filippine, di gran parte del Sud-est asiatico, nonché di buona parte del continente africano, che solo da pochi anni hanno perso il potere?
Certo, si trattava di totalitarismi che non sono omologabili in toto all’ideologia costruita da Mussolini e Hitler negli anni venti e trenta del Novecento. In Sud Africa e in Namibia il regime dell’Apartheid, la segregazione dei neri da parte della minoranza bianca, non aveva dato luogo a un partito unico dei bianchi, ma il razzismo degli Africaners era imbevuto delle stesse ideologie che avevano corso nella Germania Nazista. In Cile, i militari dopo il Golpe dell’11 settembre 1973 non instaurarono un’economia statalista, anzi privatizzarono l’intera nazione, applicando per primi nel mondo le ideologie neoliberiste dei Chicago boys, come dimostra tra l’altro un bel lavoro di T. Moulian, Una rivoluzione capitalistica. Il Cile, primo laboratorio mondiale del neoliberismo, editato da Mimesis nel 2003. Tecnicamente, mancando un partito unico e una politica di capitalismo di stato, è forse definibile come un “falso fascismo”, alla stregua dei regimi autoritari dell’Europa dell’Est negli anni trenta (Cfr. M. Ambri, Falsi fascismi. Ungheria, Croazia, Romania (1919-1945), Jouvence, Roma 1980). Regimi come quelli sopra citati, anche molto differenti tra loro per le politiche economiche o aspetti ideologici, avevano in comune alcuni tratti peculiari: un nazionalismo esacerbato, la visione totalitaria, l’odio sia per la democrazia liberale che per il comunismo, una forte componente razzista spesso indirizzata verso l’antisemitismo, la repressione delle minoranze etniche, politiche e religiose all’interno delle nazioni, la tendenza a scatenare guerre contro i vicini.
Possiamo discutere accademicamente se il Cile di Pinochet o l’Argentina di Videla possano esser definiti fascisti. Peersonalmente, trovo che i superstiti della mattanza dello stadio di Santiago, e i parenti delle migliaia di vittime del golpe cileno, nonche le donne di Plaza de Majo, madri dei trentamila desaparacidos argentini non abbiano avuto dubbi. Quelle erano dittature fasciste, originate da golpe militari, e le juntas che governavano quelle nazioni perpetrarono innumerevoli delitti e violazioni dei diritti umani fondamentali, proprio nel nome della lotta al marxismo.
Certo, non tutte le caratteristiche dei totalitarismi del Novecento possono essere attribuiti solo ai Fascismi propriamente detti del 1922-1945, né ai fascismi delle dittature ispirate dal Dipartimento di Stato americano dal dopoguerra agli anni novanta.
Alcuni di questi tratti, storicamente, sono propri di tutti, ma proprio tutti, gli Stati nazione del Novecento. Non c’è bisogno di scomodare le opere di Lenin sull’imperialismo, per verificare come le responsabilità della prima guerra mondiale siano attribuibili tanto alle democrazie borghesi dell’Europa occidentale e del Nord America quanto agli imperi autoritari dell’Europa centrale e orientale.
Così pure, se ce ne fosse bisogno, si può concordare con l’analisi di Hannah Arendt sulle origini del totalitarismo novecentesco che esordisce non con gli orrori del Nazifascismo in Europa o dello Stalinismo in Urss, ma con l’analisi dell’aggressione coloniale Europea agli altri continenti. Le democrazie occidentali, dall’Inghilterra alla Francia, dall’Olanda al piccolo Belgio, non solo non applicavano la loro democrazia alle nazioni colonizzate, ma praticavano forme di coercizione che ripristinavano di fatto lo schiavismo e talvolta il genocidio per intere popolazioni. Gli antenati dei primi lager e gulag furono sperimentati nelle colonie inglesi, francesi, belghe, olandesi tedesche e anche italiane ben prima dell’Olocausto degli ebrei nella Seconda guerra mondiale.
Il fatto poi che il blocco sovietico e gli stati del socialismo reale fossero antagonisti delle economie di mercato occidentali, e che grazie al mondo bipolare molti stati del cosiddetto terzo mondo siano riusciti conseguire, a volte a caro prezzo, come l’Algeria o il Vietnam, la loro indipendenza nazionale, determinando la fine del colonialismo in tutto il mondo, non può esimere nessuno dal dimenticare la natura totalitaria assunta dall’Urss e dagli altri Paesi dell’Est dopo la presunta vittoria della rivoluzione socialista. Le vittime dei Gulag in Urss, dei campi di lavoro cinesi, dei manicomi criminali in cui si rinchiudevano i dissidenti, dei processi agli stessi dirigenti comunisti caduti in disgrazia, si contano a milioni, così come le vittime di dissennati piani quinquennali che provocarono enormi carestie sia in Urss che sucessivamente in Cina.
Ma veniamo alla fase attuale: la fine del Fascismo propriamente detto, così come la caduta dei regimi autoritari dell’Europa dell’Est ha lasciato ancor oggi una scia di regimi totalitari fascistizzanti, che magari lasciano sopravvivere una parvenza di democrazia, ma coltivano l’estremismo nazionalista, pulizia etnica, antisemitismo e quant’altro. La mappa dell’Europa dell’est, dopo l’esplosione della Yugoslavia e dell’Urss, somiglia sempre più ai sogni nazional-socialisti. In Croazia, in Ungheria, in Ucraina si ripescano simboli e tradizioni dei regimi alleati con Hitler e Mussolini nel 1941 (e sempre di più l’antisemitismo). E fascista, non in senso letterale ma nei fatti – il disprezzo per le donne, per i diversi, per le minoranze etniche, religiose e linguistiche – è proprio anche dei fondamentalisti islamici che dall’Afganistan alla Nigeria, passando per la Siria e l’Iraq, compiono i loro massacri quotidiani come professione di fede. Mi spiace per Fusaro. È un dato di fatto che gli Usa sono la potenza dominante, e ogni democratico che si rispetti ha il dovere di mostrare le contraddizioni e le nefaste conseguenze delle sue politiche in molti scenari mondiali, dall’Afganistan, all’Iraq alla Siria, senza contare la nefandezza di Guantanamo.
Ma che tale doverosa critica, per una sorta di perversa realpolitik, porti a sdoganare tutti i neofascismi contemporanei, in Italia e all’estero, purché antiamericani, è un pensiero scellerato.


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Pierre Dalla Vigna

Pierre Dalla Vigna docente universitario, nonché fondatore e co-direttore delle edizioni Mimesis, è ricercatore confermato di estetica presso l'Università dell'Insubria. Ha al suo attivo saggi di carattere storico, filosofico ed estetico. Tra i suoi ultimi lavori monografici: La pattumiera della storia. Beni culturali e società dello spettacolo , Mimesis, Milano-Udine 2009; Estetica e ideologia. Marx, Nietzsche, Manheim Mimesis, Milano-Udine 2012.


'Fusaro e la miseria dell’anticapitalismo romantico' 7 commenti

  1. 3 ottobre 2014 @ 18:29 Andrea Zhok

    Essendo stato chiamato in causa, ancorché di passaggio, da Pierre Dalla Vigna mi vedo obbligato a replicare.
    Cerco di farlo riducendo al minimo il tasso polemico, perché sono interessato solo al piano analitico della questione, non a far trionfare istanze personali né ad ottenere un wahroliano quarto d’ora di celebrità.
    Dalla Vigna mi imputa due cose:
    1) Di concordare con la critica di Fusaro all’antifascismo;
    2) Di sostenere una posizione “conservatrice” in quanto mi opporrei all’anticapitalismo ed anti-imperialismo da un punto di vista “liberale”.
    A ciò replico come segue.
    1) Nella mia critica a Fusaro ho accennato ad un doppio livello che però doveva evidentemente essere chiarito meglio, visto che non è stato colto.
    Ritengo sia indispensabile, quando si parla di antifascismo, distinguere due livelli di discussione: l’antifascismo come disposizione personale, pratica o anche normativa, rispetto all’antifascismo come proclamazione, cerimonia, presa di posizione pubblica.
    Personalmente sostengo il primo, mentre sono scettico verso il secondo.
    In altri termini ho un’avversione motivata e profonda contro svariate forme autocratiche e contro organizzazioni politiche che adottano stilemi o politiche che furono propri delle dittature europee tra le due guerre (Italia, Germania, Ungheria, Spagna, ecc.). Tuttavia molte delle organizzazioni politiche in cui oggi riconosciamo quegli stilemi e quelle politiche si tengono a distanza da ogni rivendicazione dell’esperienza fascista (così è per forze come il British National Front o l’ungherese Jobbik). E tra i personaggi italiani che in anni recenti hanno proclamato la loro avversione al fascismo troviamo niente poco di meno che Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Tutto ciò mi spinge a tener ferma l’idea che l’antifascismo delle proclamazioni pubbliche sia prevalentemente un residuo ideologico, che consente di darsi una patente di accettabilità nel contesto storico contemporaneo, dove posizioni che si dicano esplicitamente fasciste sono una minoranza, magari esecrabile, ma esigua. Non ritengo che l’antifascismo proclamato sia un “complice implicito” del grande capitale, come ritiene Fusaro. Ma credo che sia una presa di posizione scarsamente significativa e un poco stantia, un po’ come proclamarsi “democratici”, o “non-razzisti”, o, come si diceva “anti-imperialisti”. Sono termini che mordono molto poco nella realtà contemporanea, anche se essa obiettivamente pullula di atteggiamenti descrivibili come antidemocratici, razzisti e “neo-coloniali”.
    Detto questo, a richiesta, posso spiegare perché ritengo esecrabili il fascismo italiano, il nazismo tedesco, o il regime dei colonnelli in Grecia, o il regime di Pinochet in Cile, ecc. ecc. E in queste spiegazioni ci metterei anche che né Papadopoulos in Grecia né Pinochet in Cile si dicevano “fascisti” o si rifacevano al fascismo: l’attribuzione di “fascista” finisce per essere non una qualità positiva dotata di contenuto, ma solo un insulto, dove ci si può dare grandi pacche reciproche sulle spalle, in mutuo ammiccamento, ma dove si smette di pensare.
    2) Sul secondo punto la mia replica sarà semplicemente un invito cortese a leggere meglio quello che ho scritto. La tesi che ho sostenuto è solo che i concetti di “anticapitalismo” ed “anti-imperialismo” soffrono, e in maniera molto più accentuata, delle stesse limitazioni del termine “antifascismo”; sono cioè strumenti concettuali spuntati, che quando vengono evocati nel discorso pubblico creano un unico effetto nell’uditorio: una sensazione di stanchezza e noia. Se non siamo in grado di rinnovare concettualmente la critica ai meccanismi economici inaugurata 170 anni fa da Marx, è francamente meglio stare zitti, perché agitarsi sotto queste bandiere stantie ci condanna alla perenne sterilità politica. Sto con ciò sostenendo le ragioni del “capitale”? Sto supportando le magnifiche sorti e progressive del liberalismo in versione USA? Ma PROPRIO NEANCHE PER IDEA. E, caro Pierre, che questa NON sia una posizione occasionale, senza un retroterra consolidato, credo di poterlo affermare senza tema di smentita, visto che ne ho lasciate un congruo numero di tracce in forma pubblicamente fruibile negli ultimi dieci anni.

    Rispondi

  2. 5 ottobre 2014 @ 19:13 Pietro Piro

    Ho letto e riletto con molta attenzione, meditando a fondo gli argomenti trattati, tutte le interpretazioni legate allo scritto di Diego Fusaro che personalmente non ritengo un “utile idiota” come suggerisce Della Vigna.
    Tuttavia ha ragione Dalla Vigna quando afferma che: “Il dissidio con le tesi sul superamento dell’antifascismo che propugna Fusaro non sarà mai riconducibile a una questione accademica”. Sebbene la base emozionale del dibattito – che può legittimamente assumere i toni dello scontro frontale – è molto evidente in questo dibattito, il nostro compito di studiosi consiste nel ricercare in profondità le cause che generano i fenomeni storici per verificare sé esistono fenomeni di continuità e/o elementi di “frattura”.
    Il tema centrale dell’articolo di Fusaro rimane – a mio modestissimo avviso – poco esplorato. Fusaro sostiene che il fascismo in Italia sia “morto e sepolto”. Quindi, di conseguenza, concentrarci su una retorica celebrativa, ci distoglie dalle lotte del presente. Lotte che – a suo avviso- devono essere dirette contro lo strapotere del capitalismo neo-liberale.
    Il fascismo in Italia è morto e sepolto? Certamente. Soprattutto quello del ventennio fascista con le sue liturgie, i suoi simboli, le sue parate, il suo culto del DUCE. Tutto questo è definitivamente archiviato.
    Nei corsi di storia contemporanea cui ho assistito, il fascismo è presentato come un fenomeno del passato. Qualcosa di sepolto nel ventre della storia e che mai più ritornerà. Non ho nulla da obiettare a quest’atteggiamento storiografico corretto che consegna il termine fascismo al passato.
    Tuttavia, ritengo sia compito di uno studioso non fermarsi mai alla superficie delle cose, alla mera dinamica delle “forme esteriori” della politica. C’è un elemento di continuità che permette di legare insieme gli atteggiamenti profondi del passato con quelli del presente?
    Mi pare che il pericolo che corriamo tutti sia quello di non considerare la storicità della nostra posizione attuale che deriva anche dal passato. Dalla somma delle rivoluzioni mancate, dal lamento dei morti, dalle porte mai definitivamente chiuse.
    Come è potuto accadere che durante il fascismo una nazione si sia consegnata nelle mani di un solo uomo e che questo sia stato venerato come un Dio? Perché si accetta di essere governati dalla retorica e dalla propaganda? Perché si smette di esercitare il pensiero critico? Perché si fa uso della violenza invece che del dialogo? Perché si ci sente liberi dal dovere di partecipare alla vita collettiva?
    Io ritengo – avendo analizzato molto da vicino gli elementi costitutivi della personalità di molti uomini e donne del mio tempo, sia attraverso il rapporto diretto sia attraverso un’attenta analisi dei “prodotti culturali” – che i meccanismi profondi di adesione al fascismo non sono stati del tutto superati e che, in particolari circostanze, potrebbero “riattivarsi”. Ovviamente, non nelle stesse forme e con identiche dinamiche perché nella storia nulla si ripete due volte nello stesso identico modo.
    Quali sono queste “attitudini profonde” presenti ancora oggi nel popolo italiano (che eredito in parte da Adorno apportando personali modifiche)?
    a) Perdita di coscienza, mancanza di riflessione su se stessi, atteggiamenti diffusi di de-responsabilizzazione. Incapacità di essere pronti all’auto-determinazione. Non essere all’altezza della libertà. Rifiuto della dimensione politica e sociale;
    b) Eteronomia;
    c) Prepotenza della collettività rispetto all’individuo;
    d) Insensibilità al dolore e percezione della fragilità come debolezza. Incapacità di provare compassione. Percezione del mondo come una “giungla” dominata dalla legge della sopravvivenza. Lotta di tutti contro tutti;
    d) Carattere manipolativo. Trattare gli altri come un materiale da manipolare a propria disposizione;
    e) Culto dell’efficienza e “freddezza organizzativa”;
    f) Auto-percezione di appartenere a un Sistema impossibile da cambiare. Fatalismo;
    g) Bisogno di aggregazione identitario e desiderio di anti-quotidiano.

    In passato, ho analizzato alcuni elementi di “carattere fascista” presenti nella politica della Lega Nord (che apparentemente non ha nessun legame con il fascismo mussoliniano) soprattutto quella “delle origini” (oggi però, questi caratteri si sono notevolmente affievoliti):

    a) Guida del partito attraverso la figura del capo carismatico;
    b) Riduzione della complessità della realtà sociale e politica a frasi-guida. Semplificazione e distorsione della lingua;
    c) Esasperazione dell’identità etnica;
    d) Esasperazione della percezione d’insicurezza, attraverso il montaggio della figura dello straniero-diverso;
    e) Uso sistematico della violenza verbale;
    f) Individuazione di caratteristiche di superiorità di razza;
    g) Invenzione di una terra-simbolo (Padania);
    h) Utilizzo sistematico del mito (l’ampolla con le acque salvifiche del Po) e manipolazione della storia;
    i) Disprezzo per le istituzioni democratiche, retorica dell’uso delle armi, creazione di un esercito di volontari (le camicie verdi), esasperazioni dei segni di appartenenza (divise, canti, bandiere), utilizzo di luoghi simbolo per le adunate (Pontida, Ponte di Legno);
    l) Manipolazione della religione cattolica;
    m) Esasperazione delle caratteristiche mascoline e riduzione della donna al dualismo puttana-angelo del focolare (celodurismo, miss-padania);

    Potrei continuare ancora più in profondità ma per il momento mi fermo. Vorrei discutere di questi argomenti così importanti “in altra sede”. Con maggior tempo e possibilità di approfondimento.
    Fusaro mi chiede se io utilizzo il termine fascismo come “una sorta di sinonimo astorico della violenza”. Direi, per essere più preciso, che il termine fascismo per me rappresenta: L’INVOLUCRO STORICAMENTE DETERMINATO, INDIVIDUATO E INDIVIDUABILE DI UN ATTEGGIAMENTO PROFONDO DEL POPOLO ITALIANO CHE PERSISTE NEL TEMPO NONOSTANTE LE MUTATE CONDIZIONI POLITICHE E SOCIALI.
    Il fascismo di superficie è morto e sepolto. Quello profondo è ancora molto attivo e attende nuove circostanze che “legittimino la violenza”.
    Zhok mi accusa di utilizzare il termine “fascismo” in forme: “tanto vaghe e retoriche da poter intendere con esse tutto e il contrario di tutto”. Ritengo, al contrario, di avere un’idea precisa di cosa intendo con “carattere fascista” e ritengo di potermi confrontare seriamente con tutti coloro siano desiderosi di un dialogo, purché disposti al sacrificio del confronto calmo, serio e approfondito.

    In sintesi, ritengo di essere antifascista oggi. In che senso? Ecco gli elementi di caratterizzazione:

    ANTIFASCISMO COME:
    a) Impegno nella tutela della Costituzione, per la trasparenza dello Stato, per la lotta contro la corruzione e l’uso “deviato” degli apparati dello Stato per realizzare “disegni eversivi”;
    b) Impegno storiografico che mira a preservare la memoria delle vittime e a distinguere nettamente i livelli di responsabilità dei carnefici;
    b) Impegno sociologico e politico nel combattere tutte le forze disintegranti della società che agiscono nel nostro paese e che creano le condizioni materiali e spirituali per “riattivare” le parti più oscure della personalità degli individui;
    c) Impegno psicologico e pedagogico per rimuovere le cause di un “carattere fascista” che continua a duplicarsi nonostante i cambiamenti di superficie;
    d) Lotta contro lo strapotere del Sistema Tecnico (in cui il capitalismo è inglobato) e recupero dei principi di solidarietà umana, cooperazione, giustizia, carità, amicizia. Aldilà di ogni ideologia, di ogni appartenenza.

    Andrea Zhok sostiene che esiste una differenza di piani tra: “l’antifascismo come disposizione personale, pratica o anche normativa, rispetto all’antifascismo come proclamazione, cerimonia, presa di posizione pubblica”. È molto difficile per me accettare questa distinzione e ritengo sia impossibile stabilire una separazione tra la morale interiore e l’azione politica.

    Invito tutti i partecipanti a questo dibattito – che ringrazio per gli stimoli e per le critiche – a incontrarsi per discutere approfonditamente di questi argomenti in sedi e con modalità proprie degli studiosi. Allargando la partecipazione a specialisti di altri settori. Altrimenti, si rischia di svilire un tema che merita di essere trattato con il massimo rispetto. Con la massima tensione morale.

    Pietro Piro
    Università di Roma Tre

    Rispondi

  3. 6 ottobre 2014 @ 9:08 Andrea Zhok

    Caro Pietro Piro.
    1) Continuo a pensare che la sua caratterizzazione di cosa conterebbe come “fascismo” sia troppo vago per consentirne un uso che non sia uno stigma retorico. Nelle specifiche che lei fornisce troviamo, per dire, il riferimento ad un “atteggiamento profondo del popolo italiano”, che mi pare nozione buona per tutti gli usi, tanto quanto “italiani brava gente”, “italiani familisti”, ecc. ecc. Se stiamo ad un’analisi storica del fenomeno “Fascismo italiano” dovremmo, ad esempio, mettere in primo piano la centralità della mitologia della guerra e del soldato, che lei non nomina neppure e che, si potrebbe argomentare, è proprio il punto su cui il fascismo ha prima guadagnato gli entusiasmi popolari e poi perduto (con la sconfitta militare) il suo consenso. Il “fascismo” di cui lei parla è più o meno la qualità connotativa di autoritarismo liquidatorio che si può rintracciare in modo ubiquo in Italia e fuori di Italia, di norma in contesti culturalmente primitivi e che si sentono sotto minaccia. Io trovo questo modo di usare il termine intellettualmente scorretto (troppo impreciso) e operativamente dannoso (si risolve in un insulto per l’oggetto cui lo si attribuisce, impedendo ogni ulteriore analisi). Poi se lei ci tiene ad usare il termine in questo modo, beh, è un paese libero, faccia come ritiene più opportuno.
    2) Come lei correttamente ricorda io distinguo: “l’antifascismo come disposizione personale, pratica o anche normativa, rispetto all’antifascismo come proclamazione, cerimonia, presa di posizione pubblica”. A ciò lei replica che questa distinzione non è per lei accettabile in quanto per lei è “impossibile stabilire una separazione tra la morale interiore e l’azione politica.” Solo che io non ho affatto distinto tra morale e azione. Disposizione personale, pratica e normativa sono morale ed azione politica, e stanno dalla stessa (legittima) parte. Ciò che rigetto è l’aspetto di esternazione pubblica, cerimoniale, commemorativa, l’antifascismo se-dicente come proclamazione ed autodefinizione, insomma tutti quegli aspetti dell’antifascismo che hanno il solo ruolo di tirare una bella riga tra “noi” e “loro”, di “fidelizzare le truppe”, di dare un’illusione di compattezza ed univocità ai fronti. Questo è un atteggiamento che trovo comprensibile, ed anche utile, nelle fasi storiche di scontro diretto, in cui si tratta di mettere in mostra la divisa per distinguere rapidamente tra amici e nemici (“tu da che parte stai?”); ma nelle fasi storiche di pace e, sperabilmente, di riflessione, questo “antifascismo” annunciato è semplicemente un residuo primitivo, un residuo, mi permetta, un poco “fascista” (nel suo uso allargatissimo del termine), in quanto mira a conferire un’identità di gruppo a buon mercato, soddisfacendo un bisogno umano, troppo umano, di appartenenza.

    Rispondi

  4. 6 ottobre 2014 @ 15:58 Pietro Piro

    Caro Andrea Zhok,
    la ringrazio per la risposta e per le critiche.
    1) Lei ritiene che il mio utilizzo del termine “carattere fascista” sia intellettualmente scorretto (troppo impreciso) e operativamente dannoso. Inoltre mi definisce anche un poco “fascista” (nel suo uso allargatissimo del termine).

    Può darsi che abbia ragione. Può darsi che esista una interpretazione corretta del fascismo intellettualmente precisa e operativamente proficua (di cui, a quanto risulta dal suo modo di argomentare, Lei sarebbe il custode).

    Ritengo che analisi intellettualmente precise e corrette sul fascismo italiano si possano rintracciare sin dal “Corso sugli avversari” tenuto da Togliatti a Mosca tra il gennaio e l’aprile 1935 presso una scuola quadri della Terza Internazionale. Tuttavia data la “faziosità del testo” è meglio leggere il volume più “laico” e comparativo a cura di S. U. Larsen-B. Hagtvet-J. Petter Myklebust, “Who Were the Fascists. Social Roots of European Fascism” del 1980 (edito in Italia nel 1996 da Ponte alle Grazie). Forse però, se vogliamo un’analisi veramente innovativa e intellettualmente corretta (che mette insieme molti aspetti prima trascurati) bisognerebbe leggere i lavori di Emilio Gentile (cominciando da “Fascismo. Storia e interpretazione” e “Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista”). Sono convinto che già disponiamo di analisi corrette e intellettualmente profonde. Sono centinaia i volumi “fondamentali” sul fascismo italiano che è necessario conoscere prima di lanciarsi in facili interpretazioni.
    In questo momento non sono in grado di offrire analisi del fascismo storico più approfondite e intellettualmente efficaci rispetto a quelle che già sono state prodotte.
    Le mie “insistenze” sulla presenza individuabile di meccanismi psicologici che tendono a duplicarsi nel tempo nonostante il mutare delle condizioni socio economiche e che definisco in riferimento al periodo storico da noi preso in esame come: “carattere fascista” – oltre che sull’osservazione e sullo studio diretto – sono ricavate dalle analisi di T.W. Adorno, E. Fromm, W. Reich, J. Korczak, A. Miller e da “intuizioni” di decine di psicologi, sociologi, psicoterapeuti, medici, scrittori, che si sono interrogati sulle radici profonde dei meccanismi di adesione al fascismo. Questi autori si erano accorti che esistevano dei “meccanismi” che con un sapiente uso della propaganda e della giustificazione della violenza potevano essere “attivati” dai capi dei partiti per sostenere i propri disegni politici. Mussolini amava leggere Gustave Le Bon perché? Solo per passione intellettuale?

    Può darsi che Lei non condivida questo modo di approcciare al problema. Ci sono tanti intellettuali che non si occupano di questi argomenti perché non li ritengono interessanti. Altri, semplicemente, perché non li comprendono.
    Tuttavia è intellettualmente scorretto bollare una interpretazione che non si condivide (o non si conosce affatto, o si conosce e non si ama) come uno “stigma retorico”.
    Potrei ribattere che tutte le sue annotazioni non sono altro che uno stigma retorico e altre frasi del genere. Non lo farò perché non è corretto e non è scientificamente utile. Non sono interessato allo scontro. Non sono interessato a un “primato”. Oppure, pratica ancora più infantile, a voler avere l’ultima parola su tutto. Cerco un confronto su argomenti di grande spessore.
    Per questo motivo rinnovo a Lei e “a tutti gli studiosi coinvolti in questa diatriba a incontrarsi per discutere approfonditamente di questi argomenti in sedi e con modalità proprie degli studiosi. Allargando la partecipazione a specialisti di altri settori. Altrimenti, si rischia di svilire un tema che merita di essere trattato con il massimo rispetto. Con la massima tensione morale”.
    Saluti cordialissimi,

    Pietro Piro
    Università di Roma Tre

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    • 11 gennaio 2016 @ 17:48 fabio

      in italia tantissimi sono sicuramente di destra. Molti fascisti puri. mica ci sono solo gli ultra’ e mica votano Forza Nuova. Votano i partiti “normali” di centro destra o non votano proprio. Da quindici anni almeno l’ Italia e’ sicuramente di stampo fascistoide. per 20 anni berlusconiani e ora Salvini prende la staffetta del vecchietto. Fusaro ripete meccanicamente gli errori di Preve. il caso della scuola Diaz dimostra che il fascismo anche se in forma piu’ subdola esiste ancora. E il pestaggio di Carlomagno da sbirri e perfino dal medico del pronto soccorso. per una domanda scomodo lo picchiano a sangue ripetutamente. Lo picchia anche il medico e lo denunciano per oltraggio a pubblico ufficiale. Fusaro e’ un dotto incompetente

      Rispondi

  5. 7 ottobre 2014 @ 7:49 Andrea Zhok

    Caro Pietro, se rilegge quanto sopra scoprirà che ho detto che l’uso generalizzato della parola “fascista”, che lei adotta, lo riduce ad uno stigma retorico, non che la sua interpretazione/opinione è uno stigma retorico. Dunque non c’è ragione di adontarsi. Sul resto ho detto quello che avevo da dire.

    Rispondi

  6. 22 dicembre 2014 @ 14:59 Andrea Pitto

    POLARITA’ SINISTRA/DESTRA, ANTIFASCISMO/ANTICOMUNISMO

    La polarità sinistra/destra, come è noto, ha una derivazione essenzialmente parlamentare. Risale alla Rivoluzione francese e si è consolidata nell’Ottocento arrivando ai nostri giorni. Semplificando, dovrebbe significare, opporsi (sinistra) o meno (destra) alla volontà del capitalismo (capitalisti, poteri forti, ecc.) di perpetrare i suoi autoreferenziali, infami, sporchi, ecc., interessi… scusandomi, per la terminologia non propriamente politologica.
    La speranza mai sopita è che si diffonda la consapevolezza che il cosiddetto liberismo imprenditoriale sia in realtà valutato per quel che realmente è: la libertà dei soli imprenditori (aziende, trust, holding, ecc.) di agire nel mercato, sulle spalle di chi ne sopporta le dannose conseguenze.
    Il regista Silvano Agosto parla, non senza ironica efficacia, di imprenditori come di “prenditori”.
    Diciamo, per inciso, che ogni imprenditorialità va (andrebbe, il solito contrasto sein/sollen) collocata in un sistema di equa suddivisione del lavoro unitamente ad una corretta ripartizione dei guadagni… ma è una questione – semplice e logica se non si vuole suffragare, anche teoricamente, regimi fondati sulla diseguaglianza come quelli capitalistico-finanziari – da dibattere meglio in altro contesto.
    Sostanzialmente, appoggiare il versante di sinistra della suddetta dicotomia, significa, in prima e generalissima istanza, criticare (l’arma della critica è fondamentale, seppur deve poi dare adito a conseguenze pratiche), opporsi, combattere,boicottare, l’apparato, come diceva Althusser o l’apparato tecnico come dice Galimberti, il capitalismo (di cui parla Marx), la società dello spettacolo (evocata da Debord)… fermandomi qui per evitare l’eccesso dei riferimenti.
    Sostenere il polo di destra significa, invece, usufruire pedissequamente e anzi promuovere lo status quo (in fondo capetti e capoccia, padroncini e padreterni ci sono sempre stati), o meglio, perfezionarlo nel senso del mantenimento dei privilegi che spesso vengono tramandati “ereditariamente” e subiscono una alternanza in base ai rapporti di forza dei contendenti (i capitalisti, le banche, i trust, le Nazioni, ecc.)
    E’ necessario, o sarebbe necessario, impegnandosi a sinistra, identificare gli attori (soggetti umani, sociali e politici) che conseguono (e ne sono consustanziali) da un sistema sociale fondato su potere e capitale come unici elementi socialmente rilevanti.
    Nel contempo è indispensabile riflettere sui meccanismi sociali e psicologici che permettono l’assuefazione e quindi l’accettazione di realtà altrimenti illogiche, paradossali, maligne. Ma investigare la “struttura caratteriale” (W.Reich) e il “fattore soggettivo” della storia, entrando così nell’ambito psicologico, sarebbe un discorso troppo lungo.
    Per il momento cercherò di porre l’accento soltanto su alcune questioni generiche, prevalentemente di natura socio-politica e quindi di importanza cruciale, al fine di illustrare la dicotomia destra/sinistra, senza poter in alcun modo essere esaustivi .
    Un esempio tra tutti e nemmeno quello che comunemente salta più all’occhio indagatore: il principio d’eredità, che in quanto facente parte del diritto è contiguo solidamente al sistema economico-finanziario ad esso sotteso (struttura-sovrastruttura marxiana e vedere anche dibattito Marx-Bakunin nella prima Internazionale).
    Questo principio, in soldoni, sancisce che il “debosciato” (vedere dopo) di turno, spesso nullafacente e ai gradi minimi di un immaginario elenco meritocratico, ottiene potere sotto forma di straboccanti conti bancari e altisonanti mansioni manageriali o altro del genere. Da ricordare che “altro del genere” può significare successioni monarchiche e subentri finanziari ai piu’ alti livelli.
    Ecco, accettare più o meno supinamente (acriticamente) tutto questo significa essere di destra. Affannarsi ,facendo tabula rasa attorno a sé, significa essere di… ultradestra.
    Non accettare tutto questo comporta la tendenza a essere di sinistra. E già in questo possiamo notare come molti cosiddetti di sinistra trasaliscono a tal proposito. Evito di mettere il virgolettato ai termini destra e sinistra anche se spesso sarebbe necessario.
    Tuttavia prima di prendere una decisione (essere di destra o di sinistra nel caso specifico e poi in generale), bisogna valutare le implicazioni che questa polarità comporta. Vale a dire ciò che implica anche nella semplice occasionalità quotidiana (interessi quotidiani o di lunga durata) o nella personale situazione che il “decidente” vive, retaggio, nell’esempio appena costituito, della sua stessa catena ereditaria.
    In sostanza il mio discorso è semplice e, nell’esempio appena fatto, implica questo: non è lecito usufruire dei capitali e del potere che la famiglia ha acquisito.
    Ognuno “deve” trovarsi allo stesso punto di partenza quando ha la fortuna/sfortuna di essere “gettato nel mondo” e aprirsi alla realtà. E poi vada avanti secondo le sue capacità e senza basarsi sul lavoro altrui per raggiungere gli onorevoli scopi cui le sue attività tendono.
    Le tesi con un autentico contenuto di sinistra, che tempo fa Moretti esortava venissero espresse, sono dunque queste, anzi, almeno queste… e ricordate che sono tesi non regole:
    1) Delegittimazione (almeno logica, etica, se non politica) diritto di eredità e di proprietà (mezzi di produzione ecc.) oltre sacrosanto tetto sulla testa e poco altro. Che scandalo questo asserto! E quanto utopistico appare, essendo, tra l’altro, il diritto, il sistema legislativo, un’emanazione del sistema di produzione capitalistico atto a consolidarlo tutelandone il proseguimento.
    2) Delegittimazione accumulo capitale e utilizzo lavoro altrui per eseguire il cosiddetto lavoro in proprio (che altro scandalo questa affermazione! Vade retro satana!). Da cui deriva che non è possibile arricchirsi (accumulare capitale)se non utilizzando (sfruttamento) il lavoro di altri (plusvalore).
    L’imprenditore è un prenditore, ritornando ad Agosti.
    Lavori in collettività comportano suddivisione collettiva dei benefici. Il lavoratore non può essere immesso in un rapporto di sudditanza, né tantomeno essere fonte di sostentamento per l’imprenditore (padrone, suggestivi i vecchi termini!). Se non è possibile o accettabile questo tipo di rapporto lavorativo, ciò significa soltanto una cosa: l’arricchimento, il guadagno imprenditoriale, sono possibili soltanto con lo sfruttamento del lavoro altrui il che significa che il lavoro, nell’accezione più vasta del termine, sarebbe realizzabile soltanto laddove sia attuata una qualche iniquità economica.
    Il lavoro sarebbe, in altri termini, inficiato all’origine, di proprietà parassitarie e non sarebbe pensabile, al contrario, un lavoro, un’attività lavorativa, al contrario fondata su presupposti egualitari che prescindano da sfruttamento e speculazione. Il lavoro è attività prettamente umana come l’autocoscienza, il pollice opponente e poche altre caratteristiche e dunque è possibile soltanto in un regime capitalistico, cioè di sfruttamento iniquo? Sono certo di no.
    E non si dica che sono gli imprenditori-capitalisti ad offrire lavoro (come buoni samaritani) ai lavoratori ,appunto. Al contrario, sono questi ultimi che permettono a quelli di arricchirsi e ove non vi sia vero e proprio arricchimento, di assumere ruoli dirigenziali che comunque rappresentano sempre e soltanto quei privilegi che i “sottoposti” nemmeno sognano di poter ottenere.
    Impostazioni teoriche, lo so, ma questa è un’analisi teorico-critica, non dimentichiamolo. Se poi essa si possa transustanziare in progetti e attività reali sarà il tempo e la storia a deciderlo, magari anche con l’ausilio della volontà di qualcuno (delle “genti” mi pare un tantino improbabile, ma non si sa mai!).
    3) Seguendo il ragionamento di Platone e attualizzandolo: non legittimo che la ricchezza di alcuni sia superiore di 7/10 volte (mi pare dicesse così il filosofo nella Repubblica, ma non è determinante, è valido il principio) quella del piu’ povero. Sulle proporzioni ovviamente sarebbe necessario dire qualcosa in più, anche perchè in Grecia il calcolo, seppur ipotetico, di Platone riguardava soltanto le classi al potere, non l’intera popolazione. Tuttavia mi pare una chimerica (consideriamo soltanto i guru della ricchezza) ma sacrosanta e benefica tendenza sociale. Valida anche soltanto come argomento del proprio pensare.
    Ricordo, in aggiunta, che la celebrità, il riconoscimento, il rispetto, derivante da una capacità (canto, arte, ricerca scientifica, magari straordinaria bellezza, ecc.) di per sé sono privilegi brucianti anche in assenza di vantaggi economici spropositati: accontentarsi di quello che la sorte ha dato ai piu’ fortunati! Non volersi accaparrare tutto, proprio tutto! Suvvia, un po’ di dignità!
    Meno guadagni e soprattutto pensare a coloro che rendono possiblile ogni attività (artistica, scientifica, ecc.) con il lavoro pratico “materiale” (produrre dvd, fare film, produrre strumenti musicali, materiali per le varie arti, per i laboratori e macchinari scientifici, ecc.) Tutto lavoro che deve essere valutato e senza il quale nessun straordinario musicista, ad esempio, potrebbe suonare la benchè minima nota. Da straordinario musicista strapagato diverrebbe un desiderante e fantasmatico operatore musicale in potenza.
    Naturalmente la delegittimazione, cioè un mutamento di leggi non ha nessuna possibilità di ottenere l’effetto che si prefiggono i tre punti in questione.
    Il mio discorso rimane (pur non volendolo) prevalentemente un discorso teorico-critico (da una sorta di torre d’avorio francofortese), anche perchè le leggi, ripeto, vengono pilotate proprio da chi ha il potere di farlo, cioè da chi possiede maggiori risorse finanziarie e può ottenere lauree nelle migliori università, avere validi appoggi politici pregressi, usare il denaro come strumento che convince, che manipola e via di questo passo (zampettando nella melma più olezzante). Sarebbe bene, ma il contesto non lo permette, dire qualcosa in più sui rapporti, su citati, tra “struttura” e sovrastruttura”, ma evito di addentrarmi in questo comunque supervisitato argomento.
    Inoltre le classi ricche (i padroni), è bene ricordarlo, trovano sempre il modo di spalmare chissà dove i loro beni iperprotetti : il sistema è fatto da loro, compresi corpi, anticorpi e siti introvabili.
    Insomma, è verosimile formulare pensieri di sinistra.
    Sia chiaro, al di fuori dei tre punti che ho appena menzionato (ma forse altri dirimenti in tal senso si possono menzionare)non v’è possibilità alcuna nel merito considerato. Nessuno che li condividesse può suffragare il capitalismo o un sistema totalitario gerarchico e oppressivo.
    Chiunque li approva può essere considerato, a ragion veduta, di sinistra e poi, di volta in volta, comunista, libertario e quant’altro.
    Chiunque li ostacoli può essere considerato, a ragion veduta, di destra e poi, di volta in volta, fascista, nazista e quant’altro.
    In altre parole, all’esterno di quei propositi si presenta il normale, consueto, maleodorante, sanguinario, altezzoso, violento, autoritario, opprimente, devastante pensiero di destra, con molteplici declinazioni possibili.
    Non ho messo, come punto identificativo dell’atteggiamento di sinistra, l’anticapitalismo per due motivi: A) è ovvio che il capitalismo sia un sistema sociale ed economico da contrastare. B) Alcune formazioni o partiti dichiaratamente fascisti sono, almeno a parole e spesso senza conoscerne le implicazioni reali o soltanto logiche, anticapitalisti e quindi…
    Inoltre non ho inserito l’antiamericanismo perchè è di nuovo ovvio ma anche perchè, ragionando in questi termini, dovrei costituire tanti “anti” quanti sono gli stati del mondo, seppur facendo magari una tabella che quantifichi le caratteristiche che maggiormente pongano i rispettivi sistemi statali ( e sociali) in una ideale linea, che da libertà ed equità giunga a schiavitù e iniquità eclatanti. Nella piramide dei “poteri forti” non c’è dubbio che, ancora allo stato attuale, gli USA siano assestati al vertice(seppur in leggero sgretolamento).
    A questo punto eliminiamo la polarità destra-sinistra? Direi di no, perchè rimane, a mio parere, ancora utile, seppur impreciso, strumento concettuale per mettere a punto un’idea, sia pur grossolana, di qual genere di interlocutori (singoli, gruppi, istituzioni, ecc.) ci troviamo a fronteggiare, anche se dobbiamo convenire non sia dirimente per comprendere a fondo le reali prospettive, valori, credenze, tendenze, autentico senso di giustizia, presenti in loro (essi).
    D’altra parte, quasi certamente, in occidente, le forze di destra o di “destra” si collocano, ripeto, in antitesi rispetto ai tre punti di cui sopra. Tuttavia anche quelle che si dichiarano di sinistra – anche loro spesso inconsapevoli delle valenze che comporta contrapporsi oppure no allo sfruttamento del lavoro, al capitalismo, ecc.- sovente non sono da meno nel contrapporsi alle questioni sollevate dai medesimi tre punti.
    In definitiva: destrorsi-fascisti, “destrorsi”, sinistrorsi e “sinistrorsi” uniti nella lotta, con poche eccezioni, purtroppo.
    Ciò accade ancor più nell’attività parlamentare e ancor meno in quei rari ambiti dove vigono , fortunatamente, canoni di pensiero e comportamento disgiunti da interessi di potere o di sfruttamento.
    Ripeto: dirimente è la posizione rispetto ai tre argomenti anzi posti.
    Al di fuori c’è soltanto il chiacchiericcio altisonante degli arrivisti, dei già arrivati, degli ipocriti e dei debosciati (da vocabolario: ridotti a fiacchezza morale e fisica a causa dei vizi e sregolatezza dei loro costumi; figura socio-psicologica che non comporta, ovviamente, soltanto un giudizio morale).
    Non vi sono difformità essenziali tra e nei popoli (etnie,nazionalità, credenze, generi, ecc), ma queste sono davvero sostanziali, come il termine evoca, quando il sistema differenziale si basa sulla ricchezza (e il potere).
    Il “ricco” è davvero altro dal “povero”.
    L’imprenditore-capitalista-finanziere è davvero altro rispetto al lavoratore-sfruttato-indigente-senza lavoro.
    Peccato: si ritorna sempre all’importanza dirimente dell’economia e del potere nonostante l’anima (mente) umana abbia la potenzialità di esprimere eterei e fantastici costrutti concettuali, magnifici prodotti artistici, benevoli e lungimiranti progetti futuri, desideri che travalicano quelli meramente personalistici… (suvvia, accettiamo un po’ di “ etica poetico-psicologica”).

    Tutto quanto affermato non ha velleità (o vuole dare indicazioni) votazionistiche (il parlamento è solo la punta di quell’iceberg che è il sistema-apparato) ma pretende di rimanere sul piano dell’analisi critica, un piacere, a volte privilegio, di chi cerca di decodificare gli elementi della realtà facendone emergere l’intrinseca natura, che, detto francamente, è piuttosto difficile da modificare, estirpare o debellare e tuttavia è necessario (fa stare meglio psicologicamente) fare “come se” (Vaihinger) in qualche arcana e inusuale maniera una possibilità diversa e migliore venga sviluppata.
    E qui potrei citare l’importanza della “praxis”, dell’azione, sulla scia di Aristotele, di Fichte senza convincimento, di Gentile – pur credendo meglio non citarlo (come punizione), visto il suo fascismo proclamato e opportunisticamente utilizzato per fini personali – , di Gramsci con rispetto e di tutti coloro che hanno dato la vita, nella pratica appunto, per mutare in meglio le condizioni sociali e quindi la storia.
    Definisco, dunque, pensiero di sinistra quello che attesta positivamente i tre punti sopra elencati.
    Al contrario, definisco “pensiero” di destra quello che si contrappone a quelle stesse istanze.
    Per quale motivo aggiungere le virgolette alla parola pensiero?
    Perchè in questo caso non è un vero e proprio pensiero, dato che è mosso da interessi e paure di perderli.
    O meglio è un pensiero limitato, non libero (sottoposto alla dittatura del proprio interesse, non oggettivo, il liberalismo-neoliberismo è una farsa deleteria, oltrechè essere ipocrita), incapace di relazionarsi con altre costruzioni cognitive, impossibilitato a creare cose ed eventi originali. Insomma è un simulacro di pensiero che, nell’economia culturale generale, produce rallentamenti, distorsioni, zoppicature e quant’altro, inoltre, naturalmente, ogni genere di turpi disparità tra le moltitudini umane.
    Un appunto alla questione suscitata nuovamente da Diego Fusaro circa l’inutilità dell’antifascismo (e dell’anticomunismo).
    Quest’ultimo “anti” è davvero inutile giacchè nessun governo o stato, ha mai messo in opera qualcosa che possa definirsi “comunismo” in base alla teoria sorta storicamente o soltanto lasciandoci guidare dalla sua semantica che, mi pare, sia chiara.
    L’anticomunismo è, tuttavia, uno strumento concettuale che viene inalberato pretendendo di confermare la propria voglia di libertà, contrastando ad esempio i regimi dittatoriali e invece – è evidente a tutti coloro che pensano non ideologicamente – maschera la tendenza a giustificare e rendere libera ogni azione che promuova le proprie iniziative, specie in ambito lavorativo-imprenditoriale ma anche in altri ambiti dell’”esserci” (senza per questo promuovere il filosofo della Foresta Nera, anzi).
    In altre parole, come scrivevo poc’anzi: fare i propri comodi anche a detrimento dei propri simili, soprattutto usando il lavoro e l’impegno del prossimo (altrimenti è impossibile), onde, semplificando, poter accrescere il conto bancario personale.
    Altra questione è l’antifascismo.
    Innanzi tutto il fascismo può essere declinato in vari modi e sappiamo quanto gli storici siano discordi sul cosiddetto minimo denominatore comune che sottenda a tutte le esperienze storiche a cui si è, legittimamente oppure no, applicato l’attributo fascista (infatti il termine “totalitarismo” viene incontro a queste indecisioni). A volte ho la tentazione di dare giudizi intuitivi senza cioè argomentare, anche se non reputo questa operazione legittima, specie quando si compone un testo teorico e tuttavia mi vien da dire che è “intuitivo” reputare una certa esperienza storica come fascista oppure dire di un certo comportamento che è fascista. Ma lasciamo perdere queste divagazioni “emotive””.
    In seconda istanza, qualsiasi concetto storico non esaurisce i significati del fascismo. Se non altro declinare questo termine-concetto-tipo sotto il profilo psicologico e comportamentale mi sembra assolutamente degno di nota. A riguardo citare Wilhelm Reich è sacrosanto e quindi riserviamo ad altre occasioni di addentrarci sulla struttura caratteriale del fascismo (dei fascisti auto consapevoli oppure no). Dirò soltanto che alcuni regimi meglio di altri operano una selezione attitudinale funesta al fine di far emergere (e aumentare numericamente) gli individui più violenti, sadomasochisti, arrivisti, egocentrici, implacabili, ecc., consegnando loro l’organizzazione del regime stesso. Ebbene questo non soltanto è accaduto in passato ma accade anche nel presente e quel che forse è più importante può accadere anche nel futuro.
    Il fascismo è l’extrema ratio (?) di uno stato (o altro) per imporre il potere sulle folle. In quanto strumento, può essere riposto in un cassetto (storico), magari anche dimenticato (posto nel “preconscio”, direbbe Freud) ma quando si prospettassero avvenimenti o condizioni adeguate i “poteri forti” non mancherebbero di aprire quel cassetto e adoperare quanto, silente e non visibile anche da tempo, vi è stato riposto.
    Dunque l’ antifascismo deve con certezza essere mantenuto: il suo spirito non si riferisce soltanto a qualcosa che è avvenuto ma esprime qualcosa che può ancora avvenire e inoltre l’antifascismo, teorico o pratico, è molto vicino al concetto di critica.
    La critica, in generale, sottopone a indagine gli eventi sociali e politici (e non soltanto) così come l’antifascismo (critica+ vigile antifascismo) utilizza questo strumento concettuale per determinare le analogie (in atto o in potenza) presenti in progetti, sistemi, governi attuali, rispetto a quelli famigerati delle dittature totalitarie del passato.
    Naturalmente non si può né si deve comporre la dicotomia antifascismo/anticapitalismo.
    In altri termini, la questione è questa: né fascismo, né capitalismo oppure antifascismo e anticapitalismo.
    Mi sembra semplice ragionare in tali termini senza dare adito ad elucubrazioni anti che spesso fanno perdere la consapevolezza di quale sia la realtà: il fascismo è consustanziale al capitalismo e quando questo ne ha bisogno viene tirato fuori questa volta dal cappello magico (non c’era e adesso c’è!).
    Per concludere una nota di puro rammarico.
    E’ sempre più facile la pars construens di quella destruens, specie quando si esaminano le tematiche affrontare in questo testo e quindi mi pare inutile “accusare” chicchessia di fare soltanto analisi sui dati di fatto (sia pur in evoluzione) senza poi esprimere le modalità con cui sia possibile mutarli sostanzialmente.
    Riguardo al futuro e alla sua costruzione, siamo tutti nelle medesime condizioni, in alto mare, cioè.
    L’importante è porsi nella prospettiva che il futuro è emendabile, trasformabile e che la nippoamericana fine della storia è un’idea tra le tante e neppure, speriamo, la più probabile.

    P.S. Mi scuso per l’editing approssimativo ma il tempo è tiranno.

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