Pornografia amatoriale 2.0

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Secondo la letteratura sul tema, la pornografia amatoriale manifesta almeno due tratti distintivi: è auto-prodotta in modo non professionale senza specifiche finalità di lucro; e rappresenta “persone ordinarie” intente in attività sessuali “private”. Le origini della pornografia amatoriale possono essere fatte risalire almeno alla diffusione della Polaroid, negli anni Settanta; in seguito, negli anni Ottanta e Novanta, la nascita dei camrecorder, delle BBS (Bulletin Board System) e del primo World Wide Web ha portato la pornografia amatoriale ad assumere progressivamente una dimensione (e una rilevanza) sociale sempre più vasta. Con la convergenza digitale e la nascita del Web 2.0, negli anni Duemila, la pornografia amatoriale subisce però un’“esplosione” (quantitativa e qualitativa) senza precedenti, tanto da porsi oggi come la forma forse più emblematica di neo-pornografia digitale, prodotta e distribuita dal “basso” direttamente dagli utenti della Rete con grande successo di “pubblico”. Quelle che seguono sono alcune “note” sulle caratteristiche espressive e discorsive della pornografia amatoriale contemporanea, utili speriamo a gettare un po’ di luce su un oggetto molto diffuso e “consumato”, ma molto poco studiato e “discusso”.
La pornografia amatoriale contemporanea si trova a nostro avviso all’incrocio di due “spinte” contrapposte e contradditorie. Essa è caratterizzata, infatti, da una sorta di “tensione” interna fra l’emancipazione dalle “convenzioni generiche” della pornografia e la subordinazione a queste stesse convenzioni. Da un lato, il porno amatoriale sembra trascendere e decostruire le convenzioni rappresentative e iconografiche della pornografia commerciale – quelle formalizzate nei primi anni Settanta con la nascita del feature-lenght hard-core film, cioè del lungometraggio pornografico narrativo. Per esempio, i video ospitati in un sito come Wife Bucket (tra i più grandi archivi on line dedicati al porno amatoriale) tendono a indebolire il principio di massima visibilità del meat shot (cioè dell’inquadratura della penetrazione) e a considerare “accessoria” la presenza del money shot (cioè dell’inquadratura dell’eiaculazione esterna) che come osservato da Linda Williams nel seminale Hard Core: Power, Pleasure, and the «Frenzy of the Visible» rappresenta la “figura retorica” centrale del genere pornografico. Tali video sembrano dunque sfidare le modalità di rappresentazione sessuale che dominano la pornografia commerciale; essi possono infatti cominciare in medias res con il sesso orale e concludersi senza orgasmo. Inoltre, i protagonisti sia maschili che femminili dei porno amatoriali sono molto distanti dagli standard di prestanza fisica incarnati dai performer della pornografia mainstream, con i loro corpi perfetti da supermodelle e adoni iper-palestrati. Al contrario, questi video aprono la rappresentazione sessuale a una serie di tipologie corporee prima escluse, trascendendo le norme culturali di bellezza che sottendono il porno tradizionale. In molti dei video che troviamo su Wife Bucket, infatti, i protagonisti hanno corpi pelosi, grassi, smunti, pallidi, di mezza età, ecc.
È questa emancipazione dalle “regole di genere” dell’hard tradizionale a fondare a nostro avviso quello che secondo diversi commentatori è il tratto distintivo del porno amatoriale, cioè la sua «realness» (per usare un termine inglese caro a Sergio Messina, autore di un bel libro sul tema intitolato Real Sex): l’impressione che esso rappresenti davvero il sesso “reale”, il sesso “autentico”, quello che le persone “normali” compiono appunto nella “realtà”. Spingendo più avanti la riflessione, potremmo dire che questi video offrano allo spettatore un “piacere non-generico”, come se veicolassero una sorta di sesso “ontologico” – il sesso così com’è nella realtà –, un sesso che imprime la propria “essenza” direttamente nelle immagini, al netto di qualunque “mediazione” di genere. Un sesso non-generificato, appunto. O ancora meglio: un sesso non-pornificato (perché appunto “esterno” al genere porno, in quanto insieme codificato di convenzioni rappresentative).
Dall’altro lato, come dicevamo, in diretta contraddizione a quanto appena osservato, la pornografia amatoriale sembra stabilire un rapporto di subordinazione alle convenzioni generiche del porno, a cui tende a fare riferimento come “supporto” per mettere in scena le proprie performance sessuali. Secondo molti studiosi, infatti, (anche) la pornografia amatoriale impiega dei “porno-script” normativi, cioè un insieme prescrittivo di prestazioni e di inquadrature che sono alla base del porno mainstream. Questi porno-script permeano i video amatoriali anzitutto attraverso l’attività della telecamera, cioè attraverso specifiche tecniche di ripresa importate dalla pornografia commerciale, come per esempio la pratica di inquadrare l’azione dal punto di vista dell’uomo (che spesso tiene in mano la macchina da presa durante l’intero rapporto sessuale), per permettere così allo spettatore (maschio) di esperirla in modo vicario. Inoltre, l’incidenza dei porno-script nei video amatoriali risulta evidente nelle posizioni sessuali prescelte dai loro protagonisti, che a volte tentano di riprodurre le atletiche e faticose coreografie della pornografia industriale (tra screwdriver ginnici e reverse cowgirl volanti), con risultati spesso goffi e impacciati.
Questo processo è correlato a una tensione inversa a quello discussa poco sopra: una tensione tesa per così dire alla (ri)pornificazione della performance sessuale “domestica”. È come se i protagonisti dei porno amatoriali, infatti, non si accontentassero solo di registrare la propria “ordinaria” attività sessuale, ma volessero in un certo senso fare del “vero” porno. O meglio: volessero dare alla propria attività sessuale una “forma” (una “nobiltà”, ci spingiamo a dire) pornografica, attingendo dunque dal genere porno gli elementi per raggiungere questo scopo. La pornografia amatoriale è dunque caratterizzata, in questa prospettiva, da un’irresolubile contraddizione interna tra l’annullamento e la (ri)affermazione delle convenzioni generiche del porno industriale, cioè tra la registrazione indicale, diretta, della realtà sessuale e la sua ricostruzione/restituzione simbolica e iper-codificata; una contraddizione che sembra rappresentare il cuore stesso del suo statuto discorsivo, e del suo appeal pubblico e “commerciale”.

 

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Federico Zecca

Federico Zecca insegna Teoria e critica dei media e Semiologia degli audiovisivi all’Università di Udine. È caporedattore di Cinergie: Il cinema e le altre arti , redattore di Cinéma & CIE: International Film Studies Journal (Carocci), e componente dell’Editorial Board di Porn Studies (Routledge). È membro del Comitato Scientifico del FilmForum di Udine/Gorizia. Dal 2010 coordina la sezione dedicata ai porn studies della MAGIS – Gorizia International Film Studies Spring School. I suoi principali interessi di ricerca vertono sull’intertestualità e l’intermedialità filmica, la teoria dell’adattamento e della traduzione, la convergenza dei media, il cinema popolare italiano, i gender studies e gli studi sulla pornografia. Tra le sue ultime pubblicazioni: le curatele Il cinema della convergenza. Industria, racconto, pubblico (2012) e Porn After Porn: Contemporary Alternative Pornographies (2014, con Enrico Biasin e Giovanna Maina); e la monografia Cinema e intermedialità. Modelli di traduzione (2013).


'Pornografia amatoriale 2.0' 1 commento

  1. 28 settembre 2014 @ 17:51 gianfranco marrone

    ciao federico, bell’articolo, complimenti.
    solo un appunto da semologo pignolo: che cosa succederebbe a far saltare tutte quelle virgolette? ne verrebbe fuori una nuova visione del porno?
    gianfranco

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