L’assurdità dell’antifascismo in assenza di fascismo

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Se fossi vissuto ai tempi del Ventennio, sarei con ogni probabilità stato antifascista. Ritengo l’antifascismo al cospetto del fascismo non solo legittimo, ma anzi doveroso: l’antifascismo à la Gramsci e à la Gobetti, per intenderci. Tuttavia, oggi (2014), a più di sessant’anni dalla fine del fascismo, ritengo che essere antifascisti sia non solo inutile, ma, di più, dannoso. In una parola: inutile, giacché il fascismo non esiste più, e non ha senso che l’anti sopravviva alla realtà cui si opponeva; dannoso, in quanto dirotta le “armi della critica” (Marx) verso la contraddizione estinta (fascismo), impedendo di combattere contro quella esistente (il nesso di forza capitalistico).
A un primo sguardo, mi pare, dunque, potersi così compendiare il paradosso dell’odierno antifascismo a sessant’anni dalla fine del fascismo: se per fascismo intendiamo il fascismo storico mussoliniano, esso si è estinto da ormai più di cinquant’anni e non ha senso, dunque, la sopravvivenza dell’-anti alla realtà cui l’-anti si contrapponeva. Se per fascismo intendiamo genericamente la violenza, oggi allora il fascismo è l’economia capitalistica (Fiscal Compact, debito, precariato, ecc.), ossia ciò che gli odierni sedicenti antifascisti accettano in silenzio.
Morale? Variate ideologica del neoliberismo trionfante, l’antifascismo oggi è solo un alibi per non essere anticapitalisti, una volgare scusa per combattere un nemico che non c’è più e accettare vigliaccamente quello esistente, il capitalismo. La divisione dell’immaginario politico secondo la bipartizione fascisti-antifascisti, ma poi anche la divisione tra una destra e una sinistra che, al di là dei nomi, risultano interscambiabili, è una preziosa risorsa simbolica per l’assoggettamento dell’opinione pubblica al profilo culturale del monoteismo del mercato, invisibile al cospetto del proliferare di tali opposizioni.
Essere antifascisti in assenza completa del fascismo o anticomunisti a vent’anni dall’estinzione del comunismo storico novecentesco costituisce un alibi per non essere anticapitalisti, facendo slittare la passione della critica dalla contraddizione reale a quella irreale perché non più sussistente. L’antifascismo svolge oggi il ruolo di fondazione e di mantenimento dell’identità di una sinistra ormai conciliata con l’ordine neoliberale, che deve dirsi antifascista per non essere anticapitalista, che deve combattere il manganello passato e non più esistente per accettare in silenzio quello invisibile se non nei suoi effetti (ingiustizia, miseria e storture d’ogni sorta hanno, privatizzazioni e precarizzazione, ecc.).
Quanta insistenza sul passato è necessaria per non vedere il presente? Quanto occorre insistere sugli orrori fortunatamente estinti per far sì che la gente non si accorga nemmeno più di quelli oggi dominanti? Quanta foga nel denunciare tutte le violenze che non siano quelle silenziose dell’economia e del mercato! Il manganello oggi ha cambiato forma, ma si fa ugualmente sentire: si chiama violenza economica, taglio delle spesa pubblica, precariato, rimozione dei diritti sociali, selvagge politiche neoliberali all’insegna dello “Stato minimo”.
Proprio come l’odierno antifascismo maniacale in assenza conclamata di fascismo e l’anticomunismo compulsivo in assenza integrale del comunismo, la divisione dell’immaginario politico secondo la bipartizione di una destra e di una sinistra che, al di là dei nomi, risultano pienamente interscambiabili è una preziosa risorsa simbolica per l’assoggettamento dell’opinione pubblica al profilo culturale del monoteismo del mercato. È in questa luce, peraltro, che si comprende per quale ragione la sinistra, specialmente quella italiana, da almeno vent’anni, abbia smesso di proporre il comunismo, l’anticapitalismo e i diritti sociali come orientamenti ideali di riferimento, per assumere come parole d’ordine esclusive l’antifascismo, l’onestà, i diritti civili, la questione morale, ecc. In Italia, questa involuzione indecente trova la sua espressione più emblematica nella tragicomica vicenda del “serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD” (Costanzo Preve): vicenda nella quale è possibile leggere, in filigrana, una dialettica di progressivo abbandono dell’anticapitalismo e di graduale integrazione, oggi divenuta totale, alle logiche illogiche del mercato divinizzato.
Non più in grado di prendere posizione contro il capitalismo, a cui accorda incondizionatamente il proprio sostegno, la sinistra trova oggi il proprio ubi consistam nella difesa dei matrimoni omosessuali, nella polemica laicista contro la fede, nel pacifismo ostensivo e salmodiante, nelle sfilate femministe, nel rituale mantenimento dell’antifascismo permanente: ossia in ogni presa di posizione che non sia quella contro la teocrazia emanativa del mercato, con tutte le oscene contraddizioni che essa fisiologicamente secerne, dalla reificazione al classismo più radicale, dalle aggressioni imperialistiche alle nuove forme di sfruttamento e di schiavitù salariata.
È una storia fin troppo nota, purtroppo. i due poli alternativi e segretamente complementari dell’antifascismo rosso e dell’anticomunismo nero saturano l’immaginario politico dei giovani, ottundendone la capacità critica e rendendoli ciechi dinanzi alle contraddizioni capitalistiche, sempre invisibili nello scontro delle fazioni apparentemente opposte. Il nemico è identificato nel ritorno possibile e sempre in agguato dei totalitarismi del passato, mai in quelle leggi del mercato e in quella dittatura dell’economia che priva le nuove generazioni del futuro, del lavoro e, dunque, della dignità. Mai la subalternità strutturale dei dominati era stata accompagnata così fedelmente da quella sovrastrutturale.
E mentre i giovani antifascisti in assenza di fascismo si scontrano sulle piazze con i giovani anticomunisti in assenza di comunismo, il capitale non smette di celebrare le sue orge, quasi incredulo di vedere le teste pensanti delle nuove generazioni patire in silenzio sulla loro carne viva le conseguenze oscene del Nomos dell’economia, accettare supinamente la manipolazione organizzata del consenso e le ideologie logore delle vecchie generazioni nel frattempo passate al disincantamento. È una sorte analoga a quella che tocca, nei Promessi sposi, ai quattro capponi di Renzo, i quali, anziché prendere atto della sventura che potrebbe renderli solidali nell’orchestrare una reazione, sono intenti a beccarsi a vicenda mentre vengono condotti al comune destino.
Si spiega in questa luce la duplice dinamica dell’ideologia (Marx) e della fabbrica dei consensi (Chomsky). Esse, da un lato, proclamano superate le categorie critiche quando pure continua a essere presente il loro oggetto e, dall’altro, promuovono e incentivano quelle il cui riferimento concreto si è effettivamente estinto. Per questo, nell’odierno deserto, l’anticapitalismo, l’opposizione all’imperialismo e all’alienazione sono dichiarati oltrepassati proprio quando il capitalismo, l’imperialismo e l’alienazione sono presenti nelle forme più scandalose: e, insieme, l’antifascismo e l’anticomunismo vengono promossi su tutta linea in assenza ormai completa del fascismo e del comunismo.
Il paradosso risiede nel fatto che viene presentata come fisiologica e non nostalgica la sopravvivenza della lotta contro realtà estinte rispettivamente da sessanta e da venti anni, e sono invece dichiarate non più valide le categorie che descrivono criticamente, con straordinaria aderenza, il mondo di cui siamo abitatori. La contraddizione esistente – il nesso capitalistico – permane, e a essere congedata è la sua demistificazione critica e già potenzialmente pratica (le categorie di alienazione, imperialismo, feticismo delle merci, schiavitù del salario, ecc.). Perché tale congedo riesca in forma perfetta, occorre dirottare la passione della critica verso contraddizioni ormai estinte (fascismo e comunismo in primis).
Per tutte queste ragioni (cui se ne potrebbero aggiungere non poche altre), l’antifascismo in assenza di fascismo resta l’ideologia di chi non si accorge di essere un utile idiota al servizio di Monsieur le Capital o di chi è palesemente in cattiva fede.

 

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Diego Fusaro

Diego Fusaro (Università Vita-Salute San Raffaele di Milano) è attento studioso della “filosofia della storia” e delle strutture della temporalità storica, con particolare attenzione per il pensiero di Fichte, di Hegel, di Marx e per la “storia dei concetti” (Begriffsgeschichte) tedesca. Per Bompiani ha curato l’edizione bilingue di diverse opere di Marx. Ha inoltre dedicato quattro studi monografici all’interpretazione del pensiero marxiano e ai suoi nessi con l’idealismo fichtiano e hegeliano: Marx e l’atomismo greco (2005), Filosofia e speranza (2007), Karl Marx e la schiavitù salariata (2007), Bentornato Marx! (Bompiani, 2009). È il curatore del progetto internet “La filosofia e i suoi eroi” (www.filosofico.net).


'L’assurdità dell’antifascismo in assenza di fascismo' 9 commenti

  1. 26 settembre 2014 @ 12:17 Pietro Piro

    Ho letto con molta attenzione l’articolo di Diego Fusaro e la risposta di Andrea Zhok.
    La natura dei ragionamenti m’interessa “in prima persona”.
    Per chi scrive l’antifascismo oggi non è un’ideologia alla moda ma un’esigenza morale in difesa dei valori della Costituzione Italiana. Chi conosce la storia del novecento italiano sa che la nostra Costituzione, nasce come “altissimo tentativo” di superare la situazione-limite della dittatura totalitaria del regime fascista per ritrovare quei principi guida di libertà politica, giustizia sociale, eguaglianza, prosperità economica e morale che una dittatura asfissiante ci aveva fatto smarrire. Ci sono ancora molti italiani che purtroppo, non hanno le idee chiare su che cosa sia stato veramente il fascismo. Alcuni ritengono che Mussolini sia stato “un grande statista” e che le leggi razziali siano state “un errore”. Queste e altre menzogne, spinte in avanti da un revisionismo volgare – supportato dalle opere d’intellettuali iscritti al libro paga dei poteri occulti– confondono l’opinione pubblica e mettono sullo stesso piano vittime e carnefici.
    Un superamento della dinamica fascismo-antifascismo è possibile solo se si riconosce che il fascismo è nato dalla violenza, ha generato violenza e ha distrutto i principi base di convivenza civile e morale della nostra nazione. Esiste in Italia una tale consapevolezza? Il fascismo storico è stato definitivamente condannato come una pagina orrenda e buia? Qualcosa che non deve mai più ripetersi? Oppure, c’è ancora tanta gente convinta che nel fascismo ci sia stato qualcosa di buono?
    Essere antifascista oggi, significa dunque, in primo luogo, essere schierato contro ogni forma di revisionismo storico. Antifascismo, dunque, come impegno storiografico.
    Ludovico Geymonat ha scritto che dopo la guerra, Il fascismo è stato vincitore. Le sue parole in merito sono molto chiare: «Certamente il fascismo di facciata è crollato, ma il fascismo vero, quello che si è radicato nelle strutture dello stato, in una certa mentalità per la gestione del potere, quello che ha creato le proprie gerarchie burocratiche e il proprio apparato di potere, ebbene questo fascismo è uscito pressoché indenne dalla bufera della Resistenza e ha mantenuto intatto il suo potere all’interno dello stato, delle forze di polizia, delle questure, delle carceri e della magistratura. Questo fascismo più profondo e più pericoloso ha guidato e controllato ancora una volta lo sviluppo post-bellico della nazione», (Vedi: L. Geymonat, La società come milizia, Marcos y Marcos, Milano 1989, p. 72). A questo ragionamento fa eco Norberto Bobbio quando dice: «in uno Stato capitalista degenerato come il nostro, il pubblico diventa privato; lo stesso stato diventa un’immensa azienda privata le cui gigantesche risorse sono utilizzate per favorire certi gruppi di potere piuttosto che altri, per ottenere attraverso la conservazione e l’aumento delle clientele, la legittimazione a governare. Chi è padrone del sottogoverno è padrone del governo: per questo mi è accaduto di dire che l’Italia non è governata, ma in realtà è sottogovernata, governata “da sotto”, da un potere sottostante, si tratta di una vera e propria sottostruttura che sorregge una sovrastuttura labile e soggetta a frequenti mutamenti. Il governo passa, il sottogoverno resta». (Vedi: Norberto Bobbio, La strage di Piazza della Loggia, Morcelliana, Brescia 2014, p. 56). In questa prospettiva, che è quella che intravede Fusaro – senza però avere la volontà di andare fino in fondo nel “caso italiano”– nel nostro paese esiste una “sottile linea nera” che connette il fascismo profondo di ieri e il fascismo profondo di oggi. Chi ci governa veramente?
    Antifascismo dunque, come impegno sociologico e politico nel combattere tutte le forze disintegranti della società che agiscono nel nostro paese con: violenza economica, taglio della spesa pubblica, precariato, rimozione dei diritti sociali, selvagge politiche neoliberali all’insegna dello “Stato minimo”(Fusaro).
    Tuttavia, tutto questo ancora non basta. Se si assume la categoria fascismo così come è stata pensata da Wilhelm Reich – che in passato ho largamente utilizzato – quando sostiene che: «Fascismo» è l’attitudine emozionale basica dell’uomo autoritariamente soggiogato della civiltà meccanizzata e della sua concezione vitale mistico-meccanica (Vedi: W. Reich, Psicologia di massa del fascismo, Einaudi, Torino 2009, p. 11); allora, si va meglio in profondità nell’analisi dei fenomeni politici e si scoprono “caratteri fascisti” nei rituali magico-pagani della prima lega di Umberto Bossi, nel culto della personalità di Berlusconi, nell’uso sistematico della violenza verbale di Grillo e in tutti quei politici che continuano a fare ricorso sulla parte irrazionale e meno strutturata della personalità degli individui.
    Antifascismo, come impegno psicologico e pedagogico per rimuovere le cause di un “carattere fascista” che continua a duplicarsi (Pierre Bourdieu) nonostante i cambiamenti di superficie.
    Non condivido la posizione di Fusaro sul capitalismo perché il capitale è oggi un’espressione del Sistema Tecnico e non è l’unico fattore di assoggettamento del vivente ma uno dei fattori (per quanto determinante). In questa direzione condivido pienamente la posizione di Jacques Ellul quando scrive: «Ormai opporre socialismo e capitalismo è perfettamente superato, è solo una questione di ideologia e propaganda. Esistono forme economiche adatte ad assorbire e utilizzare al meglio l’insieme del sistema tecnico e altre che non lo sono: queste ultime sono condannate, devono allinearsi o sparire». (Vedi: J. Ellul, Il Sistema Tecnico, Jaka Book, Milano 2009, p. 217). È necessario concentrarsi sulle caratteristiche del Sistema Tecnico, conoscerlo, studiarlo e infine – se ci si ritiene in grado di farlo – contrastarlo.
    Antifascismo come lotta contro lo strapotere del Sistema Tecnico e recupero dei principi di solidarietà umana, cooperazione, giustizia, carità, amicizia. Aldilà di ogni ideologia, di ogni appartenenza.
    Fusaro scrive che se fosse vissuto ai tempi del Ventennio, sarebbe stato con ogni probabilità antifascista. Io non ho le stesse certezze di Fusaro. Non ho vissuto le circostanze di quel periodo. Io conosco appena “le mie circostanze” e sono antifascista adesso. Oggi. Per me essere antifascista oggi significa un impegno nelle direzioni che ho indicato – e che meriterebbero, ovviamente, un approfondimento dettagliato – ma anche la memoria viva del sacrificio di chi era convinto allora che valesse la pena sacrificare la propria vita per concederci oggi, quei margini di libertà e di movimento che il fascismo ci avrebbe certamente negato.
    Sono antifascista e per questo motivo cerco di lottare contro le cause profonde che lo generarono. Posizione non facile, scomoda, pericolosa anche oggi, in un’epoca di conformismo, dimenticanza, vanagloria, opportunismo sfrenato.

    Il fascismo storico in Italia è finito ma quello che si agita dentro di noi è ancora vivo e vegeto e attende solo che un DUCE dotato di carisma lo risvegli.

    Pietro Piro
    Università di Roma Tre

    Rispondi

  2. 26 settembre 2014 @ 15:40 Andrea Zhok

    Lascio naturalmente a Fusaro, che è stato chiamato in causa direttamente, di rispondere, se lo ritiene.

    Per quale che mi riguarda, mi limito ad un’osservazione: usare “fascismo” nel senso vago e metaforico in cui possono rientrarvi atteggiamenti morali (“attitudine emozionale”), umori soggettivi (“carattere fascista”) ed in fondo un po’ tutte le istanze sociali e politiche che in varia misura disapproviamo, è il modo più sicuro per cancellare ogni coscienza storica di cosa il fascismo sia stato e di cosa non sia stato; peggio ancora, è il modo più sicuro per creare infiniti fraintendimenti, non privi di conseguenze politiche. Mi spiego con un esempio. Pietro Piro scrive: “Antifascismo dunque, come impegno sociologico e politico nel combattere tutte le forze disintegranti della società che agiscono nel nostro paese con: violenza economica, taglio della spesa pubblica, precariato, rimozione dei diritti sociali, selvagge politiche neoliberali”. Ottimo. Peccato che il fascismo storico NON abbia operato nel senso di tagliare la spesa pubblica, NON abbia alimentato il precariato economico, e NON abbia adottate selvagge politiche neoliberiste. Personalmente considero un grave (ancorché diffuso) abuso usare nozioni così emozionalmente gravide come “fascismo” in forme tanto vaghe e retoriche da poter intendere con esse tutto e il contrario di tutto. Ciò trasforma appunto fascismo ed antifascismo in meri proclami ideologici, buoni per tutti gli usi; cioè in verità per un solo uso: generare confusione, celando con un’apparentemente nota immagine del passato, ciò che accade davvero nella storia presente.

    Rispondi

  3. 26 settembre 2014 @ 22:55 Stefano Vaselli

    Buonasera a tutti.
    Nel commento del dottor Piro leggo di una “risposta di Andrea Zhok” all’articolo di Fusaro che, però, non è visualizzata su questa pagina. Visualizzata, invece, è la risposta di Zhok all’intervento di Piro. Dove potrei leggere, per favore, la prima risposta di Zhok direttamente rivolta a Fusaro? Sempre che non mi sia perso nulla della discussione il dibattito mi interessa moltissimo e mi piacerebbe leggerne ogni snodo. Grazie di cuore.
    Per quel che riguarda, invece, il testo di Fusaro vorrei sottolineare questo passaggio: “Essere antifascisti in assenza completa del fascismo o anticomunisti a vent’anni dall’estinzione del comunismo storico novecentesco costituisce un alibi per non essere anticapitalisti, facendo slittare la passione della critica dalla contraddizione reale a quella irreale perché non più sussistente. L’antifascismo svolge oggi il ruolo di fondazione e di mantenimento dell’identità di una sinistra ormai conciliata con l’ordine neoliberale, che deve dirsi antifascista per non essere anticapitalista, che deve combattere il manganello passato e non più esistente per accettare in silenzio quello invisibile se non nei suoi effetti (ingiustizia, miseria e storture d’ogni sorta hanno, privatizzazioni e precarizzazione, ecc.).”.
    Ecco, scusate la banalità deduttivistica, ma per poter condividere come vera la conclusione di un’argomentazione deduttiva (?) io, essendo un po’ all’antica, devo per forza considerare anche la verità della premessa principale. E’ vero che “Ex falso quodlibet”, ma a noi interessa la verità, che per me, realista, non può essere, appunto, quodlibetalis. Detto questo, come si può affermare che siamo di fronte ad una “assenza completa del fascismo e del comunismo”? Questa premessa dell’affermazione argomentativa di Fusaro secondo me è falsa. Ecco perché:
    (i) E’ attualmente falsa a livello geopolitico. Gli stati che si autodefiniscono comunisti esistono ancora oggi, e non vale definirli eccezioni che confermano la regola. La Corea del Nord, per esempio, a parte Razzi e Salvini che ne decantano le (pseudo)elvetiche virtù, è un gigantesco carcere di massima sicurezza come leggiamo dalle numerose testimonianze ancora in arrivo da quello sventurato paese http://www.lastampa.it/2014/09/21/esteri/io-fuggito-dal-gulag-in-nord-corea-sto-imparando-cos-la-libert-SaSVHHSctEruDZbzO6Vw9O/pagina.html. Stendo un velo pietoso su Cuba, ormai de facto sotterraneamente capitalistizzata da un’economia sommersa dove la moneta corrente è il dollaro, molto più complesso, sia sul piano giuridico che socioeconomico sarebbe definire la Cina, paese “turbocapitalista” ma, al tempo stesso, con il partito comunista col più alto numero di iscritti del mondo (44 milioni secondo le ultime statistiche) e, dove lo Stato ha comunque l’ultima parola di vita e di morte su questa o quella realtà politica ed economica. Quindi il comunismo esiste, eccome. Non è più un’ideologia “chiesa” come lo fu prima e durante la Guerra Fredda, votato al proselitismo anche “manu militari”, ma affermare che esso abbia lasciato una “completa assenza” è falso.
    E in ogni caso non è, penso che su questo si possa essere d’accordo, il comunismo che sognava Marx, il quale concepì la sua visione filosofica e politica di una società senza classi in un contesto storico economico e geopolitico completamente diverso dal “Secolo breve”. Semmai sono tutte filiazioni delle idee di qualcuno che nelle Tesi di Aprile fece a Marx molto peggio di quel che fecero Lutero e Calvino al cattolicesimo romano. E non vado oltre…
    Anche per il fascismo ci sono segnali molto inquietanti. Pensiamo all’Ungheria. E’ invalsa la convinzione che in quel paese il fascismo sia rappresentato solo dal partito Jobbik. Ma questo sarebbe profondamente errato. Il partito di maggioranza al potere ha connotati apertamente fascistoidi se non apertamente fascisti. E’ autoritario, antisemita, omofobo, tradizionalista, autarchico, corporativista.
    Insomma nel mondo né il comunismo leninista o postleninista o addirittura stalinista, né il fascismo o i fascismi mi sembrano dissolti e assenti. Anzi…
    (ii) E’ falso a livello criminologico e giudiziario, soprattutto per quel che riguarda il neofascismo e il neonazismo, che esistono e non solo sotto forma di folklore politico (vedi Casa Pound, Forza Nuova, Militia, le varie realtà del cyberspazio come Stormfront, ecc.), ma è particolarmente falsa per quel che riguarda alcune realtà della storia italiana recente e meno recente, ma comunque dell’era “Postfascista” e repubblicana. Le stragi neofasciste impunite sono una pagina vergognosa della nostra storia e memoria collettiva – come dimostra il bellissimo libro di Benedetta Tobagi “Una stella incoronata di buio”. E almeno una delle due organizzazioni politiche neofasciste che ho citato ha nei propri quadri dirigenti passati esponenti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, che con la stagione dinamitarda del neofascismo sanguinario e impunito hanno avuto implicazioni sancite da condanne passate in giudicato. Questo dovrebbe bastare a preoccuparci, e non poco. Palesemente fascista, anche se più “criptofascista” che neofascista fu il comportamento tenuto dalle forze dell’ordine durante la repressione durissima dei cortei e dei raduni di Genova 2001. Criptofascista è certa opinione pubblica impegnata a trasformare il caso dei due Marò, illegittimamente detenuti senza ancora un vero rinvio a giudizio e quindi un vero processo in vista in India, in un caso di lesa maestà nazionale. Impressionante, poi, è il tentativo, finanziato a fondo non proprio perduto, di infiltrazione di cellule neofasciste (nel caso di Forza Nuova neonaziste) all’interno delle scuole superiori di tutta Italia, per diffondere il negazionismo “olocaustico”, l’antisemitismo, il razzismo, soprattutto antizigano, e l’omofobia. Con questo tipo di fascismo, neo e vetero, entro in contatto quotidianamente nel liceo in cui insegno, preso particolarmente di mira dai neonazisti, essendo stato il liceo dove studiò (prima di esserne cacciato) uno dei loro “martiri” Paolo Di Nella. Vorrei dire al professor Fusaro che andare oltre Casa Pound, che in confronto a Forza Nuova, Militia e altri gruppi discendenti da Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, sono degli intellettuali fin de siecle, raffinati e decadenti.
    Questo per tacere della quasi totale fascistizzazione delle Curve degli Stadi e della preoccupante presenza di simpatie neofasciste in molti sindacati di polizia, simpatie emerse sul web soprattutto a ridosso sia del caso Aldrovandi e delle rivendicazioni per lo sblocco degli stipendi (preso al balzo come occasione elettoralistica da uno che di flirt con i fascisti, vetero o neo, se ne intende: Berlusconi).
    Sono solo parzialmente d’accordo con il dottor Piro di Roma 3, di cui non condivido completamente l’allarmismo, soprattutto quello più gridato che meditato, nel suo attacco finale contro il rischio di un “nuovo duce”…. Vorrei menzionare un brano del suo intervento con cui sono completamente d’accordo, soprattutto negli alti riferimenti riportati:
    “Essere antifascista oggi, significa dunque, in primo luogo, essere schierato contro ogni forma di revisionismo storico. Antifascismo, dunque, come impegno storiografico.
    Ludovico Geymonat ha scritto che dopo la guerra, Il fascismo è stato vincitore. Le sue parole in merito sono molto chiare: «Certamente il fascismo di facciata è crollato, ma il fascismo vero, quello che si è radicato nelle strutture dello stato, in una certa mentalità per la gestione del potere, quello che ha creato le proprie gerarchie burocratiche e il proprio apparato di potere, ebbene questo fascismo è uscito pressoché indenne dalla bufera della Resistenza e ha mantenuto intatto il suo potere all’interno dello stato, delle forze di polizia, delle questure, delle carceri e della magistratura. Questo fascismo più profondo e più pericoloso ha guidato e controllato ancora una volta lo sviluppo post-bellico della nazione», (Vedi: L. Geymonat, La società come milizia, Marcos y Marcos, Milano 1989, p. 72). A questo ragionamento fa eco Norberto Bobbio quando dice: «in uno Stato capitalista degenerato come il nostro, il pubblico diventa privato; lo stesso stato diventa un’immensa azienda privata le cui gigantesche risorse sono utilizzate per favorire certi gruppi di potere piuttosto che altri, per ottenere attraverso la conservazione e l’aumento delle clientele, la legittimazione a governare. Chi è padrone del sottogoverno è padrone del governo: per questo mi è accaduto di dire che l’Italia non è governata, ma in realtà è sottogovernata, governata “da sotto”, da un potere sottostante, si tratta di una vera e propria sottostruttura che sorregge una sovrastuttura labile e soggetta a frequenti mutamenti. Il governo passa, il sottogoverno resta». (Vedi: Norberto Bobbio, La strage di Piazza della Loggia, Morcelliana, Brescia 2014, p. 56).”.
    Detto questo ha ragione, però, anche Zhok, quando dice che il fascismo fu soprattutto statalista e interventista, tanto che ad un certo punto divenne quasi un mantra per i fascisti definire “Plutodemocrazie” le democrazie liberali occidentali, sottolineando il fatto che esse fossero in mano al capitalismo industriale e bancario. Mi chiedo, però, se le cose furono sempre così. E devo dire che non lo furono.
    Negli anni 1924-29 il fascismo fu un regime prima autoritario e poi totalitario (lascio ad altri stabilire se “perfetto” o “imperfetto”) dalla forte impronta liberista (non “neo”, non “monetarista”, alla Friedman o alla Phelps, ma comunque liberista), come è testimoniato dalla politica finanziaria del regime che portò alla “”Quota 90″ della lira sulla sterlina, e all’abbassamento del deficit pubblico – abbassamento che costò migliaia di licenziamenti, soprattutto nelle ferrovie e in altri comparti pubblici creati dal liberale Giolitti.
    Secondo Emilio Gentile e Giovanni De Luna, e Giovanni Sabbatucci (tre storici di diversissima formazione ideologica e scientifica) il fascismo senza il forte appoggio di chi voleva una svolta “a destra” nel senso liberalconservatore del termine non avrebbe mai potuto conquistare il potere così velocemente e così impunemente. Ovviamente i gruppi sociali, economici, politici che appoggiarono il fascismo “movimento” sottovalutarono il potere di mobilitazione “totalitaria” del fascismo “movimento” e del fascismo “ideologia”. Lo stesso Gentile sottolinea come il suo stesso maestro, il liberale, De Felice abbia finito per cadere vittima di un errore fatale nel definire il fascismo un regime e un’ideologia non totalitaria fino al 1938, basandosi sul libro della Arendt del 1951, a propria volta frutto di clamorosi errori storiografici (“totalitario” fu un aggettivo coniato da Giovanni Amendola per parlare del fascismo e solo del fascismo). Sabbatucci sostiene addirittura che se non ci fosse stata la crisi del ’29 il fascismo sarebbe rimasto un totalitarismo molto tollerante con il capitalismo.
    Ho già scambiato una mezza chiacchiera con il professor Zhok su liberalismo e sinistra, commentando un suo articolo su questa pagina. Mi piacerebbe concludere, quindi, rinviando ad alcune cose che ci siamo già detti in quell’occasione e aggiungendo, in dissenso con Fusaro, che si può essere liberali (io non lo sono, preferisco il repubblicanesimo e l’azionismo) e antiliberisti, soprattutto se il liberismo è inefficace e obsoleto nell’affrontare i problemi economici più urgenti. Il capitalismo non è solo (neo)liberista, non lo è stato e, mi auguro, non sarà solo tale. E allora impegniamoci a cambiarlo in questo senso e in questa direzione, invece di lanciare (nuove?) crociate per riunire genericamente chi si proclami, solo e genericamente, “anticapitalista”. Troppo semplicistico?

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    • 28 settembre 2014 @ 16:03 Andrea Zhok

      Risposta telegrafica all’ultimo commento, essendo io chiamato in causa solo parzialmente. Credo che Stefano Vaselli abbia argomentato bene alcune ragioni per conservare validità alle istanze antifasciste. Sono ragioni che condivido. Ciò mi induce alla seguente precisazione. È opportuno, per chiarezza, tenere distinti due livelli di discussione: l’antifascismo come disposizione personale rispetto all’antifascismo come presa di posizione pubblica. Credo sia legittimo che qualcuno interpreti la propria avversione per posizioni politiche come quelle elaborate dal British National Front o dall’ungherese Jobbik come “antifascismo”. Tuttavia non è inutile ricordare che questi partiti NON si dichiarano fascisti ed anzi rigettano esplicitamente l’attribuzione di fascismo. Questo ci dovrebbe ricordare che qualcuno, per dire, può proclamarsi antifascista e allo stesso tempo collaborare serenamente in politica estera con il British National Front, lo Jobbik, lo Ukip, ecc. Nello stesso senso, in anni recenti, tra i personaggi che si sono fregiati pubblicamente di antifascismo troviamo Umberto Bossi e Gianfranco Fini. Questi fatti mi spingono a tener ferma l’idea che l’antifascismo delle proclamazioni pubbliche sia un residuo ideologico, anche se ciò non esclude che l’antifascismo come posizione personale vissuta abbia eccellenti ragioni per essere preservato.

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  4. 28 settembre 2014 @ 22:39 Stefano Vaselli

    Se è per questo Roberto Fiore ha pubblicamente dichiarato che “Forza Nuova” non è un gruppo politico neonazista. Ma tutti sanno che i suoi membri, da quelli più vicini a Fiore ai giovincelli di Lotta Studentesca, sono convintamente neonazisti, antisemiti, negazionisti e usano festeggiare compleanno e morte di Hitler e stampare (rigorosamente in caratteri runici) la cifra 88 (ovvero due volte la lettera “h”, Heil Hitler) su ogni dove. E Forza Nuova è ufficialmente gemellata con Yobbik, Alba Dorata, il British National Front e altri partiti neofascisti con cui proprio a Roma ha concelebrato questo anno un convegno paneuropeo. Questi sono i fatti, oltre le dichiarazioni “ufficiali”. Fini può essersi ravveduto dalle sue passioni giovanili, Bossi può aver usato espressioni come “porcilaia fascista”, ma gli ex luogotenenti di Fini terminati in “Fratelli di Italia” sono notoriamente filofascisti, e, solo per dirne una, qui a Roma, alle ultime europee, Casa Pound e Forza Nuova NON HANNO CANDIDATO nessuno, per far convergere i propri voti sul partito di cui Bossi fu una volta l’invitto segretario, cioé la Lega di Matteo Salvini (e in effetti un Borghezio, come fascista, è sicuramente più temibile di un Roberto Fiore, se non altro per la carica che a differenza di quest’ultimo egli occupa).
    Passando dalla cronaca all’analisi concettuale trovo la proposizione “In assenza del fascismo l’antifascismo diviene assurdo” assolutamente corriva e insensata. Lo schiavismo è stato debellato come “schiavismo storico” ovvero nella sua manifestazione storica di riduzione in schiavitù come le società antiche, prima, e gli imperi coloniali, dopo, ce l’hanno fatta conoscere. Forse per questo il reato di riduzioni in schiavitù esistente in molte legislazioni penali dovrebbe essere definito “assurdo”? Direi di no.
    Lasciamo perdere la questione dell’antifascismo come ideologia – ho spiegato altrove a Zhok che avere un background ideologico è normale più o meno come essere mancini o destrimani, calci o capelloni, essendo connaturato all’essere persone mediamente colte e con un progetto ideale di società nella propria testa (progetto che può essere di destra, di centro, di sinistra, progressista o conservatore, purché rispettoso delle altrui ideologie). L’antischiavismo è ideologico? L’antirazzismo? L’antistatalismo? L’antitotalitarismo? L’elenco delle ….. ideologie del tipo “anti-Xismo” che potremmo produrre ricorsivamente con un facile algoritmo (ideologico?) contiene un numero di X-ismi praticamente destinato a crescere all’indefinito. Molte di esse sono concezioni semplicemente irrinunciabili per delle persone civili. Adesso chi glielo va a spiegare che potrebbero essere anche esse delle “ideologie a doppio taglio”?

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  5. 29 settembre 2014 @ 8:48 Andrea Zhok

    Caro Stefano, la sua visione dello scenario politico è quella in cui un’accozzaglia di ‘ismi’ si confrontano privi di ogni base epistemica, ed affidati al mero sentimento-inclinazione individuale (“concezioni semplicemente irrinunciabili per delle persone civili”). Ottimo. Io non credo affatto che le cose stiano così e credo che sia possibile effettuare discriminazioni razionali anche sul piano assiologico. E ho provato ad argomentarlo in svariate forme, estensivamente. Lascio al lettore una valutazione delle rispettive posizioni.

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  6. 29 settembre 2014 @ 18:48 Diego Fusaro

    Sono onorato e felice che il mio breve testo sull’assurdità dell’antifascismo in assenza di fascismo abbia ricevuto risposte e, per di più, serie e della massima considerazione. Spesso, infatti, quando si tratta di questo tema il rischio di precipitare nel solito teatrino della divisione in “tifoserie” è altissimo. Ma, per fortuna, non è questo il caso. Ha prevalso la logica spinoziana del non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere. Sarò telegrafico nel rispondere a Pietro Piro e ad Andrea Zhok, in modo da non annoiare il lettore e da non divagare su temi su cui già mi sono diffusamente soffermato nell’articolo di apertura. Sono d’accordissimo con Piro, con una precisazione: il fatto che io abbia sostenuto la necessità di abbandonare l’antifascismo oggi non si traduce ovviamente nella necessità del revisionismo storico o nella lotta in vista della creazione ex novo del fascismo (mai l’ho detto e mai lo dirò). Semplicemente vuol dire che essendo il fascismo morto e sepolto – lo ripeto – non ha senso che l’anti sopravviva all’oggetto cui si opponeva, a meno che non si faccia del fascismo – come mi pare faccia Piro – una sorta di sinonimo astorico della violenza (cosa che io, per varie ragioni, eviterei di fare), e allora ovviamente l’antifascismo diventa esso stesso astorico sinonimo di lotta contro la violenza e i soprusi. In questo modo, però, si perde completamente il contatto con la realtà storica. Di più, diventa l’arma con cui le sinistre oscenamente conniventi col capitale si legittimano lottando contro i sempre nuovi “avatar” di Mussolini (dal cavaliere Berlusconi al comico Grillo, passando naturalmente per Fanfani e Tambroni). In questo caso sì che si ha revisionismo storico e, di più, uso ideologico della memoria storica in vista del legittimazione ideologica di una parte politica che, avendo abbandonato la lotta in difesa del sociale e del lavoro, non ha più – è bene insistervi – alcuna legittimità storica. L’antifascismo finisce così per essere riassorbito nei mille volti del pensiero unico neoliberale che subito squalifica come “fascista” chiunque non lo accetti supinamente. Sei per lo Stato? Fascista! Sei contro l’Europa della finanza? Fascista! Sei contro la presenza ingiustificata delle basi atomiche militari USA in Itali? Fascista! Appunto, la memoria del vero antifascismo in presenza di fascismo (l’unico valido e legittimo) viene uccisa e sacrificata sull’altare della legittimazione simbolica del pensiero unico. L’antifascismo oggi è, per questo, inutile e, di più, dannoso. Sono, per il resto, d’accordissimo con quanto sostenuto da Piro circa la pedagogia del rispetto e della democrazia: la quale però, a mio giudizio, non ha alcun nesso, oggi, con l’antifascismo (o, se ce l’ha, ha lo stesso nesso che ha con l’anti-feudalesimo). La violenza, ha ragion Piro, può sempre da capo risorgere e produrre anche derive autoritarie e antidemocratiche: ma – e lo chiedo seriamente – è fascismo tutto ciò?
    Con Zhok sono d’accordo su pressoché tutto, fuorché sul finale del suo pezzo. Se l’antifascismo oggi non ha senso perché non c’è più il fascismo, lo stesso non può dirsi per l’anticapitalismo e per l’anti-imperialismo: per la semplice ragione che capitalismo e imperialismo ci sono e sono pure funzionanti a pieno regime (il capitalismo, lo ricordiamo di passata, vive di crisi). Dall’89 ad oggi gli atti di imperialismo si sono anzi moltiplicati, sempre ammantati dalla candida ideologia per anime belle dei diritti umani, dell’esportazione di democrazia, di lotta al terrorismo, ecc. Anche il capitalismo c’è, eccome se c’è: le politiche neoliberali – continuazione dell’economia con altri mezzi – non stanno forse privatizzando tutto, distruggendo i diritti del lavoro e mercificando integralmente il reale e il simbolico? Ha ragione Zhok: il capitale, rispetto ai tempi di Gramsci, è impalpabile e ubiquitario, dunque difficile da combattere. Lo diceva già bene Foucault. Ma ciò non deve tradursi in pretesto per gettare nella polvere della storia la categoria, per me irrinunciabile, di anticapitalismo. Deve semmai essere la base per portare l’anticapitalismo all’altezza dei tempi. Questo, assai brevemente, per dire che capitalismo e imperialismo ci sono e non è neppure difficile vederli, a patto che alla posa del filosofo non si preferisca quella dello struzzo. In sostanza, e mi scuso per la schematizzazione un po’ grezza e rigida, direi che il nemico principale che oggi legittima le forme dell’anti è l’impero USA sul piano geopolitico e il neoliberismo sul piano politico. Se ne può discutere, certo. Ed è questo solo l’inizio di una discussione. Ringrazio intanto – al di là di ogni retorica – sia Piro sia Zhok per i loro interventi, puntuali e preziosi per l’apertura di una discussione seria e appassionata.

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  7. 9 ottobre 2014 @ 16:06 andrea pitto

    9/10/2014

    POLARITA’ SINISTRA/DESTRA, ANTIFASCISMO/ANTICOMUNISMO
    (in occasione di un dibattito iniziato da Diego Fusaro) http://mimesis-scenari.it/lassurdita-dellantifascismo-in-assenza-di-fascismo/?utm_source=emailcampaign34&utm_medium=phpList&utm_content=HTMLemail&utm_campaign=Mimesis+Festival+%7C+Arte%2C+filosofia%2C+diritto.+15-19+ottobre+2014

    La polarità sinistra/destra, come è noto, ha una derivazione essenzialmente parlamentare. Risale alla Rivoluzione francese e si è consolidata nell’Ottocento arrivando ai nostri giorni. Semplificando, dovrebbe significare, opporsi (sinistra) o meno (destra) alla volontà del capitalismo (capitalisti, poteri forti, ecc.) di perpetrare i suoi autoreferenziali, infami, sporchi, ecc., interessi… scusandomi, per la terminologia non propriamente politologica.
    La speranza mai sopita è che si diffonda la consapevolezza che il cosiddetto liberismo imprenditoriale sia in realtà valutato per quel che realmente è: la libertà dei soli imprenditori (aziende, trust, holding, ecc.) di agire nel mercato, sulle spalle di chi ne sopporta le dannose conseguenze.
    Il regista Silvano Agosto parla, non senza ironica efficacia, di imprenditori come di “prenditori”.
    Diciamo, per inciso, che ogni imprenditorialità va (andrebbe, il solito contrasto sein/sollen) collocata in un sistema di equa suddivisione del lavoro unitamente ad una corretta ripartizione dei guadagni… ma è una questione – semplice e logica se non si vuole suffragare, anche teoricamente, regimi fondati sulla diseguaglianza come quelli capitalistico-finanziari – da dibattere meglio in altro contesto.
    Sostanzialmente, appoggiare il versante di sinistra della suddetta dicotomia, significa, in prima e generalissima istanza, criticare (l’arma della critica è fondamentale, seppur deve poi dare adito a conseguenze pratiche), opporsi, combattere,boicottare, l’apparato, come diceva Althusser o l’apparato tecnico come dice Galimberti, il capitalismo (di cui parla Marx), la società dello spettacolo (evocata da Debord)… fermandomi qui per evitare l’eccesso dei riferimenti.
    Sostenere il polo di destra significa, invece, usufruire pedissequamente e anzi promuovere lo status quo (in fondo capetti e capoccia, padroncini e padreterni ci sono sempre stati), o meglio, perfezionarlo nel senso del mantenimento dei privilegi che spesso vengono tramandati “ereditariamente” e subiscono una alternanza in base ai rapporti di forza dei contendenti (i capitalisti, le banche, i trust, le Nazioni, ecc.)
    E’ necessario, o sarebbe necessario, impegnandosi a sinistra, identificare gli attori (soggetti umani, sociali e politici) che conseguono (e ne sono consustanziali) da un sistema sociale fondato su potere e capitale come unici elementi socialmente rilevanti.
    Nel contempo è indispensabile riflettere sui meccanismi sociali e psicologici che permettono l’assuefazione e quindi l’accettazione di realtà altrimenti illogiche, paradossali, maligne. Ma investigare la “struttura caratteriale” (W.Reich) e il “fattore soggettivo” della storia, entrando così nell’ambito psicologico, sarebbe un discorso troppo lungo.
    Per il momento cercherò di porre l’accento soltanto su alcune questioni generiche, prevalentemente di natura socio-politica e quindi di importanza cruciale, al fine di illustrare la dicotomia destra/sinistra, senza poter in alcun modo essere esaustivi .
    Un esempio tra tutti e nemmeno quello che comunemente salta più all’occhio indagatore: il principio d’eredità, che in quanto facente parte del diritto è contiguo solidamente al sistema economico-finanziario ad esso sotteso (struttura-sovrastruttura marxiana e vedere anche dibattito Marx-Bakunin nella prima Internazionale).
    Questo principio, in soldoni, sancisce che il “debosciato” (vedere dopo) di turno, spesso nullafacente e ai gradi minimi di un immaginario elenco meritocratico, ottiene potere sotto forma di straboccanti conti bancari e altisonanti mansioni manageriali o altro del genere. Da ricordare che “altro del genere” può significare successioni monarchiche e subentri finanziari ai piu’ alti livelli.
    Ecco, accettare più o meno supinamente (acriticamente) tutto questo significa essere di destra. Affannarsi ,facendo tabula rasa attorno a sé, significa essere di… ultradestra.
    Non accettare tutto questo comporta la tendenza a essere di sinistra. E già in questo possiamo notare come molti cosiddetti di sinistra trasaliscono a tal proposito. Evito di mettere il virgolettato ai termini destra e sinistra anche se spesso sarebbe necessario.
    Tuttavia prima di prendere una decisione (essere di destra o di sinistra nel caso specifico e poi in generale), bisogna valutare le implicazioni che questa polarità comporta. Vale a dire ciò che implica anche nella semplice occasionalità quotidiana (interessi quotidiani o di lunga durata) o nella personale situazione che il “decidente” vive, retaggio, nell’esempio appena costituito, della sua stessa catena ereditaria.
    In sostanza il mio discorso è semplice e, nell’esempio appena fatto, implica questo: non è lecito usufruire dei capitali e del potere che la famiglia ha acquisito.
    Ognuno “deve” trovarsi allo stesso punto di partenza quando ha la fortuna/sfortuna di essere “gettato nel mondo” e aprirsi alla realtà. E poi vada avanti secondo le sue capacità e senza basarsi sul lavoro altrui per raggiungere gli onorevoli scopi cui le sue attività tendono.
    Le tesi con un autentico contenuto di sinistra, che tempo fa Moretti esortava venissero espresse, sono dunque queste, anzi, almeno queste… e ricordate che sono tesi non regole:
    1) Delegittimazione (almeno logica, etica, se non politica) diritto di eredità e di proprietà (mezzi di produzione ecc.) oltre sacrosanto tetto sulla testa e poco altro. Che scandalo questo asserto! E quanto utopistico appare, essendo, tra l’altro, il diritto, il sistema legislativo, un’emanazione del sistema di produzione capitalistico atto a consolidarlo tutelandone il proseguimento.
    2) Delegittimazione accumulo capitale e utilizzo lavoro altrui per eseguire il cosiddetto lavoro in proprio (che altro scandalo questa affermazione! Vade retro satana!). Da cui deriva che non è possibile arricchirsi (accumulare capitale)se non utilizzando (sfruttamento) il lavoro di altri (plusvalore).
    L’imprenditore è un prenditore, ritornando ad Agosti.
    Lavori in collettività comportano suddivisione collettiva dei benefici. Il lavoratore non può essere immesso in un rapporto di sudditanza, né tantomeno essere fonte di sostentamento per l’imprenditore (padrone, suggestivi i vecchi termini!). Se non è possibile o accettabile questo tipo di rapporto lavorativo, ciò significa soltanto una cosa: l’arricchimento, il guadagno imprenditoriale, sono possibili soltanto con lo sfruttamento del lavoro altrui il che significa che il lavoro, nell’accezione più vasta del termine, sarebbe realizzabile soltanto laddove sia attuata una qualche iniquità economica.
    Il lavoro sarebbe, in altri termini, inficiato all’origine, di proprietà parassitarie e non sarebbe pensabile, al contrario, un lavoro, un’attività lavorativa, al contrario fondata su presupposti egualitari che prescindano da sfruttamento e speculazione. Il lavoro è attività prettamente umana come l’autocoscienza, il pollice opponente e poche altre caratteristiche e dunque è possibile soltanto in un regime capitalistico, cioè di sfruttamento iniquo? Sono certo di no.
    E non si dica che sono gli imprenditori-capitalisti ad offrire lavoro (come buoni samaritani) ai lavoratori ,appunto. Al contrario, sono questi ultimi che permettono a quelli di arricchirsi e ove non vi sia vero e proprio arricchimento, di assumere ruoli dirigenziali che comunque rappresentano sempre e soltanto quei privilegi che i “sottoposti” nemmeno sognano di poter ottenere.
    Impostazioni teoriche, lo so, ma questa è un’analisi teorico-critica, non dimentichiamolo. Se poi essa si possa transustanziare in progetti e attività reali sarà il tempo e la storia a deciderlo, magari anche con l’ausilio della volontà di qualcuno (delle “genti” mi pare un tantino improbabile, ma non si sa mai!).
    3) Seguendo il ragionamento di Platone e attualizzandolo: non legittimo che la ricchezza di alcuni sia superiore di 7/10 volte (mi pare dicesse così il filosofo nella Repubblica, ma non è determinante, è valido il principio) quella del piu’ povero. Sulle proporzioni ovviamente sarebbe necessario dire qualcosa in più, anche perchè in Grecia il calcolo, seppur ipotetico, di Platone riguardava soltanto le classi al potere, non l’intera popolazione. Tuttavia mi pare una chimerica (consideriamo soltanto i guru della ricchezza) ma sacrosanta e benefica tendenza sociale. Valida anche soltanto come argomento del proprio pensare.
    Ricordo, in aggiunta, che la celebrità, il riconoscimento, il rispetto, derivante da una capacità (canto, arte, ricerca scientifica, magari straordinaria bellezza, ecc.) di per sé sono privilegi brucianti anche in assenza di vantaggi economici spropositati: accontentarsi di quello che la sorte ha dato ai piu’ fortunati! Non volersi accaparrare tutto, proprio tutto! Suvvia, un po’ di dignità!
    Meno guadagni e soprattutto pensare a coloro che rendono possiblile ogni attività (artistica, scientifica, ecc.) con il lavoro pratico “materiale” (produrre dvd, fare film, produrre strumenti musicali, materiali per le varie arti, per i laboratori e macchinari scientifici, ecc.) Tutto lavoro che deve essere valutato e senza il quale nessun straordinario musicista, ad esempio, potrebbe suonare la benchè minima nota. Da straordinario musicista strapagato diverrebbe un desiderante e fantasmatico operatore musicale in potenza.
    Naturalmente la delegittimazione, cioè un mutamento di leggi non ha nessuna possibilità di ottenere l’effetto che si prefiggono i tre punti in questione.
    Il mio discorso rimane (pur non volendolo) prevalentemente un discorso teorico-critico (da una sorta di torre d’avorio francofortese), anche perchè le leggi, ripeto, vengono pilotate proprio da chi ha il potere di farlo, cioè da chi possiede maggiori risorse finanziarie e può ottenere lauree nelle migliori università, avere validi appoggi politici pregressi, usare il denaro come strumento che convince, che manipola e via di questo passo (zampettando nella melma più olezzante). Sarebbe bene, ma il contesto non lo permette, dire qualcosa in più sui rapporti, su citati, tra “struttura” e sovrastruttura”, ma evito di addentrarmi in questo comunque supervisitato argomento.
    Inoltre le classi ricche (i padroni), è bene ricordarlo, trovano sempre il modo di spalmare chissà dove i loro beni iperprotetti : il sistema è fatto da loro, compresi corpi, anticorpi e siti introvabili.
    Insomma, è verosimile formulare pensieri di sinistra.
    Sia chiaro, al di fuori dei tre punti che ho appena menzionato (ma forse altri dirimenti in tal senso si possono menzionare)non v’è possibilità alcuna nel merito considerato. Nessuno che li condividesse può suffragare il capitalismo o un sistema totalitario gerarchico e oppressivo.
    Chiunque li approva può essere considerato, a ragion veduta, di sinistra e poi, di volta in volta, comunista, libertario e quant’altro.
    Chiunque li ostacoli può essere considerato, a ragion veduta, di destra e poi, di volta in volta, fascista, nazista e quant’altro.
    In altre parole, all’esterno di quei propositi si presenta il normale, consueto, maleodorante, sanguinario, altezzoso, violento, autoritario, opprimente, devastante pensiero di destra, con molteplici declinazioni possibili.
    Non ho messo, come punto identificativo dell’atteggiamento di sinistra, l’anticapitalismo per due motivi: A) è ovvio che il capitalismo sia un sistema sociale ed economico da contrastare. B) Alcune formazioni o partiti dichiaratamente fascisti sono, almeno a parole e spesso senza conoscerne le implicazioni reali o soltanto logiche, anticapitalisti e quindi…
    Inoltre non ho inserito l’antiamericanismo perchè è di nuovo ovvio ma anche perchè, ragionando in questi termini, dovrei costituire tanti “anti” quanti sono gli stati del mondo, seppur facendo magari una tabella che quantifichi le caratteristiche che maggiormente pongano i rispettivi sistemi statali ( e sociali) in una ideale linea, che da libertà ed equità giunga a schiavitù e iniquità eclatanti. Nella piramide dei “poteri forti” non c’è dubbio che, ancora allo stato attuale, gli USA siano assestati al vertice(seppur in leggero sgretolamento).
    A questo punto eliminiamo la polarità destra-sinistra? Direi di no, perchè rimane, a mio parere, ancora utile, seppur impreciso, strumento concettuale per mettere a punto un’idea, sia pur grossolana, di qual genere di interlocutori (singoli, gruppi, istituzioni, ecc.) ci troviamo a fronteggiare, anche se dobbiamo convenire non sia dirimente per comprendere a fondo le reali prospettive, valori, credenze, tendenze, autentico senso di giustizia, presenti in loro (essi).
    D’altra parte, quasi certamente, in occidente, le forze di destra o di “destra” si collocano, ripeto, in antitesi rispetto ai tre punti di cui sopra. Tuttavia anche quelle che si dichiarano di sinistra – anche loro spesso inconsapevoli delle valenze che comporta contrapporsi oppure no allo sfruttamento del lavoro, al capitalismo, ecc.- sovente non sono da meno nel contrapporsi alle questioni sollevate dai medesimi tre punti.
    In definitiva: destrorsi-fascisti, “destrorsi”, sinistrorsi e “sinistrorsi” uniti nella lotta, con poche eccezioni, purtroppo.
    Ciò accade ancor più nell’attività parlamentare e ancor meno in quei rari ambiti dove vigono , fortunatamente, canoni di pensiero e comportamento disgiunti da interessi di potere o di sfruttamento.
    Ripeto: dirimente è la posizione rispetto ai tre argomenti anzi posti.
    Al di fuori c’è soltanto il chiacchiericcio altisonante degli arrivisti, dei già arrivati, degli ipocriti e dei debosciati (da vocabolario: ridotti a fiacchezza morale e fisica a causa dei vizi e sregolatezza dei loro costumi; figura socio-psicologica che non comporta, ovviamente, soltanto un giudizio morale).
    Non vi sono difformità essenziali tra e nei popoli (etnie,nazionalità, credenze, generi, ecc), ma queste sono davvero sostanziali, come il termine evoca, quando il sistema differenziale si basa sulla ricchezza (e il potere).
    Il “ricco” è davvero altro dal “povero”.
    L’imprenditore-capitalista-finanziere è davvero altro rispetto al lavoratore-sfruttato-indigente-senza lavoro.
    Peccato: si ritorna sempre all’importanza dirimente dell’economia e del potere nonostante l’anima (mente) umana abbia la potenzialità di esprimere eterei e fantastici costrutti concettuali, magnifici prodotti artistici, benevoli e lungimiranti progetti futuri, desideri che travalicano quelli meramente personalistici… (suvvia, accettiamo un po’ di “ etica poetico-psicologica”).

    Tutto quanto affermato non ha velleità (o vuole dare indicazioni) votazionistiche (il parlamento è solo la punta di quell’iceberg che è il sistema-apparato) ma pretende di rimanere sul piano dell’analisi critica, un piacere, a volte privilegio, di chi cerca di decodificare gli elementi della realtà facendone emergere l’intrinseca natura, che, detto francamente, è piuttosto difficile da modificare, estirpare o debellare e tuttavia è necessario (fa stare meglio psicologicamente) fare “come se” (Vaihinger) in qualche arcana e inusuale maniera una possibilità diversa e migliore venga sviluppata.
    E qui potrei citare l’importanza della “praxis”, dell’azione, sulla scia di Aristotele, di Fichte senza convincimento, di Gentile – pur credendo meglio non citarlo (come punizione), visto il suo fascismo proclamato e opportunisticamente utilizzato per fini personali – , di Gramsci con rispetto e di tutti coloro che hanno dato la vita, nella pratica appunto, per mutare in meglio le condizioni sociali e quindi la storia.
    Definisco, dunque, pensiero di sinistra quello che attesta positivamente i tre punti sopra elencati.
    Al contrario, definisco “pensiero” di destra quello che si contrappone a quelle stesse istanze.
    Per quale motivo aggiungere le virgolette alla parola pensiero?
    Perchè in questo caso non è un vero e proprio pensiero, dato che è mosso da interessi e paure di perderli.
    O meglio è un pensiero limitato, non libero (sottoposto alla dittatura del proprio interesse, non oggettivo, il liberalismo-neoliberismo è una farsa deleteria, oltrechè essere ipocrita), incapace di relazionarsi con altre costruzioni cognitive, impossibilitato a creare cose ed eventi originali. Insomma è un simulacro di pensiero che, nell’economia culturale generale, produce rallentamenti, distorsioni, zoppicature e quant’altro, inoltre, naturalmente, ogni genere di turpi disparità tra le moltitudini umane.
    Un appunto alla questione suscitata nuovamente da Diego Fusaro circa l’inutilità dell’antifascismo (e dell’anticomunismo).
    Quest’ultimo “anti” è davvero inutile giacchè nessun governo o stato, ha mai messo in opera qualcosa che possa definirsi “comunismo” in base alla teoria sorta storicamente o soltanto lasciandoci guidare dalla sua semantica che, mi pare, sia chiara.
    L’anticomunismo è, tuttavia, uno strumento concettuale che viene inalberato pretendendo di confermare la propria voglia di libertà, contrastando ad esempio i regimi dittatoriali e invece – è evidente a tutti coloro che pensano non ideologicamente – maschera la tendenza a giustificare e rendere libera ogni azione che promuova le proprie iniziative, specie in ambito lavorativo-imprenditoriale ma anche in altri ambiti dell’”esserci” (senza per questo promuovere il filosofo della Foresta Nera, anzi).
    In altre parole, come scrivevo poc’anzi: fare i propri comodi anche a detrimento dei propri simili, soprattutto usando il lavoro e l’impegno del prossimo (altrimenti è impossibile), onde, semplificando, poter accrescere il conto bancario personale.
    Altra questione è l’antifascismo.
    Innanzi tutto il fascismo può essere declinato in vari modi e sappiamo quanto gli storici siano discordi sul cosiddetto minimo denominatore comune che sottenda a tutte le esperienze storiche a cui si è, legittimamente oppure no, applicato l’attributo fascista (infatti il termine “totalitarismo” viene incontro a queste indecisioni). A volte ho la tentazione di dare giudizi intuitivi senza cioè argomentare, anche se non reputo questa operazione legittima, specie quando si compone un testo teorico e tuttavia mi vien da dire che è “intuitivo” reputare una certa esperienza storica come fascista oppure dire di un certo comportamento che è fascista. Ma lasciamo perdere queste divagazioni “emotive””.
    In seconda istanza, qualsiasi concetto storico non esaurisce i significati del fascismo. Se non altro declinare questo termine-concetto-tipo sotto il profilo psicologico e comportamentale mi sembra assolutamente degno di nota. A riguardo citare Wilhelm Reich è sacrosanto e quindi riserviamo ad altre occasioni di addentrarci sulla struttura caratteriale del fascismo (dei fascisti auto consapevoli oppure no). Dirò soltanto che alcuni regimi meglio di altri operano una selezione attitudinale funesta al fine di far emergere (e aumentare numericamente) gli individui più violenti, sadomasochisti, arrivisti, egocentrici, implacabili, ecc., consegnando loro l’organizzazione del regime stesso. Ebbene questo non soltanto è accaduto in passato ma accade anche nel presente e quel che forse è più importante può accadere anche nel futuro.
    Il fascismo è l’extrema ratio (?) di uno stato (o altro) per imporre il potere sulle folle. In quanto strumento, può essere riposto in un cassetto (storico), magari anche dimenticato (posto nel “preconscio”, direbbe Freud) ma quando si prospettassero avvenimenti o condizioni adeguate i “poteri forti” non mancherebbero di aprire quel cassetto e adoperare quanto, silente e non visibile anche da tempo, vi è stato riposto.
    Dunque l’ antifascismo deve con certezza essere mantenuto: il suo spirito non si riferisce soltanto a qualcosa che è avvenuto ma esprime qualcosa che può ancora avvenire e inoltre l’antifascismo, teorico o pratico, è molto vicino al concetto di critica.
    La critica, in generale, sottopone a indagine gli eventi sociali e politici (e non soltanto) così come l’antifascismo (critica+ vigile antifascismo) utilizza questo strumento concettuale per determinare le analogie (in atto o in potenza) presenti in progetti, sistemi, governi attuali, rispetto a quelli famigerati delle dittature totalitarie del passato.
    Naturalmente non si può né si deve comporre la dicotomia antifascismo/anticapitalismo.
    In altri termini, la questione è questa: né fascismo, né capitalismo oppure antifascismo e anticapitalismo.
    Mi sembra semplice ragionare in tali termini senza dare adito ad elucubrazioni anti che spesso fanno perdere la consapevolezza di quale sia la realtà: il fascismo è consustanziale al capitalismo e quando questo ne ha bisogno viene tirato fuori questa volta dal cappello magico (non c’era e adesso c’è!).
    Per concludere una nota di puro rammarico.
    E’ sempre più facile la pars construens di quella destruens, specie quando si esaminano le tematiche affrontare in questo testo e quindi mi pare inutile “accusare” chicchessia di fare soltanto analisi sui dati di fatto (sia pur in evoluzione) senza poi esprimere le modalità con cui sia possibile mutarli sostanzialmente.
    Riguardo al futuro e alla sua costruzione, siamo tutti nelle medesime condizioni, in alto mare, cioè.
    L’importante è porsi nella prospettiva che il futuro è emendabile, trasformabile e che la nippoamericana fine della storia è un’idea tra le tante e neppure, speriamo, la più probabile.

    P.S. Mi scuso per l’editing approssimativo ma il tempo è tiranno.

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  8. 4 luglio 2017 @ 21:53 Domenico De Venanzi

    Fascismo e antifascismo,il significato ed il senso di tutto ciò! I privilegi inerenti la FUNZIONE DI GOVERNO, questa è la posta in gioco, allora come adesso, mantenere i privilegi da sempre posseduti e trasmetterli ai figli è sempre stato il compito prioritario della classe dominate, la storia va letta in funzione della LOTTA DI CLASSE, sempre presente se pur annacquata dalla disinformazione di massa da sempre in mano alla CLASSE DOMINANTE, dopo il crollo del fascismo, è nato un nuovo regime, “REGIME ANTIFASCISTA” composto nei suoi quadri essenziali dai componenti del vecchio regime,negare ciò significa non fare i conti con la storia.I vecchi mali sono rimasti “CLIENTELISMO, SERVILISMO CIALTRONERIA, CODARDIA” da sempre presenti in tutte la classi sociali.

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