Ideologie a doppio taglio. Replica a Diego Fusaro

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Le tesi di Fusaro sono interessanti e degne di essere esaminate da vicino. Mi provo a riassumerle, scusandomi in anticipo con l’autore per la necessaria semplificazione. Egli sostiene sostanzialmente: 1) che l’antifascismo (e, simmetricamente l’anticomunismo) siano, nella realtà contemporanea, meri residui ideologici; 2) che tali residui ideologici siano dannosi in quanto, come sempre accade per gli ideologismi, essi sviano il discorso dalla concretezza dei problemi storici e, così facendo, finiscono (forse inavvertitamente) per essere ostacoli alla soluzione dei medesimi; 3) che i problemi storici che richiedono la nostra vigilanza e la nostra viva opposizione sono il capitalismo e l’imperialismo, donde l’appello pervasivo alle istanze dell’anticapitalismo e dell’anti-imperialismo.

In breve, credo che le pagine di Fusaro siano ampiamente condivisibili (con qualche precisazione) per quanto riguarda il primo e secondo punto, mentre credo che corrano il rischio di essere piuttosto fuorvianti con riferimento al terzo.

Provo a spiegarmi, commentandole.

1) La prima tesi di Fusaro, diversamente dalle apparenze, non rappresenta alcuno ‘scandalo’, anzi si tratta di tesi semplicemente ragionevoli. Che essere antifascista in assenza di fascismo sia un modo comodo di conferirsi un’identità è certo. L’antifascismo pubblicamente proclamato è diventato una formulazione retorica almeno dagli anni ’80 del XX secolo. È opportuno precisare, naturalmente, che per essere e dichiararsi antifascisti in modo ‘autentico’ non era necessario essere in presenza del Partito Nazionale Fascista (PNF). Il PNF si estingue il 6 agosto del 1943, ma fino agli anni ’70 sono esistiti in Italia nuclei neofascisti molto attivi (e spesso autorevolmente protetti) ed il tentativo di restaurazione neofascista noto come “Golpe Borghese” risale al dicembre 1970. Dunque essere e dichiararsi antifascisti ha avuto un chiaro (ed encomiabile) senso politico ben dopo lo scioglimento del PNF. Ma è vero che oggi, e oramai da circa tre decenni, l’appello all’antifascismo è prevalentemente, e sempre di più, un atto retorico, un atto che ha tutt’al più l’effetto perverso di incuriosire le giovani generazioni verso un fenomeno che potrebbe, e dovrebbe, essere trattato con distacco storico. Ciò non toglie, sia detto di passaggio, che sussistono ottime ragioni per conservare le disposizioni normative, emerse nel dopoguerra, contro manifestazioni e organizzazioni che si appellino al fascismo: quelle norme non sono retorica, sono memoria storica inscritta nelle leggi e come tale va rispettata.
2) Che l’antifascismo sia un residuo ideologico è dunque vero, come è vero che gli ideologismi sono forme ideali insidiose. L’essenza dell’ideologia sta nel fornire un’immagine mentale apparentemente chiara del proprio oggetto (di odio o di venerazione), immagine la cui ingannevole chiarezza consente di risparmiarsi la “fatica del concetto”, evitando di confrontarsi con la sostanza storica presente. L’ideologia ha una funzione pragmatica non trascurabile, in quanto fornisce un’immagine semplificata di processi storici complessi. Questa funzione può anche avere occasionalmente la sua utilità, può muovere gli animi e creare consenso, ma a lungo termine essa è sempre un ostacolo all’analisi razionale dei processi storici.

3) Fusaro scrive che l’antifascismo sarebbe ideologico in quanto “risorsa simbolica per l’assoggettamento dell’opinione pubblica al profilo culturale del monoteismo del mercato”. L’antifascismo come “arma di distrazione di massa” distoglierebbe dalle vere urgenze politiche del nostro tempo. E quali sarebbero tali urgenze? L’anticapitalismo e l’anti-imperialismo. Ecco, qui temo che l’autore cada nel medesimo errore che egli giustamente imputa alla retorica antifascista: egli si fa latore di una vaga quanto, temo, stantia retorica anticapitalista ed anti-imperialista, e così facendo non fa che sostituire un ideologismo con un altro. Si badi bene, il punto non è di affermare ingenuamente che i problemi esaminati da Marx quanto inventò il termine “capitalismo” stiano serenamente dietro le nostre spalle. Tutt’altro. Il problema è concettuale: ciò che Marx nominava come “capitalismo”, e ciò che marxisti come Rosa Luxemburg e Lenin nominavano come “imperialismo”, ha cambiato pelle e forma più volte, rendendo gli strumenti concettuali che rievochiamo con le parole “anticapitalismo” e “anti-imperialismo” a loro volta residui ideologici. Per poter parlare di anticapitalismo in modo non retorico bisognerebbe poter isolare con chiarezza i limiti di cosa conta come “capitalismo”. Ma cosa corrisponderebbe al termine nell’analisi contemporanea? Le economie di mercato? E dunque l’anticapitalismo sarebbe la negazione dell’economia di mercato? Ma da quando il termine “capitalismo” è stato coniato le “economie di mercato” hanno spaziato dall’America Rooseveltiana a quella Reaganiana, dalla Svezia di Olof Palme al Cile di Pinochet. Se non distinguiamo tra questi modelli (e l’appello all’anticapitalismo non lo fa), allora ci stiamo accanendo contro un fantoccio ideologico, qualcosa appunto che sembra evocare un’immagine chiara della sua natura, risparmiandoci la fatica di esaminare le realtà storiche da vicino. Similmente, se invochiamo l’anti-imperialismo trascurando che il termine faceva riferimento ad un sistema di conquista coloniale permeato di razzismo e nazionalismo, allora stiamo in verità usando di nuovo una categoria vaga e fuorviante. È “imperialismo” ogni apertura globale dei mercati? Anche quelli che hanno prodotto grande sviluppo (caso esemplare, il Giappone)? La verità è che parlando di imperialismo e dicendosi anti-imperialisti si crea, secondo il più classico dei canoni ideologici, un fantoccio su cui potersi accanire senza correre rischi di smentita (dopo tutto, chi non si direbbe “anti-imperialista” oggi?).
In conclusione, i proclami di antiimperialismo e anticapitalismo oggi hanno precisamente la stessa collocazione esiziale che l’autore giustamente rinfaccia ai proclami “antifascisti”: nominano una tesi storica importante, facendo però riferimento a strumenti concettuali spuntati, triti, impotenti. Precisamente come accade per l’antifascismo, la retorica anticapitalista e anti-imperialista finisce, suo malgrado, per nascondere i problemi, invece che evidenziarli, e perciò, paradossalmente, finisce per fornire aiuto a chi quei problemi non vuole risolvere. I potentati economici mondiali e i loro corifei non possono desiderare un nemico migliore di chi muove loro guerra nel nome dell’”anticapitalismo” e”‘anti-imperialismo”.

 

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Andrea Zhok

Andrea Zhok (Trieste, 1967) si è formato presso le università di Trieste, Milano, Vienna ed Essex. Attualmente insegna Antropologia Filosofica presso l’Università degli Studi di Milano. Tra le sue pubblicazioni monografiche ricordiamo Il concetto di valore: tra etica ed economia (Mimesis 2001); Lo spirito del denaro e la liquidazione del mondo (Jaca Book 2006); Emergentismo (Ets 2011); La realtà e i suoi sensi (Ets 2012).


'Ideologie a doppio taglio. Replica a Diego Fusaro' 6 commenti

  1. 28 settembre 2014 @ 13:23 Stefano Vaselli

    TORNA DI MODA IL SENSO NAPOLEONICO (PRIMA ANCORA CHE MARXIANO) DELLA PAROLA “IDEOLOGIA”. DOVREMMO ESSERNE LIETI O PREOCCUPATI? (DOMANDA NON RETORICA MA APERTA…)
    Come sappiamo, ‘”ideologia” si riferisce originariamente agli “idéologues” (ideologi), una corrente di pensiero attiva in Francia tra il XVIII e il XIX secolo. Gli “idéologues” si riferivano principalmente al pensiero di Helvetius, di John Locke e di Condillac.
    Ricorrendo ad una base fortemente materialistica e utilizzando anche gli studi sulla fisiologia del sistema nervoso di Pierre Jean Georges Cabanis cercavano di indagare l’origine delle idee attribuendola ai dati sensoriali che per successive composizioni avrebbero originato ogni fenomeno psichico. Anche la morale, intesa in senso utilitaristico, e la politica, concepita in senso liberistico, venivano considerate come “ideologia applicata”. Il termine “ideologie” pare sia stato introdotto per la prima volta da Destutt De Tracy, ma non è certo. Certo è interessante notare come i primi ideologi fossero liberisti in economia e utilitaristi in etica. Gli “idéologues” , infatti, rifiutando la metafisica ed insieme i contenuti ideali del pensiero illuministico, si dedicarono a campi d’indagine ristretti di carattere sociale ed economico ai quali applicavano metodi matematici e statistici allo scopo di ottenere delle previsioni attendibili in settori della realtà umana generalmente ritenuti imprevedibili e impossibili da dirigere razionalmente.
    Per l’opposizione espressa dagli “idéologues” al suo sistema di governo, Napoleone trasformò in modo dispregiativo il senso del termine, indicando negli ideologi i “dottrinari”, coloro i quali avevano poco contatto con la realtà e scarso senso politico. Fu a partire da qui che il termine perse la sua connotazione esclusivamente filosofica, acquisendo connotati sempre più vicini alla nozione moderna, assai vicina a quella di “dogmatismo”. Il significato originario del termine infatti, come metodo del corretto ragionare, discorso razionale sulle idee assunse un significato peggiorativo con Napoleone Bonaparte, il quale non aveva più bisogno di atteggiarsi a sostenitore delle idee illuministe di questi ideologi, progressisti atei e razionalisti, dei quali si era servito agli inizi della sua carriera. Egli affermava in un suo discorso del 1812:
    «È alla ideologia, a questa tenebrosa metafisica che ricercando con sottigliezza le cause originarie, vuole su tali basi fondare la legislazione dei popoli in luogo di adattare le leggi alla conoscenza del cuore dell’uomo e alle lezioni della storia, che vanno attribuiti tutti i mali che ha provato la nostra bella Francia.» ( M. A. Toscano. Introduzione alla sociologia, Franco Angeli ed., 2006, pag.266)
    Leggiamo così su Wikipedia “Il significato originario di ideologia come atteggiamento scientifico si perse così quasi subito come anche il legame al materialismo e al sensismo e il termine assunse per ragioni politiche il significato di una visione distorta della realtà con la fallimentare ambizione di voler dare un ordine razionale alla società, di voler fondare scientificamente l’ordine sociale.”
    E in effetti nel suo volume del 1991 edito da Einaudi, R. Boudon, liberale e individualista metodologico, così definisce “ideologia”: origine (dogmatica) di tutti i pregiudizi in materia politica, economica, sociologica, etica, ecc. Ma non sarebbe, da questo punto di vista, più corretto domandarsi se:
    (i) Quanto è an-ideologico questo modo di ragionare? Non cade esso stesso nel circolo vizioso di “presupporre di non presupporre” nulla, nella fattispecie, di ideologico nelle proprie premesse?
    (ii) Quanto (cattivo) revisionismo storiografico c’è nella ricostruzione – molto interessante e che consiglio a tutti di leggere – di Boudon nella storia di “ideologia” dagli “idéologues” ad oggi? Tentare di applicare delle (purché corrette) definizioni e soluzioni di scienza sociale alle politiche e all’azione pubblica non dovrebbe essere necessariamente sinonimo di “dogmatismo”, “fanatismo”, “pregiudizievole”, e men che mai, ipso facto, di “fascismo”, “comunismo”, “X-ismo” e – per tanto – neppure di “Anti-X-ismo”.
    (iii) Non è forse più corretto riconoscere che ci sono e ci sono state ideologie pessime (i fascismi, il nazionalsocialismo, i comunismi sovietici, filosovietici, maoisti, filomaoisti, i nazionalismi, i razzismi, i confessionalismi teocratici o temporalisti, i fondamentalismi religiosi, i neoliberismi finanziari d’accatto) e ideologie almeno, dico almeno, legittime ed accettabili (liberalismo, democrazia, economia sociale di mercato, repubblicanesimo, socialdemocrazia, moderatismo, conservatorismo liberale, socialismo azionista, socialismo liberale, ecc.)?
    Penso che come minimo prima di dare per scontato che “ideologia” sia sinonimo di “pregiudizievole” e “dogmatico” bisognerebbe un po’ riflettere su quanta irriflessa voglia di presupporre che lo sia – ma una voglia non corrisponde ad una dimostrazione consolidata e accettata da tutti e tutte – vi sia in questo modo di far partire un ragionamento. Io, dal canto mio, mi sento perfettamente a mio agio con il mio orizzonte ideologico, frutto di crisi e ripensamenti, non solo di slanci ideali. Vorrei tanto sapere – ma non lo chiedo a Zhok, quanto semmai a Fusaro e, per esempio, a Matteo Renzi (che ha dato, a mio parere, in questo senso, un pessimo esempio di uso linguistico e di etica della comunicazione nel senso di Habermas): non sarebbe ora di smetterla con questo dare per scontato che “ideologia” sia sinonimo strictu senso di “dogmatismo politico, economico, sociale”? Il presidente del consiglio in carica, in fondo, quando risponde “Fatti non ideologie” ai sindacati, non muove, anch’egli, da presupposti ideologici – faccio questo esempio per allargare un po’ il campo della discussione.
    Per concludere vorrei dire che se il fascismo è stato ed è ideologia, partito, regime e movimento (come De Felice e il suo allievo Emilio Gentile, non defelicianamente, hanno sottolineato nei loro bellissimi studi) allora l’antifascismo ha pieno diritto e dovere di esistere non solo nelle legislazioni Scelba e Mancino – come, pure, mi sembra che Zhok riconosca debba essere – ma anche nell’atteggiamento ideologico – nel senso degli “idéologues” e nel mio senso di “Orizzonte ideale scientificamente fondato come premessa per l’azione politica” – di chiunque si riconosca nella koiné etica e pragmatica della democrazia, sia esso liberale, moderato, conservatore, democratico, socialdemocratico, repubblicano, ecc. Si abbia il coraggio di riconoscere che alcune ideologie sono state buone, e altre cattive. Tutto il resto è (cattiva ideologia) relativismo contestualista, antirealismo e, qualche volta – vedi Napoleone Bonaparte e Renzi – insano desiderio di “buttarla in caciara”.

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  2. 28 settembre 2014 @ 16:27 Andrea Zhok

    Caro Stefano, temo di non poter essere d’accordo. Naturalmente le parole si lasciano usare e noi possiamo pattuire di utilizzare ‘ideologia’ in accezioni diverse, tra cui è anche legittima l’accezione che la rende equivalente a ‘visione del mondo’, come sembra fare lei. Ma la storia del termine, come lei in parte ricorda, identifica un concetto differente, ovvero quello di un ‘travestimento di idee’ (Marx lo nominava come “Ideenkleid”, vestito di idee), che mistifica le descrizioni della realtà storica attente alle ’cause reali’. Io credo che il termine ideologia in questo senso, consolidato, sia uno strumento concettuale prezioso, e soprattutto uno strumento concettuale oggi persino più intensamente applicabile di quando Marx ne parlava. Esistono certamente visioni del mondo ‘buone’ e ‘cattive’, ma NON esistono, nel senso qui inteso, ideologie buone e cattive, perché l’ideologia è sempre (spesso involontariamente) un travestimento ed una copertura, una menzogna, un modo di dissimulare e rimuovere i problemi reali, impedendone la soluzione.

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  3. 28 settembre 2014 @ 17:14 Stefano Vaselli

    “Esistono certamente visioni del mondo ‘buone’ e ‘cattive’, ma NON esistono, nel senso qui inteso, ideologie buone e cattive, perché l’ideologia è sempre (spesso involontariamente) un travestimento ed una copertura, una menzogna, un modo di dissimulare e rimuovere i problemi reali, impedendone la soluzione.” Questo è esattamente quello che in logica si chiama “Petitio principii”.
    Inoltre nelle mie domande ho formulato un problema, non retorico: come è possibile stabilire, se è possibile farlo, che chi usa il termine “ideologico” per dare del travestito (poveri travestiti!) al proprio interlocutore non muova anch’esso da posizioni ideologiche, e quindi marxianamente “travestenti”?
    Da questa domanda ne discende un’altra, non filosofica, ma legata alla cronaca (più pubblicistica che storiografica): quando è stata l’ultima volta che abbiamo sentito con le nostre orecchie un esponente del Partito X accusare un esponente del Partito Y di “essere ideologico” avendo la grazia di indicare di quale ideologia si trattasse? Questa, in effetti, è una domanda un po’ retorica e la risposta penso che la conosciamo tutti: mai. Perché nel conformismo dominante di oggi capita, sovente, di sentir dare dell’”ideologico” il più delle volte da qualcuno che si “sente” o si audefinisce “moderato” “liberale” o “liberista” o ancor più genericamente “democratico” a chiunque sia un po’ più a sinistra di lui o addirittura un “comunista” (raramente a chi sia un estremista di destra, vale a dire, per non essere troppo politicamente corretti, un fascista o un neofascista. In questo senso direi che “ideologico”, a prescindere da quanto Lei consideri “fecondo” – ecco la petitio principii, tutta da smontare in una dimostrazione, a Lei l’onere della prova – sta diventando un stereotipo giornalistico della peggior specie, indicatore di quello che Ferruccio Rossi-Landi chiamava “alienazione linguistica” (e lui di “ideologia” se ne intendeva assai, ha scritto delle cose molte interessanti sul tema) nonché di quello che Umberto Eco chiama “Populismo mediatico”. Intanto da un punto di vista storico noi non sappiamo, 25 anni di tempo dalla caduta del Muro di Berlino, se le “ideologie” sono effettivamente finite, morte, andate via, o ne è cominciato il tramonto. E quali stanno sortendo questo brutto destino. Un po’ di umiltà storiografica vorrebbe che lasciassimo passare un po’ di tempo, il tempo della “storicizzazione”, per tracciare la giusta distanza critica ed emotiva tra noi, storici di quel passato, e quelle idee o ideologie. Invece eccoci qui, spesso involontariamente, presi dall’”epocentrismo” tipico di chi pensa che la propria epoca sia l’osservatorio storiografico privilegiato per dare voti, giudizi, o addirittura condanne nei confronti di questa o quella “ideologia”. Dimenticando la nostra “Ideologia”.
    Perché se non se ne sarà accorto, tutti ne abbiamo una, e nessuno ha ancora dimostrato se e quanto il concetto marxiano di “ideologia” possa essere quello più corretto. E’ lecito dubitarne, visto che le stesse idee di Marx sono state classificate con questa sua metodologia tassonomica, per non parlare del fatto che sarebbe una delle tante cose non esattamente giuste che Marx ha preteso di affermare. Ma il mio commento non voleva denunciare certo l’analisi di Marx, quanto l’uso “Napoleonico” che è tornato di moda dagli anni ’80 del 900 ad oggi per definire “ideologico” come sinonimo di “pretesa filosofica di inquadrare la realtà alla luce di teorie scientifiche per cambiarla”. E’ quella concezione di ideologia che i seguaci contemporaneii di Napoleone dovrebbero dimostrare essere sbagliata e, come pensava il Bonaparte, pericolosa. Dimenticando, ovviamente, che persino Bonaparte aveva, eccome, le sue “ideologie”. Insomma, così non se ne esce. Realismo e umiltà vorrebbero che tornasse al significato originario, lo si emendasse dall’uso trivialmente retorico che ne fece il Bonaparte – con buona pace dei bonapartisti odierni tornati alla ribalta – e che si avesse il coraggio di giudicare le ideologie per quello che hanno fatto e che stanno facendo, evitando di fare di tutta l’erba un fascio, alla maniera di chi, per esempio, ama ripetere “I politici sono tutti uguali” o “è tutto un magna magna” oppure, alla Fusaro, “Fascisti o comunisti va tutto bene, purché anticapitalisti e antimperialisti”.
    Va tutto bene secondo Lei, alla maniera di Fusaro? Pensiamoci.

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    • 29 settembre 2014 @ 8:38 Andrea Zhok

      Caro Stefano. 1) Che il concetto “ideologico” possa essere usato a sproposito da personaggi inqualificabili è, ahimé, l’amaro destino di tutti i concetti in una civiltà che ha ammesso la libertà di parola: temo di non potermene assumere la responsabilità. 2) Il riferimento alla “petitio principii” è del tutto fuori luogo, giacché io non ho proposto alcuna catena inferenziale (l’unico luogo dove una “petitio principii” ha posto).; 3) Il suo ragionamento ha un unico punto d’arrivo, che è una classica forma di relativismo cognitivo: non siamo legittimati ad usare il concetto di “ideologia” perché l’uso del termine implica la capacità di discriminare tra cause autentiche e cause fittizie o retoriche degli eventi. Ecco, questo punto richiederebbe un’argomentazione più ampia di quanto qui è possibile dare. Personalmente questo tipo di argomentazione ho provato a fornirlo a più riprese in forma di pubblicazioni, cui, per ragioni di galateo, non la rinvio. Sostituisco un ragionamento con un esempio, che anche se di portata più limitata, può essere utile. Supponiamo che una fonte di informazione pubblica (telegiornali, ecc.) descriva la crisi della società italiana contemporanea attraverso episodi di cronaca nera (stupri, assassini, furti in villa, ecc.). I fatti in questione sono reali, non inventati. Ed ora supponiamo che la chiave di lettura che viene data della crisi della società contemporanea sia: che “la gente ha perduto i valori”, oppure che “le nuove generazioni secolarizzate sono malvagie”. Ecco, lei sarebbe disponibile a concedere che queste descrizioni si attagliano alla definizione di “ideologia” di cui sopra? Ammetterebbe cioè che sono descrizioni prima facie plausibili (per inciso, sono motivazioni realmente sostenute su alcune testate minori), descrizioni che travestono e dissimulano le autentiche ragioni, impedendo così di affrontarne alla radice la soluzione? Se sì, allora deve ammettere che il concetto di “ideologia” ha un’applicazione feconda. Quod Demonstrandum Erat. Se no, temo che il nostro scambio di opinioni cessi qui, per manifesta mancanza di una qualsivoglia base comune.

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  4. 2 ottobre 2014 @ 19:16 Stefano Vaselli

    Ci ho pensato a lungo, caro Andrea (ormai ci diamo del tu, e va benissimo). Direi che gli esempi – guarda caso, esempi che a me vengono spesso in mente come esempi di pessimo linguaggio mediatico, vedo che siamo d’accordo, almeno a livello di sensibilità, nel vederli o sentirli così – sono exemplaria molto azzeccati di cattiva antropologia tradizionalista (il riferimento ai valori, alla malvagità, alle “nuove” generazioni, ecc.) e quindi di “falsa coscienza della realtà” (ideologia) nel senso marxiano del termine. Ora, il mio intervento aveva proprio questo fine: mostrare che oltre alle giuste osservazioni che tu fai nei confronti della posizione di Fusaro, che io però giudico un po’ più severamente di te, si dovrebbe ricordare che il senso marxiano o neomarxiano di “Ideologia”, che svela una connotazione assolutamente negativa, come è peraltro noto, ne esiste una, che, guarda caso, è ben più antica e (secondo me) filologicamente più coerente: quella degli “Elementi di Ideologia” di Destutt di Tracy (1827), che definisce – tra gli altri – l’ideologia come l’insieme o la struttura di idealità progettuali su basi scientifiche (naturalistiche, sociologiche o economiche) a cui lo scienziato sociale o il militante politico dovrebbe guardare per “riprogettare” la società dall’alto o dal basso al fine di renderla aderente ad una visione d’insieme e coerente. Da questo punto di vista possono esistere buone e cattive ideologie. Mi sembra che la storia si sia incaricata di dare più ragione agli ideologues e a Destutt De Tracy che a Marx e ai neo o postmarxiani, come Fusaro, perché alcune ideologie hanno decisamente “vinto” o stanno vincendo dappertutto, mentre altre hanno “perso” o stanno perdendo dappertutto, il più delle volte per delle buone ragioni. La democrazia liberale è un’ideologia, con tanto di pedigree di autori e scuole di pensiero, e mi sembra che abbia vinto dappertutto, tranne in Cina, in Corea del Nord, in Bielorussia, e nei paesi fondamentalisti islamici – anche se taluni mettono anche la Russia nell’elenco delle pseudodemocrazie. Il liberismo e il neoliberismo, ideologia di successo, hanno tanto di “ideologi” in persone come Carl Menger, Hayek, Friedman (che negli anni ’70 andava anche in televisione con trasmissioni di successo come “Free to choice” a contestare, del tutto ideologicamente prima ancora che econometricamente, il welfare di origine rooseveltiano; per non parlare delle sue consulenze ai regimi di Pinochet, Videla, e al governo Menem, che ha fatto disastri inenarrabili). Lascio a te e a chi legge il compito di decidere quali siano le ideologie “buone” e quelle “cattive” dalla propria prospettiva. Se questo è relativismo, sarò anche io un relativista. Sicuramente non sono un assolutista ideologico, perché nella prospettiva degli ideologi illuministi si può “cambiare ideologia” nella propria mente, dal momento che, a differenza della ideologia marxiana, quella degli ideologi illuministi è un progetto spontaneo e deliberato di progettualità filosofica e scientifica, non una “falsa coscienza” che come un occhiale inconscio deforma la percezione del reale. Non essendo un assolutista ideologico mi sento molto meglio di tanta altra gente che vive per imporre il proprio assolutismo sugli altri.
    Penso tutto questo, a meno che non si voglia – e in questo senso, si, ci sarebbe una bella “petitio principii”, escamotage retorico con cui le “catene inferenziali” neppure possono iniziare, giacché si pretende con un “perché si” che valga come un assioma qualcosa che è tutto da dimostrare – ritenere che la definizione marxiana e quelle che meglio si attagliano alla stessa, siano le uniche definizioni di “ideologia” che si possano o si debbano accettare.
    Sulla stima riservata ai personaggi inqualificabili hai già detto tutto te, e meglio non si potrebbe dire. Grazie,

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    • 3 ottobre 2014 @ 8:18 Andrea Zhok

      Caro Stefano, la mia risposta è molto semplice. Se usiamo uno stesso termine, senza indicizzarlo in qualche modo, per significare due significati radicalmente opposti ed inconciliabili facciamo semplicemente confusione. Spero che lo ammetterai. Ora “ideologia” in senso marxiano esclude il senso in cui si possa parlare di “ideologie buone”, mentre “ideologia” nel senso di “visione del mondo” (che peraltro non è il senso inteso da Destutt de Tracy, per cui si intendeva ancora una terza cosa, cioè un metodo del corretto ragionamento) include naturalmente la possibilità di parlare di “ideologie buone”. La domanda successiva è: quale delle due accezioni è più sensato adottare? A mio avviso la risposta deve seguire, come sempre per le dispute linguistiche, l’uso prevalente. Ed oggi l’uso prevalente di “ideologia” è quello marxiano, cioè l’accezione spregiativa. In alternativa bisognerebbe sempre aggiungere un indice disambiguante (“ideologico” nel senso di Marx versus “ideologico” nel senso di… non saprei chi). – Del marxismo, come della democrazia liberale, ci sono espressioni puramente ideologiche (in senso marxiano) e ci sono espressioni ideali o filosofiche (ideologiche nel tuo senso), che non sono ideologiche in senso marxiano.

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