Entrando nel merito

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I discorsi generici sul merito sono diventati tra i ritornelli più ripetuti della nostra vita politica e delle nostre pratiche sociali. Se ne parla dappertutto e in qualsiasi occasione: dalle riunioni di condominio ai dipartimenti universitari e al consiglio dei ministri, almeno a leggere e ad ascoltare quanto si scrive sui giornali e sui documenti ufficiali, sui social, e nei programmi di informazione.
“Si deve premiare il merito”: difficile non acconsentire a questo mantra continuamente ripetuto. Divenuto una sorta di tormentone di fine estate, alla fine pare essersi trasformato in una seconda natura. Chi non vorrebbe premiare il merito? Anzi: chi oserebbe pensare di non doverlo fare?
L’esempio più recente, anche se forse non il più formidabile, è quello offerto dal piano per la scuola del governo, uno degli atti più importanti, almeno mediaticamente, del cosiddetto crono-programma dei 1000 giorni proposto dal governo Renzi, che dovrebbe cambiare l’Italia e finalmente farci uscire da un crisi economica drammatica, i cui effetti si sentiranno per molti anni a venire, almeno a giudicare dalla disoccupazione giovanile, dalla perdita delle tutele, dal ridimensionamento eccezionale della nostra base produttiva.
Tuttavia, la cosa bizzarra è che nel manifesto sulla scuola presentato dal governo il termine “merito” ricorre una volta sola e precisamente in relazione agli aumenti degli stipendi degli insegnanti delle scuole di ogni grado sino alle superiori. Se ne parla in due prospettive, da quello che sono riuscito a capire: 1) per segnalare che gli aumenti di stipendio non saranno più automatici, ma legati alle capacità individuali; 2) per rassicurare che 2/3 del corpo docente riceverà un aumento basato sul merito ogni tre anni.
Le due informazioni danno indicazioni contrastanti e forse contraddittorie, almeno se laicamente dubitiamo delle capacità prognostiche dei nostri governanti, almeno tanto quanto dubitiamo delle previsioni meteo a medio termine. È difficile immaginare che qualcuno, infatti, sappia già adesso che tra tre anni 2/3 dei docenti italiani (circa mezzo milione di persone) riusciranno a superare le asticelle che la legge e i regolamenti (che ancora non si conoscono) porranno per incrementare di 60 euro i propri stipendi, non certo esaltanti.
Il sospetto è che la parola “merito” in questo caso copra soltanto una necessità di risparmiare sugli stipendi di una categoria di dipendenti pubblici, anziché mettere in atto meccanismi imparziali di misurazione dei contributi individuali, che è quanto il merito dovrebbe individuare.
Occorre anche dire che, per quanto la presenza del merito nel documento sia così parca, invece nessuno dei componenti interessati del governo si è risparmiato nelle dichiarazioni mediatiche, che sono quelle che danno il polso dello Zeitgeist, al quale il governo sa che deve attenersi.
Inutile ripetere che sono soprattutto queste continue presenze mediatiche del “merito” quelle che permeano i comportamenti sociali e addirittura i discorsi comuni, presenze che certamente non sono state inaugurate dal nostro attuale governo.
Una mia conoscente, qualche tempo fa, si mostrò indignata che sulle televisioni private comparissero tante ballerine e showgirl scelte per la loro bellezza e non invece in base al merito. Chissà cosa voleva dire. Che un concorso per titoli ed esami avrebbe dovrebbe decidere quali tra le candidate sarebbero state degne – avrebbero meritato – di agitare il proprio culetto in prima serata? In realtà, questo concorso esiste già ed è l’indice degli ascolti e gli investimenti pubblicitari delle aziende. Ma è anche un concorso o una selezione competitiva che ha a che fare con il merito, così come, in maniera spesso totalmente irriflessa, ne parliamo? Ne dubito fortemente.
Di merito, ovviamente, si parla anche nelle università, il posto dove io lavoro. Nel mio dipartimento sembra che siano numerosi i ricercatori inattivi, ovvero i docenti che da anni non pubblicano nulla. Una delle proposte di cui si parla è di erogare eventuali aumenti di stipendio, se mai ci saranno, solo ai ricercatori attivi, quelli che invece si sono dati da fare. Ma i ricercatori attivi verrebbero, realmente, premiati per il loro merito? Dal momento, che fa parte delle mansioni del docente universitario documentare le sue ricerche in pubblicazioni presso la propria comunità scientifica, a me sembra che tutto questo rientri semplicemente nella prestazione lavorativa, che nel secondo caso ha luogo, mentre nel primo non viene semplicemente erogata.
Naturalmente, il problema vero è che l’università non è in grado di licenziare nessun docente. La mia ci provò anni fa con una docente che da anni era scomparsa dagli orizzonti, alquanto miopi a dire il vero, della sua comunità di ricerca, dei colleghi, degli studenti. L’ateneo avviò quindi la procedura di licenziamento e la portò a termine: la docente doveva andarsene, sentenziò. Ma lei ricorse al Tribunale amministrativo, vinse la causa e fu riassunta. Per il Tribunale era chiaro che meritava di essere riassunta.
Il merito però che cosa è? Credo che nel significato di “merito” si intreccino almeno due sensi diversi. In un senso, il merito sembrerebbe essere qualcosa di intrinseco a un’azione che si è compiuta. Ad esempio, mi impegno fortemente nel mio lavoro e ottengo un premio dagli azionisti, che sono i miei datori di lavoro, perché ho contribuito ad arricchirli. Il premio riconosce il merito dell’azione, che avrebbe potuto essere compiuta anche da un’altra persona e non da me. In un altro senso, il merito riguarda una qualità della persona, come quando si dice che quella persona merita rispetto o che una persona di alta pericolosità sociale, se condannata penalmente, non merita di essere ammessa ai benefici previsti dalla legge. Nel primo caso, la considerazione per il merito è rivolta a un’azione particolare, nel secondo caso riguarda invece una qualità della persona. In entrambi i casi, “a ciascuno è stato dato il suo”, si potrebbe dire secondo una definizione molto fortunata di giustizia.
A ben vedere, questa concezione del merito sembra superficialmente anche in linea con le concezioni individualistiche e liberistiche che fanno attualmente da sfondo a tutte le democrazie affluenti in maniera tale da realizzare un circolo efficiente tra forme di governo, sistemi economici capitalistici, teorie morali e politiche (C’è stato anche qualcuno che avventatamente ha sostenuto che la democrazia è intrinsecamente legata all’individualismo, al liberalismo, al capitalismo e viceversa. Basta l’esempio della Cina per sbarazzarsi di questo pregiudizio, ovviamente). Però, è divenuta un’ovvietà e una seconda natura, appunto, che il merito sia individuale e che questo sia il centro di qualsiasi ideologia liberale. Del resto, se il merito è solo dell’individuo, è più facile convincere l’opinione pubblica che determinati diritti di gruppi o categorie siano in realtà dei privilegi e fare magari qualche scherzetto poco simpatico, come è accaduto agli esodati.
L’attuale koinè politica liberale – non c’è quasi governo tra le democrazie affluenti che non si dica liberale –, ha un suo corrispettivo in una koinè filosofica dove il pensiero liberale è egemone tanto nella filosofia politica quanto nella filosofia morale (per quel tanto che è possibile e utile distinguerle). All’origine di questa ultima koinè unanimemente si colloca il capolavoro di J. Rawls Una teoria della giustizia, pubblicato oramai più di quaranta anni fa. Rawls sembra disegnare un mondo dove sono gli individui a modellare le istituzioni politico-sociali e le modalità di distribuzione delle risorse. Il cosiddetto principio di differenza (che è la sua soluzione al problema della giustizia distributiva) è una giustificazione delle ineguaglianze sociali, a patto che queste vadano a vantaggio degli individui meno avvantaggiati. Da una delle componenti principali di questa koinè culturale ci si attenderebbe una parola sul merito individuale, che, infatti, arriva, ma va in una direzione completamente diversa rispetto a quella che il merito come secondo natura ci prepara a credere.
Rawls ritiene che il merito come virtù morale che scaturisce dall’individuo sia un concetto tanto vago quanto passibile di abusi. Ricompensare la virtù individuale non può essere l’orizzonte di una teoria della giustizia. La giustizia si occupa delle aspettative legittime, ossia del fatto che gli individui «avendo fatto certe cose incoraggiate dagli assetti esistenti, ora possiedono certi diritti, e le giuste quote distributive soddisfano queste pretese». È solo questo che definisce come legittime le tue aspettative. Ossia: le tue aspettative sono rese legittime e comprensibili dalle istituzioni nelle quali operi. Fuori di queste non potrebbero esistere.
Sarai magari un eccellente insegnante, ma riflettici bene: lo saresti stato egualmente, se a casa tua non ci fossero stati dei libri; se tu non avessi avuto a portata di mano una università sovvenzionata dallo Stato; se tu avessi dovuto preoccuparti costantemente di mettere assieme il pranzo con la cena? E che dire poi della dotazione genetica che ha contribuito assieme all’ambiente a fare di te quello che sei? Ne sei responsabile in un qualsiasi senso? Dunque: tu non controlli l’ambiente che ti ha consentito di raggiungere determinati risultati, né controlli il pool genico che fa di te quella persona unica che sei, assieme alle esperienze che sono capitate nella tua vita. Allora, che senso ha parlare di merito come virtù individuale? Ben poco, suggerisce Rawls.
Non è facile mettere in discussione questa linea di ragionamento, se non appunto con una finzione retorica, che è quella di un mondo in cui gli individui sono indipendenti dal contesto e dalla biologia. Questa finzione però origina una pessima metafisica e una pessima filosofia morale. Entrambe mettono in secondo piano, se non addirittura occultano, le relazioni materiali, biologiche, sociali che ci fanno quello che siamo, oltre a generare illusioni pericolose. Ma, allora, si dirà, in questo modo la responsabilità personale svanisce, se tu sei solo il prodotto del tuo contesto. Rawls suggerisce una strada diversa: si definiscano le funzioni che sono richieste agli attori sociali e sulla base di queste si genereranno delle aspettative per le persone, alle quali sarebbe ingiusto non rispondere. Tutto qua: ma non è affatto poco, poiché ci mette in guardia contro la retorica superficiale del merito, che è divenuta una delle manifestazioni del narcisismo, non a caso, io credo, così pervasiva nella nostra epoca di democrazie plebiscitarie.

 

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Pierpaolo Marrone

Pierpaolo Marrone è professore associato di filosofia morale all’Università di Trieste. Oltre che di numerosi articoli, è autore dei volumi: Studi sul pensiero di Paul Ricoeur (1986), Consenso tacito (1996), L’io delle passioni. Indagini su Hume (2000), Un’introduzione alle teorie della giustizia (2003), Nomi comuni (2007). Dirige la rivista on line Etica & Politica/Ethics & Politics.


'Entrando nel merito' 1 commento

  1. 26 settembre 2014 @ 11:48 Marco Antoniotti

    ” The idea of meritocracy may have many virtues, but clarity is not one of them.” A. Sen.
    http://press.princeton.edu/chapters/s6818.html

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