La celebrazione di Breaking Bad

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Qualche settimana fa si è svolta la cerimonia di premiazione degli Emmy 2014, il maggiore riconoscimento internazionale per la televisione. Il dibattito sul confronto tra cinema e tv soprattutto nell’ambito dello storytelling è (inspiegabilmente ancora) attualissimo come dimostra, per esempio, l’ultimo numero di Filmidee http://www.filmidee.it/category/184/category.aspx, ci riferiamo soprattutto l’articolo di Alessandro Stellino “Al massimo ottima televisione” ripreso poi nella trasmissione radiofonica di Radio3 Hollywoodparty condotta Luca Bandirali e Dario Zonta e dal direttore di Filmtv Mauro Gervasini in uno dei suoi ultimi editoriali. Aggiungere parole sull’argomento ci pare ripetitivo nel rischio di dire il già detto, di essere scontati. Ci pare più stimolante invece ragionare sulle opere singole. La vittoria schiacciante di Breaking Bad ha lasciato a bocca asciutta le altre serie candidate, di qualità indiscutibile: Downton Abbey, Game of Thrones, House of Cards, Mad Men e True Detective.
Molti sono i motivi che premiano Breaking Bad (Best Drama Series e Best Actor in a Drama) mettendo d’accordo quasi tutti. Di sicuro emerge la capacità di Vince Gilligan di portare sullo schermo un eroe nuovo e inedito: Walter White è goffo, insicuro, incapace lui per primo di conoscersi e di dare risposta alle sue azioni. Con lui anche gli altri personaggi, da Saul Goodman (che si è conquistato lo spin off atteso per febbraio 2015, Better Call Saul) a Jesse Pinkman, da Hank Schrader alle due mogli/sorelle Skyler White e Marie Schrader sono complessi, articolati, sfaccettati come mai si era visto in una serie televisiva. Ma la scrittura, osiamo dire perfetta, di questi personaggi è sotto gli occhi di tutti, anche degli spettatori meno attenti. La costruzione degli spazi e dei luoghi in cui questi personaggi si muovono emerge più timidamente, va osservata, studiata in funzione dei significati che genera (non ci riferiamo qui ai set e alle location di Breaking Bad diventati meta di pellegrinaggio da parte dei turisti, sebbene l’argomento sia piuttosto interessante). Proviamo a fare solo qualche esempio: la piscina di casa White, l’ufficio di Saul, il fast food “Los Pollos Hermanos”, il laboratorio di produzione di metanfetamine, sono spazi di transito, porte che conducono i personaggi da un mondo a un altro. Non si tratta di passaggi da un mondo finzionale a un mondo reale o viceversa; questi luoghi fungono da transito per il protagonista Walter White da un mondo profano in cui è un semplice insegnante a un mondo sacro dove è Heisenberg, scienziato puro.
In piscina i componenti della famiglia White compiono il loro rito di passaggio: Walter sta osservando lo specchio d’acqua quando i detriti del crash aereo cadono e sanciscono la sua definitiva trasformazione; Junior diventa uomo ubriacandosi con il padre e lo zio; Skyler s’immerge nell’acqua vestita in apparente stato di incoscienza, sotto gli occhi sgomenti di Hank e Marie e con quel gesto si consegna a Walter/Heisenberg.
L’ufficio di Saul, arredato in posticcio stile neoclassico, con pianta poligonale e antri segreti nelle doppie pareti di cartongesso, è una porta che varcano in ingresso e in uscita svariate volte sia Walter che Jesse. Quasi un passage, lo studio è contenitore di oggetti, saperi, storie che da lì transitano e si trasformano. L’estetica del mondo posticcio di Saul ci richiama alla mente il Betelgeuse di Tim Burton (Bettlejuice, 1988): entrambi si presentano in uno spot TV promettendo la soluzione di ogni problema, basta chiamare, ed entrambi si pongono come mediatori, l’uno tra il mondo dei vivi e il mondo degli spiriti, l’altro tra il mondo dei reietti e il mondo dei potenti.
L’inutilità di questo teatro dell’assurdo si contrappone e fa da sfondo alla precisione illuminata con cui viene organizzato lo spazio sacro del laboratorio di Walter: una macchina perfetta per fare soldi, contro ogni moralità, contro la famiglia e contro le istituzioni. Ma la messa che viene organizzata per produrre anfetamine non è altro che la celebrazione del mantra capitalistico: ciò che conta è fare i soldi. Lo spazio sacro del capitalismo é un’eterotopia, un contro spazio indeterminato e amorale, luogo di ascesi individuale, sempre uguale e riproducibile in ogni luogo. Borys Groys, nella sua interpretazione di Walter Benjamin, scorge nella contrapposizione tra la verità indiscutibile della rivelazione teologica e la passione interminabile della ricerca filosofica verso una verità localizzata in un futuro indeterminato, la chiave di lettura del capitalismo moderno come società che simula la necessità del progresso e del sempre nuovo per produrre invece mondi standardizzati e indiscutibili, luoghi privi di negatività che garantiscono la moltiplicazione degli scambi: «ogni teologia che intenda esprimere, formulare, codificare la verità di una determinata religione vuole separarsi sia dalla sfera profana sia da quei luoghi in cui vengono annunciate e professate false verità, non verità. La teologizzazione della verità significa dunque la sua topologizzazione, la sua ubicazione: in un tempio, in una chiesa in un’ università o in un partito.»( Boris Groys, Introduzione all’antifilosofia, Mimesis, Milano-Udine 2013, p. 86)
Lo scopo di Walter White lungo tutta la narrazione è di sacralizzare ad ogni costo il laboratorio di chimica rilocalizzandolo continuamente. Il laboratorio muta nel tempo per assumere, alla fine, la sua forma più pura; inizialmente è collocato in un camper, poi nei sotterranei di una lavanderia industriale, infine diventa uno spazio mobile non localizzato. Gli attrezzi per la produzione di droga sintetica sono nascosti nei veicoli di una ditta di disinfestazione che occupa ogni abitazione infestata per un determinato periodo di tempo e, a lavoro compiuto (disinfestazione/produzione di metanfetamine), si sposta in un nuovo luogo (in)contaminato per ricominciare daccapo. L’ultimo laboratorio non è più di Walter, non ha in nessun modo le caratteristiche di sacralità degli altri fino al momento in cui diventa il luogo della fine, dove il caos lascia spazio all’ordine e Walter conosce la sua natura profonda. Lo spazio non localizzato del laboratorio in ogni sua forma è dunque un’eterotopia, di più, è la celebrazione visibile delle regole del capitalismo moderno, quelle a cui risponde, in sunto, il nuovo eroe della televisione made in USA.

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Sara Martin

Sara Martin è dottore di ricerca e assegnista presso l’Università degli Studi di Udine. Insegna Storia e Tecnica della Televisione e dei Nuovi Media presso il Dams dell’Università degli Studi di Udine. È caporedattore del semestrale “Cinergie. Il cinema e le altre arti” e nel comitato scientifico-organizzativo di Filmforum . Ha pubblicato saggi e articoli su volumi e riviste nazionali e internazionali. È autrice del libro Scenografia e Scenografi (Il Castoro, Milano, 2013) e del libro Gino Peressutti. L’architetto di Cinecittà (Forum, Udine, 2013).


'La celebrazione di Breaking Bad ' 3 commenti

  1. 19 settembre 2014 @ 10:12 dario

    Bella analisi, ma non ne condivido la conclusione. White diventa Heisenberg seguendo le regole del capitalismo: la droga è un modo come un altro per fare soldi. Ma quando Heisenberg potrebbe tornare White (ha i soldi, ha tutti gli interessi pratici e “capitalistici” per dichiarare bankrupt) decide di non farlo, anzi non può. La sua vita vera, quella che vale la pena di vivere nonostante la malattia, è Heisenberg. Breaking Bad mi sembra quindi tutto l’opposto dell’esaltazione del capitalismo. È l’emancipazione (break) dell’individuo da un contesto che non gli offre una vera vita.

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    • 24 settembre 2014 @ 19:32 Sara

      Grazie Dario. Comprendo che la conclusione a cui giungo possa risultare partigiana, ma la “lettura” degli spazi, dei luoghi e degli oggetti, più dell’analisi del personaggio mi portano a non poter trarre una conclusione diversa.

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  2. 3 ottobre 2014 @ 19:43 Federico Franzin

    Salve
    C’è molto di vero quando si sottolinea lo spazio amorale del capitalismo predisposto nel lavoro di Heisenberg/ Walt White dove amorale è anche , da un certo punto in poi anche la weltanschauung del protagonista. Nonostante lo spettatore si renda assuefatto e compiacente dei risultati del nuovo White, c’è da rimanere basiti per quanta fredda malvagità spesso emerga dal una figura che da apparentemente vittima disperata si trasforma lentamente in vero “cattivo”. Ben più cattivo di quelli che dovrebbero essere i “cattivi” naturali. Questo avviene forse troppo lentamente per essere percepito ed è anche questa una forza della serie. Il punto è proprio l’affermazione individuale al di sopra della società e di un mondo che si è rivelato ingiusto. Un mondo che ha deluso le sue aspettative, tradito le sue possibilità, mortificato le capacità incasellandolo nel ruolo del family man e infine negandogli il futuro a causa della malattia. White ha la sua vendetta sul mondo ingiusto grazie alla fine della sua moralità civile. Dopotutto è in Felina che ammette quanto si sia sentito vivo nell’intraprendere il percorso che porterà poi alla distruzione della sua vita precedente e di chi gli sta intorno. C’è il trionfo dell’individualismo. Forse anche del ribelle come figura mitica da contrapporre alla omologazione democratica voluta anche dal capitalismo stesso. E se questo avviene attraverso le regole crudeli del capitalismo allora è davvero un serpente che si morde la coda dove a salvarsi possono essere solo figure come White? Conclusione forse un pò inquietante lo ammetto.

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