Fiscal compact 3%: il limite di Kant

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All’ormai quotidiano richiamo a non sforare il 3% del rapporto debito pubblico/PIL, stabilito dal Patto di bilancio europeo del 2012, il nostro Premier, in una lunga intervista al Sole 24 Ore, ha risposto con la tesi che verranno ridotte le spese del 3% per ogni Ministero, il che dovrebbe essere utile a rinvenire nuove risorse finanziarie. Si tratterebbe di uno scambio che creerebbe presupposti tali da far sì che gli organismi comunitari consentirebbero di sforare il limite indicato nel fiscal compact.
In entrambi i casi si tratta di due numeri, identici, che non trovano alcuna giustificazione comprovata da esperienze precedenti o da analisi teoriche con fondamento empirico, tanto che il rapporto debito pubblico/PIL potrebbe essere 2% come 4% o 5% o 6%: potremmo sforare il fiscal compact o ridurre più o meno del limite indicato le spese e non è in alcun caso attestato che si verificherebbero condizioni maggiormente negative o positive delle attuali nel sistema economico. Si tratta solo di limiti numerici che si è deciso di indicare e che non si dovrebbero travalicare.
Dal un lato Renzi ha evocato il principio utilizzato da Hegel per indicare grandezze che si riducono reciprocamente a zero annullandosi vicendevolmente, l’Aufhebung,: un numero si contrasta con un numero equivalente. Dall’altro il fiscal compact costringe a ripensare alla distinzione kantiana fra limite e confine. Quest’ultimo può essere superato, mentre il limite va fondato in base all’esperienza che di esso è possibile avere. Il limite spinge intrinsecamente al suo superamento dato che ha indubbiamente un carattere normativo, si fa ostacolo, nozione negativa, inibente, incardinante, ponente vincoli, barriera al conoscere.
Noi non abbiamo alcuna esperienza del limite indicato nel fiscal compact. Ce la stiamo facendo in questi anni, dimostrando d’altro canto una notevole improvvisazione, testimoniata dalla navigazione a vista degli organismi economici europei e internazionali, dei governi dei singoli Stati e degli economisti.
L’obiettivo, quando è stato codificato il 3%, era quello di contenere i costi di indebitamento e la possibilità di finanziare i deficit statali limitando i disavanzi fra Stati, e perché questo non avvenisse sono state previste sanzioni automatiche per chi viola i parametri. E così si è diffuso un comportamento ottuso da parte delle autorità, che ha teso a dimenticare e sottovalutare il carattere potenzialmente illimitato delle attività finanziarie. Si è minimizzato il fatto che la finanza non riconosce i confini degli Stati e obbedisce a ordinamenti spaziali che non hanno barriere, è intollerante ai limiti e questi rappresentano unicamente un ostacolo da superare. Così per la finanza diventa indispensabile spostare il limite sempre più in là e questo spostamento può essere avvallato e supportato unicamente da chi presidia le regole. E questo è ciò che in questi giorni è avvenuto, nelle maglie dei Trattati, da parte della Banca centrale europea.
In primo luogo è indispensabile ricordare che qualsiasi atto economico, privato o pubblico, ha origine con un debito e che quindi la componente finanziaria è parte costitutiva della dimensione economica. Infatti, nel settore privato il ciclo produttivo ha sempre inizio con un’anticipazione di denaro per acquistare i mezzi necessari per attuare il processo di produzione, e quindi il capitale si presenta come creditore di se stesso in quanto erogatore del finanziamento di partenza e di debitore di se stesso impegnato alla sua ricostituzione al termine del ciclo. La stessa cosa avviene nel settore pubblico: di fatto lo Stato nasce con un debito verso i cittadini, in quanto le tasse sono il passivo che lo Stato contrae e che restituisce con attività che hanno valore economico, come sicurezza, scuola, sanità, etc.
In questi anni la BCE ha dovuto far fronte al fatto che le politiche adottate per rispettare il limite del 3% si sono rivelate penalizzanti sia per le attività del settore privato che per quello pubblico e i provvedimenti non hanno potuto che essere all’insegna di spostare e procrastinare il rispetto del limite. Così per proteggersi dall’insolvibilità dei debitori si è dato vita a prodotti finanziari che, almeno in una prima fase, ne garantissero la disponibilità da parte dei diversi soggetti finanziari, in un processo nel quale progressivamente è risultato impossibile conoscere l’identità dell’originario contraente del debito. Gradualmente questi prodotti finanziari – costituiti da debiti delle famiglie, delle imprese, delle banche, degli Stati – sono entrati negli stati patrimoniali dei medesimi soggetti che li hanno contratti con un meccanismo che ha richiesto un’immaginazione ingegneristica non indifferente e che ha trasformato i singoli debiti in geodebiti e si è così diffuso un nuovo modello di trasferimento del rischio fra i vari soggetti economici.
In Europa, dapprima si è creato l’Outright Monetary Transaction, il famoso scudo anti-spread, per assicurare assistenza finanziaria ai paesi in difficoltà e che comportava unicamente l’acquisto di titoli sul mercato primario ma a condizioni molto severe. Ora, dopo le ultime decisioni prese da Mario Draghi, si attuerà una variante potenziata del “modello Cipro”, segnando il passaggio dal bail out al bail in. L’obiettivo della BCE è quello di traguardare direttamente il credito e il debito alle piccole imprese con interventi mirati, con opportuni fondi di garanzia e con la possibilità di condividere i rischi d’impresa da parte della stessa BCE. Nei prossimi quattro anni il sistema bancario europeo potrà acquistare titoli di Stato e obbligazioni private e farne dei “pacchetti” da ricollocare sul mercato; potrà quindi scontare obbligazioni cartolarizzate di imprese europee, e se necessario metterà a disposizione mezzi per acquistare titoli di debito sovrani sui mercati secondari dei paesi in difficoltà. Si tratta di un mercato di 1400 miliardi di euro, poco meno del PIL italiano.
Le banche, a loro volta, potranno “impachettare” prestiti, come quelli alle piccole e medie imprese, e i mutui immobiliari, e cederli a investitori, in questo modo liberando risorse per la concessione di nuovo credito. Non è scontato che le banche utilizzino questa possibilità per aumentare i profitti di trading e non per attuare attività a basso rendimento e alto rischio, come quella di concedere credito, visto il difficile contesto attuale nel quale alla recessione si è aggiunta la deflazione e, dati i limiti del 3%, continuano a venir meno forti investimenti.
Prima i costi del salvataggio delle banche e delle imprese si scaricavano all’esterno, cioè sulla fiscalità generale, ora ricadranno in primo luogo su azionisti e creditori, con tutti i rischi connessi agli investimenti e alla fuga possibile dei risparmiatori “privilegiati” dal mercato dei titoli.
Non è quindi un caso che in questi giorni, successivi agli annunci della BCE, si assista a pochi scambi nei mercati finanziari, fra i più bassi degli ultimi mesi, e che le iniziative di trading sulle attività finanziarie siano state affidate interamente agli algoritmi e all’analisi tecnica e quantitativa, segno di una mancanza di idee fra gli investitori.
In realtà quello che servirebbe sono politiche che prevedano una massiccia redistribuzione del reddito in modo da potenziare la domanda aggregata, non finalizzata a potenziare un capitalismo di consumi, ma indirizzata a qualificare la domanda privata e pubblica, immettendo dynamis nei processi economici, cioè un’imperfezione dell’essere in potenza. I provvedimenti della BCE, volti a riattivare un minimo di processo inflazionistico, vanno anche in questa direzione, visto che l’inflazione aiuta i debitori e danneggia i creditori, mentre la deflazione fa esattamente il contrario.
Si tratta, inoltre, di mettere in moto investimenti ad alto moltiplicatore, quello keynesiano, come quelli in ricerca, che rappresentano l’energheia del sistema, cioè la perfezione piena dell’essere in atto.
Solo politiche di questa natura possono sconfiggere la cultura propugnata da Aym Rand, grande amica di Alan Greenspan, l’ex presidente della Federal Reserve, responsabile di una politica monetaria che ha portato all’invenzione del 3% come limite.

 

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Maria Grazia Turri

Maria Grazia Turri, filosofa ed economista, insegna Linguaggi della comunicazione aziendale e Fondamenti della comunicazione all’Università di Torino. Tra le sue pubblicazioni La distinzione fra moneta e denaro (2009), Gli oggetti che popolano il mondo (2011), Biologicamente sociali, culturalmente individualisti (Mimesis 2012), Gli dei del capitalismo: teologia economica nell'età dell'incertezza (2014)


'Fiscal compact 3%: il limite di Kant' 1 commento

  1. 19 settembre 2014 @ 10:38 Andrea Zhok

    C’è un punto che viene sempre trascurato quando si parla del fatidico rispetto del 3%. Non vi è alcun dubbio che si tratti di un numero deciso a tavolino e che sarebbe stato compatibile con altre scelte differenti. Il “rispetto del 3%” infatti non va letto come rispetto di un valore che ha importanza in sé, ma come segno della capacità di un paese (o di un’unione di paesi) di rispettare gli impegni che si è preso (si sono presi). E’ per questo motivo che, mentre un aggiramento contabile del rispetto del suddetto 3% è facilmente ammissibile, un esplicito rifiuto del parametro avrebbe conseguenze finanziarie negative. Tuttavia chi fosse il protagonista di questo mancato rispetto del 3% è questione cruciale. Nessuno è del tutto esente dalla necessità di venire in qualche misura a patti con la “fiducia dei mercati”, giacché da essa dipendono gli spostamenti di credito (e di conseguenza gli investimenti internazionali, stabilità monetaria, ecc.). Ma quel che è certo è che quanto minore è la massa critica di un paese, tanto maggiore è la sua dipendenza da questi potenziali flussi e riflussi finanziari. Il paradosso europeo è che l’UE, pur avendo la massa critica per poter essere abbastanza indipendente dalla “marcatura stretta” degli operatori finanziari internazionali, si comporta politicamente come se fosse il più fragile dei propri stati aderenti in isolamento. In altri termini, l’UE potrebbe adottare comportamenti espansivi abbastanza serenamente, senza temere troppo la sfiducia dei mercati, essendo un “big player”, di cui non si può fare internazionalmente a meno; ma le politiche che vengono adottate di fatto sono le stesse che verrebbero richieste ad un paese fragile come l’Italia, se fosse al di fuori dell’Unione (severa sorveglianza sul debito, garanzie sulla stabilità del valore della moneta, ecc.). Ma mentre per un’Italia fuori dall’UE le penalità per un atteggiamento di scarso rispetto degli impegni debitori sarebbero drastiche, questo non accadrebbe per l’Europa nel suo insieme. In sostanza l’Europa non sta sfruttando proprio quel potenziale di autonomia politica la cui conquista era una delle motivazioni più forti alla costituzione dell’Unione (economica e politica). C’è da sperare che l’insensatezza di tale atteggiamento diventi chiaro in fretta, altrimenti è solo questione di tempo perché qualche paese concluda che un ritorno alla propria piena sovranità economica e politica sia dopo tutto una soluzione non peggiore della presente impotenza.

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