Daniza e noi

daniza

Che cosa impariamo dalla triste vicenda, da qualunque lato la si guardi, dell’orsa Daniza? Verrebbe da dire: sempre la stessa cosa. E allora vuol dire che non impariamo niente. O almeno non ancora. Mostriamo di non farcela ad andare in due direzioni, entrambe necessarie e indispensabili: l’alterità e la vivibilità. Sulla prima siamo ancora paurosamente fermi a decidere chi sono i “nostri” e chi sono gli “altri” che nostri non sono e devono stare lontani da noi o andarsene. Di luogo in luogo e di volta in volta spostiamo i confini, ma siamo molto impegnati in questo gioco di esclusione, fino a pratiche distruttive. E stiamo ancora e comunque parlando di altri intesi come esseri umani. Mentre ci dedichiamo con affanni e impegno a questa “coazione ad escludere”, non ci accorgiamo che negli “altri” che sono decisivi per la nostra vita, senza i quali cioè non c’è futuro neppure per noi, ci sono tutti gli esseri del sistema vivente di cui siamo parte, animali e piante in primo luogo. Non riusciamo a vedere ciò che va oltre l’uomo – verrebbe da dire oltre il nostro naso – come una rivelazione di noi stessi e per noi stessi. Ci disgiungiamo dal sistema vivente di cui siamo parte, replicando ciecamente il manifesto di Pico della Mirandola che, se andava bene per riconoscere l’umanesimo dell’uomo e uscire dalla notte del Medioevo, oggi sa di una presunzione fuori tempo massimo, per giunta molto pericolosa. Noi costruiamo noi stessi e diveniamo quello che siamo attraverso l’alterità, sia con l’altro umano che col non umano. Siamo sempre stati densamente combinati con quello che chiamiamo “il resto” del sistema vivente, ma che in realtà è la condizione stessa della nostra vita. Trattare, perciò, un animale come se fosse “cosa” inerte e fungibile, che si può attivare o disattivare come un meccanismo banale, parla a noi di noi, di come continuiamo a disgiungerci dalla natura pensando di dominarla e non accorgendoci che quello è il modo per autodistruggerci. Sulla vivibilità le cose, ahinoi, non vanno meglio. Il precario equilibrio degli ecosistemi continua ad essere per noi l’arena dei nostri progetti e dei nostri propositi di uso illimitato. Vogliamo comporre gli elementi del sistema in cui viviamo con lo stesso atteggiamento infantile con cui un bambino compone un Lego. Come con quei pezzi, vogliamo posizionarli dove diciamo noi e non devono muoversi da lì. O meglio devono muoversi in base alla nostra volontà e solo a quella. Servirci quando lo vogliamo e scomparire quando e da dove ci danno fastidio. Rinnovarsi come desideriamo noi e nella misura che a noi va bene. Vogliamo persino abusarne senza preoccuparci della loro riproducibilità. E stentiamo, e molto, ad accorgerci che le cose non sono mai state così, ma soprattutto non stanno così oggi, quando siamo sette miliardi sul pianeta Terra, e ogni luogo è il mondo. Riuscirà un evento come quello di Daniza a distoglierci finalmente dal fare della nostra centralità il fine di ogni cosa?


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Ugo Morelli

Ugo Morelli, docente di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni, Università degli Studi di Bergamo. Presidente del Comitato scientifico del World Natural Heritage Management Master Unesco, Step, Trento. I suoi ultimi libri sono: LibroMente e paesaggio. Una teoria della vivibilità, Bollati Boringhieri, Torino 2011; Mente e bellezza. Arte, creatività e innovazione, Allemandi, Torino 2010. Paesaggio lingua madre, Erickson, Trento 2014; Erba cedra e segreti amori, Zandonai, Rovereto 2014; Il conflitto generativo. La responsabilità del dialogo contro la globalizzazione dell’indifferenza, Città Nuova Editrice, Roma 2014.


'Daniza e noi' 1 commento

  1. 4 ottobre 2014 @ 15:16 Federico Franzin

    Come tutti sono rimasto colpito dalla storia dell’orso Daniza anche perchè sento particolarmente il senso di responsabilità verso il cosiddetto mondo animale. D’altra parte si misura l’umanità proprio da questo senso di responsabilità .
    Detto questo pero’ anche questa storia come altre vicende che vede coinvolto poi il duro fronte dell’animalismo fa sorgere parecchie riflessioni non esattamente scontate.
    “Siamo sempre stati densamente combinati con quello che chiamiamo “il resto” del sistema vivente, ma che in realtà è la condizione stessa della nostra vita.” Questo è verissimo e aggiungerei che siamo oramai abituati a considerare l’uomo come qualcosa di estraneo alla natura. Questo atteggiamento ci pone certo ( e giustamente) nell’ambito di maggiore responsabilità rispetto a ciò che ci circonda ma porta anche ad una visione a volte naif che vede sempre l’uomo come entità crudele e malefica e certamente spesso porta anche a considerare il contesto comune della natura come piano esclusivo dei progetti dell’uomo. Il punto è che personalmente, anche nel caso della povera Daniza, non posso fare a meno di sentire l’evento in se come qualcosa che sta “nelle cose”.
    Nel momento in cui un orso attaccasse un soggetto presente nel “confine” sbagliato sentendo magari minacciata la sicurezza dei cuccioli non sarebbe sicuramente “giusto” ma con altrettanta sicurezza sarebbe “nelle cose”. La morte spesso’ in fondo è una situazione drammaticamente legata a leggi di natura . Viceversa la morte della povera Daniza avvenuta in un contesto in cui l’uomo cerca di applicare il suo senso di responsabilità attraverso il controllo , per quanto ingiusta sia è purtroppo nelle cose essendo l’uomo stesso parte della natura e non estraneo alle sue leggi. Se ci sono state leggerezze e responsabilità è giusto che emergano ma tendo a non credere sempre alla crudeltà dell’uomo che appostato cinicamente cerca vendetta e spazio vitale abbattendo creature tanto preziose. D’altra parte parlando con gente di montagna abituata a convivere con la presenza animale la sensibilità che sembra portare l’uomo sempre e comunque dalla parte sbagliata non c’è e la presenza della morte come legge di natura è accettata con maggiore rassegnazione. Come una sorta di legge superiore.

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