editoriale


Inaugurare una nuova rivista, per le veloci logiche del contemporaneo, può sembrare un’idea azzardata. L’attualità passa sui social network, vive di reazioni emotive e immediate, di frazioni di secondi, hashtag e 140 caratteri. Già il quotidiano è un tempo troppo lungo per la politica, l’economia, l’arte, i cui accadimenti si succedono incessantemente e senza soluzione di continuità. L’imperativo è reagire, e farlo in fretta, con un tweet, una dichiarazione, un commento irriflesso. Farlo in tempo reale garantisce visibilità, farlo un’ora dopo partecipazione, farlo il giorno dopo significa solo parlare di cose passate che non interessano a nessuno. La vecchia profezia provocatoria di Warhol sui quindici minuti di celebrità a cui ciascuno avrebbe potuto aspirare, oggi è un luogo comune: caso mai un intero quarto d’ora è già troppo tempo per le nuove star del web. E così sembra inevitabile che la riflessione appartenga a un altro ordine di realtà, di tempo e di profondità. Essa passa attraverso i libri, le ricerche, il confronto con il lavoro di altri, il tornare più volte sui propri passi, le discussioni lunghe e articolate. Si creano così due mondi separati e improntati alla reciproca diffidenza, che spesso si traduce in completo rifiuto.
Pare, infatti, agli abitanti dei social media, che i cosiddetti intellettuali si occupino di argomenti astratti e astrusi, e comunque fuori dal mondo. Chi può avere tempo per leggere – figuriamoci per scrivere – tomi di cinquecento pagine sulla laicità, sulla democrazia, sull’esistenza dell’opera d’arte? Sono ricerche accademiche, per un pubblico di accademici, e in quell’ambito sono destinate a nascere e a morire. Insomma è un mondo a parte, indecifrabile, in cui avvengono cose prive di ricaduta sul mondo reale, quello in cui suppongono di vivere tutti gli altri.
Questa opinione non è del tutto priva di fondamento. Alcuni pensatori sono davvero completamente disinteressati a quanto accade all’esterno del loro ambito di lavoro, orgogliosi dell’inattualità del loro sdegnoso isolamento. Anzi, spesso serpeggia un malcelato disprezzo nei confronti dei loro colleghi – intendo abitanti dello stesso mondo accademico – che più o meno goffamente si cimentano con le nuove tecnologie, aprono dei blog, sono attivi in rete, ecc. Ai loro occhi, questo è qualcosa che confina pericolosamente con la prostituzione intellettuale, e che comunque ben poco ha a che fare con la serietà e la profondità del pensiero. Il disprezzo si fa invece forte e palese per tutti coloro che pensano che le cose importanti siano quelle che accadono di continuo nel mondo virtuale della rete, un mondo di chiacchiere, opinioni più fragili della neve al sole, una mostruosa incarnazione planetaria dell’heideggeriano «innanzitutto e per lo più».
Ovviamente queste due grottesche figure che abbiamo evocato – l’internauta compulsivo e superficiale e l’accademico spocchioso e vagamente luddista – non esistono, ma sono delle semplici estremizzazioni di una tendenza che, a nostro modo di vedere, sta attraversando la nostra cultura. Se dovesse vincere, non sarebbe un bene per nessuno. La cosiddetta opinione pubblica non avrebbe nulla da guadagnare – e dunque tanto da perdere – nel non avvalersi degli strumenti critici e di analisi che sono il pane quotidiano di chi si occupa professionalmente di teoria, e questi ultimi farebbero un errore grossolano nel decidere di non intervenire in quel campo di lotta e confronto che è la quotidianità dell’informazione e della cultura.
Questa rivista dunque vuol essere una sorta di strumento di giunzione, o se volete un laboratorio, nella quale gli autori che già collaborano con la casa editrice Mimesis mettono alla prova il loro pensiero, confrontando le loro acquisizioni e attrezzature teoriche con i fatti di attualità. In tal modo vogliamo creare anche una comunità degli autori e dei lettori, un territorio comune di confronto e di dialogo che sfugga all’estemporaneità dei dibattiti affidati ai social network e che permetta di rilanciare il ruolo importante della riflessione nella creazione di una consapevolezza sociale, politica, artistica e filosofica. Per questo motivo, accanto all’edizione on-line, Scenari uscirà in forma cartacea, con cadenza trimestrale, raccogliendo il materiale pubblicato sul sito. Questa rivista non potrà sopravvivere senza l’affetto dei lettori e degli autori che la vivono, e questa forse è la nostra scommessa più grande: far nascere una comunità di persone pensanti che possano portare pezzi della riflessione che qui facciamo nelle loro esperienze di ogni giorno.


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Damiano Cantone

Damiano Cantone (Udine 1977) ha insegnato Storia dell’Estetica presso l’Università degli studi di Trieste. Si occupa dei rapporti fra cinema e filosofia, con particolare attenzione al lavoro di Gilles Deleuze. Ha pubblicato, fra gli altri, interventi su Deleuze, Lyotard, Hitchcock, Cronenberg. Tra le sue pubblicazioni recenti ricordiamo I film pensano da soli (Milano 2013) È traduttore e curatore di numerose opere del filosofo sloveno Slavoj Zizek; è redattore della rivista “Aut Aut”.


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