La democrazia elettronica

Stefano_Rodotà_-_Festival_Economia_2013

Imprigionata all’inizio in uno schema estremamente semplificato – la democrazia elettronica come inveramento dell’agorà nella società di massa – la politica al tempo di internet ha via via rivelato una ricchezza di sfaccettature, una molteplicità di problemi, un gioco complesso tra novità e continuità, che hanno imposto una attenzione che da tempo va ben al di là di quello schema. Lo spettro del politico si è dilatato con la penetrazione capillare di internet nella società. Non si tratta, evidentemente, di un fatto quantitativo. Carlo Formenti ha osservato che «il tempo dell’utopia internettiana è tramontato e non riesce più a mascherare i dispositivi di dominio che fin dall’inizio vi erano inscritti» (C. Formenti, Premessa, in “aut-aut”, n. 347, ottobre 2010).

Ma non si tratta soltanto di chiedersi se siamo di fronte a tecnologie della libertà o del controllo, di misurarsi con il paradosso di Orwell ad Atene. Le letture e le analisi si dispongono secondo linee profondamente divergenti, sembrano proporre alternative incompatibili – socialismo digitaleo fascismo emozionale? – e talora rivelano più le convinzioni di chi così si esprime piuttosto che una penetrazione vera della costruzione sociale, politica, economica che stiamo vivendo. Vi è una realtà da scandagliare, di nuovo irriducibile a schemi semplificati, non descrivibile muovendosi nella dimensione della virtualità.

Siamo di fronte ad una continua ristrutturazione e redistribuzione di poteri, nuovi soggetti si manifestano in uno spazio pubblico che viene continuamente ridefinito. Qui si coglie con nitidezza il conflitto radicale che sta al fondo della globalizzazione, quello tra mercato e diritti, reso particolarmente evidente dai tentativi continui di chiudere la straordinaria produzione e disponibilità di conoscenza, il vero bene comune planetario, negli schemi proprietari tradizionali del brevetto e del diritto d’autore o di imporgli nuove logiche di scarsità con un movimento che, non a caso, è stato descritto ricordando la vicenda inglese delle enclosures, della recinzione di terre prima comuni. Opponendosi a queste vecchie e nuove chiusure, non si compie una mossa puramente ideologica. Al contrario. Si pone il concretissimo problema di chi sia oggi davvero l’«autore»della conoscenza e di quali siano le forme effettive della sua produzione. Attraverso internet si costruiscono personalità e identità, si definiscono relazioni sociali, viene alla ribalta una inedita «autocomunicazione di massa», si manifesta addirittura la nuova antropologia dellhomo numericus (AA.VV., Homo numericus, in “Esprit”, n. 3, marzo-aprile 2009, pp. 68-217).

Proviamo a saggiare alcune di queste considerazioni con riferimento ad alcune specifiche situazioni. Si può partire dalla constatazione che internet, il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto, la Rete che avvolge l’intero pianeta, non ha sovrano. Nel 1996, John Perry Barlow apriva così la sua Dichiarazione d’indipendenza del ciberspazio: «Governi del mondo industriale, stanchi giganti di carne e di sangue, io vengo dal Ciberspazio, la nuova dimora della mente. In nome del futuro, invito voi, che venite dal passato, a lasciarci in pace. Non siete benvenuti tra noi. Non avete sovranità sui luoghi dove ci incontriamo».

Questa affermazione orgogliosa riflette il sentire di un mondo, di una sterminata platea in continua crescita fino agli attuali due miliardi di persone, che si identifica con una invincibile natura di internet, libertaria fino all’anarchia, coerente con il progetto di dar vita ad una rete di comunicazione che nessuno potesse bloccare o controllare. Ma è pure un’affermazione che ha dovuto subire le dure repliche da una storia in continua accelerazione, da una cronaca che consuma.

Più internet cresceva, e così acquistava una rilevanza sociale e politica sempre maggiore, più si è fatta aggressiva la pretesa degli Stati di far valere le loro antiche prerogative, di continuare a considerare la Rete come l’oggetto del desiderio delle sovranità esistenti. Ma nel mondo sconfinato questa pretesa è indebolita dalla «fine del territorio giacobino»(J.-P. Balligand, D. Maquart, La fin du territoire jacobin, Albin Michel, Paris 1990), circondato da sicuri confini, governato da un unico centro. Sì che gli Stati nazione li cercano di far valere il potere, tutt’altro che residuale, di cui ancora dispongono, ma non possono stabilire una sovranità sul ciberspazio.

Questa distinzione tra una sovranità improponibile e un potere invadente mette in discussione una delle conseguenze che si ritenevano implicite nella negazione della sovranità – quella che potrebbe essere sintetizzata nell’affermazione della impossibilità, inutilità, illegittimità di qualsiasi regolazione di internet. Una impostazione, questa, che non conduce soltanto ad un’assoluta autoreferenzialità della Rete, anzi alla conclusione, implicita ma evidente, che la Rete non ha bisogno di stabilire relazioni perché essa comprende già tutte le relazioni possibili. Porta con sé anche un’impostazione, più che ideologica, mitologica, sembra evocare la lancia di Achille e quella di Parsifal (tecnologie, dunque…), armi capaci di offendere e guarire, depositarie della virtù di rimarginare le ferite che esse stesse potevano aver inferto. Ma è proprio questa mitologia ad essere smentita da una realtà nella quale non solo internet è variamente oggetto di regolazione, ma soprattutto conosce violazioni continue di quello statuto di libertà che si riteneva poter essere affidato alla propria, esclusiva virtù salvifica.

Ma, nel momento in cui si pone il problema della costruzione di una dimensione costituzionale per internet, la radicale affermazione di Barlow può mantenere un suo nucleo di verità, senza che ciò si presenti come un paradosso. Da una parte, infatti, rivela l’improponibilità di un recupero della sovranità nazionale anche quando assume i colori della nostalgia, mascherata da realismo, da parte di chi sottolinea che lo Stato nazione potrebbe ancora conservare quella sua funzione di garante dei diritti che ha storicamente esercitato e che sembra irrecuperabile nella dimensione globale. Dall’altra, di fronte all’ineludibile problema di quale debba essere il fondamento di un Internet Bill of Rights, la rivendicazione forte della libertà mostra quale sia davvero la frontiera che dev’essere difesa.

Si dissolve in questo modo l’utopia o la fede dogmatica in un’internet naturaliter libera e libertaria, e proprio l’esigenza di una garanzia effettiva per le libertà rende obbligata l’identificazione dei poteri in campo, le logiche che li muovono, i conflitti che generano. Solo così si può cogliere il carattere di una sfera pubblica che tende a coincidere con l’intero pianeta.

Proprio questa realtà è stata improvvisamente illuminata dalla vicenda di WikiLeaks che ha provocato reazioni che, in troppi casi, palesano arretratezza culturale, ritardi politici, contraddizioni clamorose, incomprensione di che cosa sia la Rete, di quali siano le sue dinamiche e i suoi effetti. Rimane così in ombra l’analisi della sua vera natura, dell’intreccio tra rottura e continuità che in essa si manifesta, del nuovo contesto politico e sociale, della incessante ridefinizione di che cosa sia trasparenza. In sintesi: a quale redistribuzione del potere siamo di fronte?

Fughe di notizie riservate, rivelazioni di documenti segreti non sono una novità. Quel che cambia è la scala, la dimensione del fenomeno: la circolazione planetaria di masse ingenti di dati ha fatto divenire assai agevole il «cercare, ricevere, diffondere» informazioni. Sono le parole della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo dell’Onu sulla libertà di espressione. E l’articolo 21 della nostra Costituzione sottolinea come tutti abbiano diritto alla libera manifestazione del pensiero con qualsiasi «mezzo di diffusione». Questi principi valgono anche nel mondo nuovo della tecnologia digitale, ci ricordano che il tema è quello della tutela di una libertà preziosa, informare e essere informati, non a caso indicata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo come uno dei fondamenti della democrazia.

Lo scandalo è WikiLeaks o l’incomprensione e l’inconsapevolezza degli Stati nell’affrontare lo “tsunami digitale” che già caratterizza il tempo presente e sempre più disegnerà il futuro? È stata colta l’opportunità tecnologica per far crescere quasi senza limiti la raccolta delle informazioni e la loro conservazione in banche dati sempre più gigantesche. Ma questo mondo è troppo spesso governato da una cultura assai simile a quella degli antichi archivi, protetti dalle loro stesse caratteristiche fisiche – carta, schede, dischi – che rendevano difficile l’accesso e la circolazione delle informazioni raccolte. E invece le informazioni sono divenute sempre più facilmente reperibili, alla portata di molti, accessibili a distanza, agevoli da divulgare. Questa nuova dimensione della documentalità non è stata colta, soprattutto nei suoi effetti politici e sociali. Una sorta di delirio di onnipotenza dei gestori delle banche dati ha impedito di rendersi conto che crescevano, insieme, trasparenza e vulnerabilità. Ma soprattutto non si è avvertito che lì si stava depositando un nuovo sapere sociale, della cui importanza e utilizzabilità si rendevano conto più i cittadini che i detentori delle informazioni.

Questo solo fatto redistribuiva potere, ed era evidente che una così inedita opportunità prima o poi sarebbe stata colta. Bastava prestare l’orecchio al rumore sociale presente in Rete, dove si sono moltiplicati i siti che rendono pubbliche anche informazioni riservate, la cui fonte è molto spesso costituita da persone ben inserite nei luoghi ai quali le informazioni si riferiscono. Considerata la sterminata dimensione del mondo in cui questi fenomeni si manifestano, coincidente con l’intero pianeta, e la moltitudine di persone che lo abitano, v’era solo da attendere il momento in cui si sarebbe passati da una scala abbastanza ridotta ad una globale. Quel momento è venuto.

Stiamo davvero vivendo un cambio di paradigma. E gli effetti indesiderati non si affrontano con gli esorcismi o con l’eterna riduzione di problemi sociali e politici ad affare d’ordine pubblico. Un nuovo mondo è lì, non può essere rimosso. Sembra che siano già centomila le persone che fanno affluire nuovi documenti a WikiLeaks. E questo vuol dire che il modello è destinato a diffondersi, a divenire un elemento stabile nel panorama sociale. Le strategie politiche e istituzionali, allora, devono essere diverse, irriducibili alla logica della semplice repressione, svincolate dall’illusione di restaurare gli arcana imperii.

È sempre l’ossessione dei confini a manifestarsi, e a produrre utopie regressive in cui si manifesta una imbarazzante incapacitàdi “mettere a fuoco” il mondo (A.C. Varzi, Il mondo messo a fuoco. Storie di allucinazioni e miopie filosofiche, Laterza, Roma – Bari 2010). Come dotarci degli occhiali giusti?

Rivolgiamo di nuovo lo sguardo al mondo. Oggi assistiamo a pratiche comuni dei diritti. Lo studente iraniano o il monaco birmano che, con il loro telefono cellulare, lanciano nell’universo di internet le immagini della repressione di libere manifestazioni; i dissidenti cinesi che chiedono l’anonimato in Rete come garanzia della libertàpolitica; le donne africane che sfidano le frustate in nome del diritto di stabilire liberamente come vestirsi; i lavoratori asiatici che rifiutano la logica patriarcale e gerarchica dell’organizzazione dell’impresa, rivendicano i diritti sindacali, scioperano: tutti questi soggetti ignorano quello che, alla fine del Settecento, ebbe principio intorno alle due sponde del “Lago Atlantico”, non sono succubi d’una qualche “tirannia dei valori”, ma interpretano, ciascuno a suo modo, libertà e diritti nel tempo che viviamo. Qui non è all’opera la “ragione occidentale”, ma qualcosa di più profondo, che ha le sue radici nella condizione umana e che, improvvisamente, ha trovato la sua forma, il modo di manifestarsi e di agire nel telefono cellulare e nel collegarsi a internet che esso consente. E così l’azione quotidiana mette in scena un’ininterrotta dichiarazione di diritti, che trae la sua forza non da un riconoscimento dall’alto, ma dalla convinzione profonda di donne e uomini che solo così possono trovare riconoscimento la loro dignità e la stessa loro umanità, dalle quali ripartire per cogliere, soprattutto nella società tecnologica, il senso della politica.

 

* Questo testo è ripreso da A. Tursi, Politica 2.0. Blog, Facebook, WikiLeaks: ripensare la sfera pubblica, Mimesis, Milano 2011, pp. 9-13.

 

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Stefano Rodotà

Giurista italiano (n. Cosenza 1933); prof. univ. dal 1966, ha insegnato diritto civile nell'univ. di Roma. Fondatore nel 1970 della rivista Politica del diritto. Dal 1979 al 1994 è stato deputato al parlamento, eletto come indipendente nelle liste del PCI, poi PDS. Nel marzo 1997 è stato eletto presidente dell'organo collegiale del Garante per la protezione dei dati personali, carica che ha mantenuto fino al 2005. È stato uno degli autori della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, approvata al Consiglio d'Europa di Nizza nel dicembre 2000. Ha presieduto (2000-04) il gruppo dei Garanti europei per la privacy ed è membro dell' European group on ethics in science and new technologies e del Legal advisory board for market information della Commissione Europea. Tra le sue opere: Ideologie e tecniche nella riforma del diritto civile (1967); Le fonti di integrazione del contratto (1969); Il terribile diritto. Studi sulla proprietà privata (1981); Alle origini della Costituzione (1998); La vita e le regole: tra diritto e non diritto (2006); Dal soggetto alla persona (2007); Il mondo nella rete. Quali i diritti, quali i vincoli (2014).


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